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Sarah Mullally in Terra Santa, un pellegrinaggio ecumenico

Giampiero Sandionigi
25 giugno 2026
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Sarah Mullally in Terra Santa, un pellegrinaggio ecumenico
Nazaret, 22 giugno 2026. Sarah Mullally, al centro accanto all'arcivescovo anglicano di Gerusalemme Hosam Naoum, viene accolta dai francescani alla basilica dell'Annunciazione. (foto Lambeth Palace)

Da pochi mesi primate della Comunione anglicana, l'arcivescova Sarah Mullally ha concluso ieri a Gerusalemme, incontrando i capi delle Chiese, il primo pellegrinaggio in Terra Santa nella sua nuova veste.


Da alcuni mesi, come sappiamo, sulla cattedra dell’arcivescovo di Canterbury siede, per la prima volta nella Storia, una donna: Sarah Mullally, già vescova di Londra.

Ieri, 24 giugno 2026, al Patriarcato greco ortodosso di Gerusalemme, si è concluso, con un incontro con i capi delle Chiese locali, il pellegrinaggio in Terra Santa che l’arcivescova, primate della Comunione anglicana, ha voluto compiere per manifestare vicinanza ai cristiani palestinesi.

Insediatasi con una cerimonia solenne a Canterbury il 25 marzo scorso, Mullally non è al suo primo incontro ecumenico. Papa Leone XIV l’ha ricevuta in Vaticano il 27 aprile e il dialogo si è concluso con un momento di preghiera comune in una cappella del Palazzo apostolico.

Nei cinque giorni trascorsi in Terra Santa, l’arcivescova è stata accompagnata da Hosam Naoum, arcivescovo anglicano di Gerusalemme. All’incontro conclusivo, ospitato dal patriarca greco ortodosso Theophilos III, che poco prima aveva accolto Mullally nella basilica del Santo Sepolcro, ha partecipato anche il custode di Terra Santa, fra Francesco Ielpo.

«Il pellegrinaggio, esercizio di ascolto»

Nel discorso ai capi delle Chiese, Sarah Mullally ha ripercorso idealmente le giornate appena trascorse. «Il pellegrinaggio – ha detto – è certamente un viaggio tra i luoghi. Ma è anche un viaggio del cuore e della mente: un esercizio di ascolto, di Dio e degli altri, e la disponibilità a lasciarsi cambiare da ciò che si incontra».

«Questi incontri mi hanno ricordato che la Chiesa segue un Salvatore sofferente, che sta con i vulnerabili e gli afflitti», ha aggiunto. «Più volte ho sentito il grido delle comunità cristiane di questa terra: non un grido per essere notate, ma per essere accompagnate; che non chiede una grazia a buon mercato, ma solidarietà espressa in parole e in opere». Ha riconosciuto «il significato straordinario» del ministero dei capi delle Chiese di Gerusalemme, che «incarnano quella chiamata evangelica a restare e servire in una città diversa da ogni altra».

Della propria nuova missione ha detto: «Vedo la mia chiamata, prima di tutto, come quella di essere pastora del gregge di Cristo, di incoraggiare la Chiesa a riporre la propria fiducia non nelle sue forze ma nel Vangelo […] Una Chiesa che non distoglie lo sguardo dalla sofferenza, ma la affronta con onestà e speranza, costruita non sull’ansia, ma su Cristo, nostra roccia».

Mullally ha anche ringraziato espressamente Theophilos III per la sua recente visita a Gaza con il cardinale Pizzaballa (assente all’incontro corale con l’arcivescova per impegni pastorali in Giordania).

Un cammino di preghiera e solidarietà

Quello iniziato il 20 giugno intendeva essere un cammino «di preghiera e di solidarietà» con i cristiani palestinesi. Il primo giorno, a Gerusalemme Est, Mullally – che ha un passato da infermiera professionale nel Regno Unito – ha visitato il Princess Basma Centre per bambini palestinesi con disabilità, l’ospedale luterano Augusta Victoria e la sede della Ymca a Gerusalemme Est (associazione cristiana giovanile internazionale, nata a Londra nel 1844 in ambito evangelico anglicano, con sede mondiale a Ginevra). Qui ha ascoltato la testimonianza di una venticinquenne già incarcerata in regime di detenzione amministrativa dagli israeliani.

