
Al Salone del Libro di Torino, il giornalista Nello Scavo e il custode di Terra Santa fra Francesco Ielpo raccontano una regione spaccata dalla violenza e dalla polarizzazione. Due voci diverse che convergono su un punto: la speranza non è una promessa vaga, ma qualcosa di già presente.
Tra le molte voci intervenute nei giorni scorsi al Salone internazionale del Libro di Torino. Nel tardo pomeriggio di domenica 17 maggio 2026 – per iniziativa del Salone e dalla Conferenza episcopale italiana – si sono confrontati due testimoni: Nello Scavo, giornalista e inviato speciale del quotidiano Avvenire, e fra Francesco Ielpo, custode di Terra Santa. A moderare e introdurre l’incontro il giornalista Andrea Avveduto. Il titolo: «Sentinella, quanto resta della notte?» Sia pace in Terra Santa! richiamava una citazione dal Libro del profeta Isaia, capitolo 21. La domanda del profeta veterotestamentario tiene insieme il buio e l’attesa, la notte e la speranza dell’alba. Una domanda che, ascoltando fra Ielpo e Nello Scavo, non ha smesso di risuonare.
Che Israele è
L’inviato di Avvenire è appena rientrato da un viaggio in Israele. Lo descrive come un Paese in una «fase complicatissima», iniziata prima del 7 ottobre 2023. Gli eventi di quel giorno hanno fatto deflagrare tensioni già presenti da tempo: la crisi politica interna, il rischio di elezioni anticipate, lo scontro con l’Iran indefinito nella durata e nelle prospettive, e una nuova fase della guerra con il Libano. Israele ha superato il fiume Leonte (o Litani), nel sud del Libano, quello che veniva considerato il confine naturale. Difficile capire, dice Scavo, se si tratti di una fascia di sicurezza o del pretesto per nuovi insediamenti.
In Cisgiordania, intanto, colonie e avamposti israeliani hanno superato quota 270, con circa 770 mila abitanti. Una presenza che il diritto internazionale considera illegale, ma che ha un consistente peso politico, perché tutte quelle persone votano.
Uno dei nodi più intricati che Scavo affronta è il rapporto tra religione e politica. Non è un intreccio nuovo, ma si è fatto più stretto e pericoloso. Un punto di svolta, dice, è stata la legge del 2018 con cui Israele si è definito ufficialmente Stato per il popolo ebraico: una scelta che ha escluso simbolicamente chi ebreo non è — cristiani, musulmani, laici — e che ha aperto la strada a una commistione tra identità religiosa e progetto politico. La religione, in questo contesto, viene usata come «arma non convenzionale». Non nel senso di una fede vissuta, ma di un’appartenenza che legittima la de-legittimazione dell’altro.
La Custodia di Terra Santa, una presenza
Il racconto di fra Francesco Ielpo si pone su un piano differente. La Custodia di Terra Santa, comincia col ricordare, è presente in quei luoghi senza interruzione dal 1342, da quando la bolla papale Gratias agimus ne riconobbe ufficialmente il mandato. Oggi conta 276 frati provenienti da 49 paesi: dalla Cina alla California, dall’Olanda al Madagascar. Opera in Israele e Cisgiordania, ma anche in Giordania, Siria, Libano, Cipro, Rodi.
La prima sfida, dice il Custode, è interna: «Testimoniare, in una realtà così complessa e conflittuale, una fraternità possibile». Non è retorica. Tra quei frati ci sono uomini che da bambini hanno vissuto la guerra nei loro Paesi d’origine: c’è chi aveva otto anni durante il conflitto in Croazia e, ancora oggi, ogni volta che risuona una sirena, rivive il trauma. La stessa comunità dei frati è un laboratorio di convivenza difficile, prima ancora di essere uno strumento di pace verso l’esterno. «Ciò che viviamo noi è un po’ ciò che vive la gente: l’insicurezza, l’incertezza, la quasi negazione di un futuro».
Il sentimento più diffuso che i frati registrano sul campo è la paura, insieme alla rabbia. Una paura che non si vince con le parole né con le garanzie di sicurezza. Ielpo la illustra con un’immagine semplice e precisa: un bambino di sei anni nel bosco di notte. Puoi dirgli da lontano che non c’è nessun pericolo, ma la paura resta. Se invece rimane mano nella mano con suo padre o sua madre, senza una parola, la paura passa. Perché c’è qualcuno.
«La paura si vince sempre e soltanto con una presenza», dice il frate. Ed è questa la cifra con cui definisce l’essenza stessa della Custodia: una prossimità, una vicinanza capace di dire in qualsiasi circostanza, ad Aleppo come a Gerusalemme, a Betlemme come a Cipro: «C’è qualcuno che è disposto a dare la vita per te, c’è qualcuno che è qui a testimoniare che c’è un amore più grande e che non ci si arrende di fronte a tutto il buio e a tutto il male».
La polarizzazione e la cura dello sguardo
L’altra grande forza disgregante è la polarizzazione. Non solo quella tra palestinesi e israeliani, ma quella dentro ogni comunità. Ielpo la descrive con una formula secca: prima ancora di chiederti chi sei, la domanda implicita è «da che parte stai?». Se non sei dalla mia parte, sei il mio nemico. Fine della conversazione.
