Yara Ramadan: «La crisi della scuola, grande sfida per il futuro dei palestinesi»
Per la Banca mondiale oltre 17mila studenti e 130 scuole coinvolti in 230 incidenti nell’ultimo trimestre del 2025. Le restrizioni alla mobilità, la violenza e gli scioperi stanno mettendo in ginocchio il sistema scolastico in Cisgiordania, dice la responsabile per la tutela dei minori di un’agenzia umanitaria
La crisi del sistema scolastico in Cisgiordania, e non solo nella Striscia di Gaza, «costituisce una delle più serie conseguenze del conflitto in corso in Medio Oriente e pone un’ipoteca pesante al futuro di un’intera generazione palestinese». Parla così al telefono da Betlemme l’attivista 31enne Yara Ramadan, responsabile per la tutela dei minori in Cisgiordania dell’organizzazione World Vision International.
Dopo la laurea in Interpretariato alla Bethlehem University, Ramadan è stata responsabile della solidarietà presso la Coalizione Medio Oriente e Nord Africa per Giovani, Pace e Sicurezza (la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu 2250 del 2015 che promuove la presenza dei giovani nella prevenzione della violenza e nella costruzione della pace in tutta la regione – ndr) e da anni partecipa a consultazioni regionali e iniziative di advocacy con istituzioni regionali e reti della società civile nel campo della resilienza di comunità e di leadership giovanile.
Raggiunta da Terrasanta.net a pochi giorni dalla conclusione dell’anno scolastico, conferma come in molte scuole la didattica avvenga interamente a distanza già da mesi a causa delle restrizioni alla mobilità, dell’assenza di sicurezza e dei continui scioperi degli insegnanti. «A causa delle crescenti difficoltà economiche nei Territori occupati – spiega Ramadan – molte famiglie sono piombate nell’indigenza e la pressione è diventata fortissima per molti ragazzini. Non riescono a concentrarsi sullo studio e, quel che è più grave, l’istruzione sta perdendo valore: dopo due anni e mezzo di escalation del conflitto, il giro di vite dell’occupazione e con il nuovo conflitto regionale molte famiglie non vedono più nell’istruzione lo strumento per migliorare la propria situazione. Molti adolescenti lasciano la scuola per cercare un lavoro nel sommerso, nell’agricoltura o nel settore edile, che è pericolosissimo perché quasi sempre entrano nei cantieri senza competenze e senza dispositivi di sicurezza».
Si calcola che in diverse zone della Cisgiordania il tasso di abbandono scolastico abbia sfondato negli ultimi due anni quota 10 per cento e la violenza dei coloni non risparmia neppure gli alunni. «Abbiamo ricevuto diverse segnalazioni – rimarca la nostra interlocutrice – di attacchi dei coloni ai pulmini scolastici che passano tra i villaggi per portare gli alunni a scuola. Ci sono stati persino casi in cui i coloni aspettavano che l’autobus uscisse dal villaggio per attaccarlo, minacciare i bambini, costringerli a tornare indietro».
L’ultimo rapporto della Banca mondiale evidenzia come nei Territori occupati i servizi educativi continuino a funzionare a dispetto delle difficoltà causate dalle interruzioni legate alla sicurezza e dalle pressioni fiscali. «Le restrizioni croniche alla circolazione – si legge – rendono difficile per studenti e insegnanti frequentare le scuole con regolarità e puntualità. Tra ottobre e dicembre 2025 sono stati registrati oltre 230 incidenti di sicurezza legati all’istruzione, che hanno interessato più di 130 scuole e oltre 17mila studenti. Circa due terzi di questi incidenti erano legati a restrizioni di accesso che hanno impedito a studenti e personale scolastico di raggiungere le scuole in orario, mentre il resto era associato a episodi di violenza e altre interruzioni».
A questo si aggiungono le pressioni fiscali che hanno ulteriormente ridotto la capacità del sistema di sostenere un regolare insegnamento in presenza. «A causa della grave crisi finanziaria e dei continui ritardi nel pagamento integrale degli stipendi degli insegnanti – soggiunge il rapporto – le scuole pubbliche hanno ridotto l’insegnamento in presenza a tre giorni alla settimana, rispetto ai quattro dell’anno scolastico precedente. Dall’inizio di marzo 2026, l’acuirsi delle tensioni regionali legate all’attuale conflitto in Medio Oriente ha portato le scuole della Cisgiordania a tornare temporaneamente alla didattica completamente a distanza. Sebbene l’attività scolastica non sia stata sospesa su scala sistemica come osservato a Gaza, l’impatto cumulativo delle interruzioni legate alla sicurezza e dei vincoli fiscali sta minando sempre più la continuità e la qualità dell’istruzione in Cisgiordania».
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Yara, che ha fondato insieme alle sorelle Sulaima e Dalia l’impresa sociale Ibitkar for Empowerment and Social Entrepreneurship, crede che la risposta non possa che venire dai progetti di comunità che utilizzano il patrimonio culturale e l’innovazione sociale per promuovere la creazione di lavoro, la coesione sociale e il rafforzamento dei sistemi di protezione comunitari tra giovani e donne ai margini. «Quando almeno un adulto per famiglia lavora – chiosa – si allenta la pressione per i bambini e possiamo continuare a puntare sulla scuola e sull’istruzione per liberarci dall’oppressione dell’occupazione. La Palestina non può permettersi di ritrovarsi nell’arco di dieci anni con un’intera generazione con un basso livello di istruzione. La creazione del lavoro per gli adulti tutela l’infanzia: nel proteggere la scuola, tuteliamo il futuro stesso del popolo palestinese».





