A Birzeit, il giorno dopo, l’arcivescova ha pronunciato l’omelia nella chiesa anglicana di San Pietro davanti alle comunità di Ramallah e Taybeh. «Spero – ha detto – che, attraverso la mia visita, possiate anche comprendere di non essere dimenticati dal Corpo di Cristo nel suo insieme. La Chiesa è chiamata a gioire con chi gioisce e a piangere con chi piange. La Chiesa è al vostro fianco nel vostro diritto a vivere in libertà e dignità». Poco dopo, ecco la visita alla famiglia di Layan Nasir, anglicana palestinese rilasciata in maggio dal carcere israeliano di Damon dopo tre periodi di detenzione amministrativa in cinque anni, e poi l’incontro con i genitori di Natalie Abuddayeh, luterana di Beit Jala arrestata pochi giorni prima. La giornata si è chiusa, a Gerusalemme, con una sosta al Patriarcato armeno per salutare il patriarca  Nourhan Manougian.

A Nazaret e Betlemme

A Nazaret l’ecclesiastica britannica ha visitato la Christ Anglican School, fondata nel 1851 e frequentata da alunni cristiani e musulmani; ha poi pregato al pozzo di Maria nella chiesa greco-ortodossa dell’Annunciazione e si è raccolta in meditazione nella basilica cattolica, dove i francescani della Custodia di Terra Santa hanno ricordato che il suo insediamento a Canterbury, in marzo, è avvenuto proprio nella festa liturgica dell’Annunciazione.

Penultima tappa è stata Betlemme. Anche Mullally ha potuto constatare con rammarico la totale assenza di pellegrini, a causa delle guerre in corso. Immancabile una sosta nella basilica della Natività, anche se la grotta sotterranea è quasi inagibile per via dei lavori di restauro avviati nell’ultima decade di gennaio. Non si poteva trascurare un amichevole gesto di attenzione alla Tenda delle Nazioni: la fattoria che la famiglia palestinese di Daoud Nassar coltiva da oltre un secolo e che è diventata un simbolo di resistenza non violenta per tanti giovani cristiani di tutto il mondo. Mullally vi ha piantato un ulivo, accanto al motto della famiglia Nassar «Ci rifiutiamo di essere nemici». In seguito al St George’s College, l’ecclesiastica ha potuto ascoltare alcuni membri del centro ecumenico Sabeel e dell’ong Rabbini per i diritti umani.

Una lettera, due arcivescovi

Il 25 giugno, a suggello del pellegrinaggio, è stata pubblicata una lettera pastorale firmata congiuntamente da Mullally e da Naoum, indirizzata alla diocesi di Gerusalemme e a tutta la Comunione anglicana. Il testo esprime preoccupazione per il futuro della presenza cristiana palestinese in Terra Santa, davanti alla quale sta una sfida «esistenziale», che richiede attenzione e responsabilità collettiva immediate. I due arcivescovi descrivono una Cisgiordania segnata dalle violenze dei coloni ebrei, da sfollamenti forzati e posti di blocco che si moltiplicano. «L’annessione – osservano – è già in corso, anche se non di nome». Intanto a Gaza la sofferenza continua. Nel collasso del sistema sanitario, l’ospedale anglicano Al Ahli è ancora tra i pochi operativi. Richiamando il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 2024, la lettera chiede l’avvio di un percorso credibile verso la fine dell’occupazione e una soluzione a due Stati, con Gerusalemme capitale condivisa da negoziare nel rispetto dello status quo storico e della custodia hashemita dei luoghi santi, prevista dall’articolo 9 del trattato di pace tra Israele e Giordania del 1994.

Primate, ma non per tutti

Un’annotazione in appendice. La primazia di Sarah Mullally e la legittimità del suo ministero sono apertamente contestati da una parte della Comunione anglicana, da tempo in polemica con le scelte della Chiesa d’Inghilterra e degli ultimi arcivescovi di Canterbury. Gafcon, il movimento che riunisce diverse province anglicane, soprattutto del continente africano, proprio a Gerusalemme, nel giugno 2008, diede forma al proprio manifesto identitario. Quando, nell’ottobre scorso, è stata resa pubblica la nomina di Sarah Mullally per la cattedra di Canterbury, Gafcon l’ha definita una scelta che «abbandona gli anglicani di tutto il mondo», sia perché il ministero episcopale dev’essere riservato ai maschi, sia per la personale apertura di Mullally alla benedizione delle unioni omosessuali. Gli anglicani che aderiscono al movimento Gafcon rifiutano ormai di riconoscere l’arcivescovo di Canterbury quale «strumento di comunione».

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