Mantenere uno sguardo che non sia né equidistante né trascinato dentro questa logica richiede, dice fra Ielpo, un lavoro costante su sé stessi. Una cura quotidiana. Richiede di custodire un cuore che non si lasci contaminare dall’odio, dal risentimento, o, parola che usa con precisione, dal vittimismo. «Il vittimismo, nel tempo, ti trasforma. Può trasformarti perfino in qualcuno ancora più spietato di chi ti ha fatto un’ingiustizia».
Incontrando i consigli pastorali dei cristiani di Gerusalemme, rammenta il padre custode, la domanda che torna più spesso non è teologica né politica. È personale: «Padre, in quel momento lei che cosa ha provato?». Perché tutti sono dentro lo stesso contesto di conflitto e tensione, e la questione di come mantenere lo sguardo è urgente e concreta.
Ielpo torna alla figura di Francesco d’Assisi. Otto secoli fa, nell’estate del 1219, in mezzo a una delle battaglie più sanguinose delle Crociate, Francesco attraversò lo spazio che separava i due campi per andare, disarmato, a incontrare il sultano al-Malik al-Kamil. «Quello spazio fisico era anche la distanza infinita che separa i popoli anche quando sono geograficamente vicini». La Custodia si vede erede di quel gesto. Non perché basti un gesto, ma perché quel gesto dice qualcosa di essenziale sul modo di stare di fronte all’altro.
C’è un dettaglio che Ielpo porta come indizio di questa attenzione al linguaggio: negli scritti di Francesco d’Assisi la parola «nemico» non compare mai riferita all’altro. L’unico nemico che Francesco riconosce è il proprio peccato. «Il linguaggio dice la nostra visione della realtà», sottolinea il francescano. «Esprime il modo in cui vediamo e interpretiamo ciò che ci circonda».
La speranza che già esiste
Quando il moderatore chiede a Nello Scavo che cosa significhi la speranza in un contesto come questo, il giornalista risponde con un’immagine sonora: «La speranza è che si abbassi il volume». La speranza non ha la voce grossa. Arriva attraverso chi, dentro il conflitto, fa qualcosa di inatteso: «come se qualcuno, a un certo punto, cominciasse a suonare una musica diversa».
A Gerusalemme, nei giorni delle celebrazioni nazionaliste, Scavo ha visto ragazzi di associazioni nonviolente frapporsi con le loro casacche tra i gruppi violenti e le vittime designate, rischiando a loro volta l’arresto. Gli ritornano alla mente le donne di Veles, un piccolo villaggio della Macedonia che dal 2011, senza aiuti statali né internazionali, ha prestato aiuto a circa 250mila profughi siriani e afghani. O i magistrati della Corte penale internazionale che continuano il loro lavoro anche dopo essere stati colpiti da mandati di cattura della Russia. A tutti lui ha posto la stessa domanda: «Perché continuate?» La risposta va sempre nella stessa direzione: «Noi siamo forse l’ultima speranza per le vittime. E non possiamo rinunciarci».
«Per me sperare è anche una responsabilità», dice Scavo. «La mia non è la speranza cieca di chi dice: domani andrà meglio. È la speranza consapevole di chi dice: io lo devo raccontare, devo dare una voce. Perché senza una voce la speranza smette di essere speranza».
Ielpo porta la stessa logica su un piano diverso. Per anni ha mostrato una foto scattata ad Aleppo nel 2017: file di palazzi distrutti, anneriti dagli incendi, e in mezzo a quella desolazione un puntino bianco su un balconcino. Era la casa appena rimessa in sesto dalla Custodia per una famiglia poverissima. «Per anni ho fatto vedere questa foto chiedendo che cosa si vedesse. Tutti vedevano la distruzione. Io dicevo: la speranza è lo sguardo che, in mezzo a tutto quel buio, riesce a vedere quel puntino bianco».
La speranza, per Ielpo, non può essere proiettata solo nel futuro. Deve già esistere nel presente, incarnata in qualcosa di concreto e visibile. Lo trova nella parabola del seminatore: perché seminare sulla strada, tra i rovi, tra i sassi? «Forse dentro questa parola c’è un messaggio più profondo: a te è chiesto di seminare anche dove ti sembra che ci sia l’asfalto, anche dove ciò che sta per nascere sembra subito soffocato da una nuova guerra, da un nuovo conflitto, da una nuova parola sbagliata». La chiama la speranza grande trenta centimetri. Piccola, concreta, già presente. «Se non c’è già un segno ora, rischia di diventare soltanto un’illusione».
L’incontro si è chiuso con una citazione che il moderatore ha lasciato sospesa: certo, il mattino arriva, ma dopo il mattino la notte ritornerà. Grano e zizzania convivranno fino alla fine. Ma questo, dicono i due ospiti, non è una resa. È la condizione dentro la quale vale la pena seminare, testimoniare, raccontare. E restare.

























