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Sud del Libano, storie di occupazione

Terrasanta.net
13 maggio 2026
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Sud del Libano, storie di occupazione
7 maggio 2026: soldati israeliani pattugliano un villaggio libanese distrutto nei pressi del confine meridionale. (foto Ayal Margolin/Flash90)

Nei 600 chilometri quadrati occupati da Israele nel sud del Paese sono 68 i villaggi controllati militarmente e oltre 200mila gli sfollati. La guerra ha causato quasi tremila morti. I vescovi maroniti esortano il Libano a essere sovrano e neutrale, mentre la popolazione chiede solo di vivere con dignità. La testimonianza di fra Toufic Bou Mehri, parroco francescano.


La motivazione è sempre la stessa: eliminare strutture e armi di Hezbollah che si trovano vicino al confine meridionale del Libano usate per minacciare il nord di Israele, specialmente la Galilea. Così le forze armate israeliane nei primi giorni di maggio hanno attaccato il villaggio di Yaroun, a meno di due chilometri dalla Linea blu – la frontiera israelo-libanese – dove erano rimaste poche famiglie cristiane e musulmane, distruggendo la scuola cattolica delle suore salvatoriane dell’Annunciazione, un piccolo ordine religioso greco-cattolico. L’istituto esisteva da più di mezzo secolo ed era un riferimento per la comunità locale. Anche il convento è stato danneggiato.

Dieci giorni prima, l’esercito israeliano aveva precisato i parametri di una «zona di sicurezza avanzata» che intende istituire nel sud del Libano in vista di un cessate il fuoco definitivo. Secondo i dati raccolti dal quotidiano libanese L’Orient-Le Jour, l’area si estende per poco più di 600 chilometri quadrati, pari a quasi il 6 per cento dell’intero territorio libanese, e comprende decine di città e villaggi. Sono 68 i villaggi controllati dall’esercito israeliano, secondo quanto ha dichiarato l’11 maggio il primo ministro libanese Nawaf Salam: prima della guerra ricominciata il 2 marzo, erano solo cinque. L’occupazione si estende per circa metà del territorio a sud del fiume Leonte (Litani), per una trentina di chilometri dal confine israeliano. La strategia dell’Idf consiste nel proibire completamente l’accesso a questi villaggi ai loro abitanti. Un’occupazione che ricalca quella che Israele impone alle alture del Golan da quasi sessant’anni, e su metà della Striscia di Gaza dall’ottobre 2025.

In assenza di un censimento affidabile, che in Libano non si tiene da decenni, le stime sulla popolazione costretta ad abbandonare i villaggi si basa sulle liste elettorali del 2022 e indicano che almeno 200mila adulti costretti ad abbandonare le proprie case (sono esclusi i residenti con meno di 21 anni, perché non rientrano nelle liste).

Questa nuova guerra ha già causato quasi tremila morti. Molti civili, personale dei soccorsi e giornalisti sono stati uccisi. L’uso da parte dell’esercito israeliano delle bombe al fosforo, che rendono inabitabili e non coltivabili i territori in modo permanente, è stato denunciato da più parti.

→ Leggi anche: Tra due fuochi gli sfollati del Libano meridionale

Un francescano tra gli sfollati

Fra Toufic Bou Mehri, frate minore della Custodia di Terra Santa, è parroco dei cattolici latini in un territorio ampio del Libano meridionale, fra Tiro, sulla costa, dove si trova il convento, i villaggi dell’interno e la Linea blu. Racconta come la gente abbia dovuto lasciare le proprie case e i propri ricordi, costretta vivere in un presente sospeso senza poter pensare al futuro.

Fra Toufic Bou Mehri

«La comunità parrocchiale di Deir Mimass, in montagna, a soli quattro chilometri dalla frontiera con Israele, è stata tagliata fuori – ci dice –. Io non posso arrivarci. Non posso raggiungere i miei parrocchiani che sono rimasti bloccati. Si trovano in questo momento con loro un prete ortodosso e un prete melchita». Continua padre Toufic: «Nel nostro convento a Tiro abbiamo accolto quasi duecento persone sfollate dai paesi limitrofi. Tutto quello che abbiamo potuto dar loro è un po’ vicinanza e un tetto. I primi giorni non eravamo pronti a ricevere una massa di gente. Si sono sistemati nelle aule che usavamo per il catechismo, hanno usato il grande salone dove si preparava una lezione o un corso di mosaico. La tela che doveva servire da base del mosaico è stata la coperta per bambini. Questo è un ricordo che mai cancellerò dalla mia mente… Abbiamo cercato di dar loro un po’ di dignità perché si sentivano veramente a disagio».

È una zona montuosa quella che Israele sta occupando, chiamata Jabal Amil, dove storicamente si è creata una maggioranza musulmana sciita, anche se molti cristiani nei secoli vi hanno trovato riparo. Un territorio rimasto ai margini ai tempi dell’impero Ottomano; più vicina nella sua economia rurale al porto di Haifa, oggi in Israele, che a quello di Beirut. Nella regione si organizzò già dopo la Nakba del 1948 una resistenza contro Israele, alimentata dai profughi palestinesi. Nei decenni Israele ha sempre cercato di controllarla per ridurre la minaccia che da lì proveniva. Ha occupato i territori a sud del fiume Leonte tra il 1978 e il 2000, disseminandolo di mine; ha combattuto un mese di guerra nel 2006.

L’Unifil, la forza di interposizione dell’Onu che esiste dal 1978 e che nel 2006 ha iniziato il suo ultimo mandato, sta giungendo alla fine di mezzo secolo di presenza. Il compito di creare una zona cuscinetto, contenendo le forze di Hezbollah, di fatto un esercito all’interno dello Stato libanese, alla fine è fallito e intanto la diplomazia internazionale sta discutendo sulle forze e i modi con cui sostituirla.

«Il Libano sia spazio di dialogo aperto e permanente»

I vescovi cattolici maroniti, rappresentanti della Chiesa orientale più numerosa nel Paese, riuniti in assemblea il 6 maggio hanno voluto sottolineare che «il Libano non è una semplice entità politica contingente e transitoria, ma un messaggio di presenza umana e civile basato sulla libertà, la pluralità e la convivenza».
Per questo hanno richiamato le istituzioni del Paese alle loro responsabilità per fare prevalere la Costituzione e lo Stato di diritto ed evitare «ogni tipo di slittamento verso i conflitti altrui».

Il Libano resta infatti in equilibrio precario: «Né Israele né Hezbollah» potrebbe essere lo slogan che può unire il maggior numero di persone e offrire una terza via, ma che le istituzioni non hanno avuto ancora la forza di attuare. Perciò i vescovi chiedono uno Stato più forte, che le tensioni tra Hezbollah e le altre componenti del Paese ostacolano, e un processo di pace che porti il Libano alla neutralità, lontano dai conflitti del Medio Oriente, per risollevarsi dalle devastazioni economiche e sociali che dal 2019 lo hanno colpito.

«La stragrande maggioranza dei libanesi – concludono – non vuole una guerra senza fine, una guerra combattuta per conto di altri a scapito della propria vita e della propria sicurezza».

Fra Toufic osserva come il Libano, anche se piccolo, veda al suo interno enormi disparità: «Nello stesso Paese ci sono i giovani che vanno la sera a discoteca a Beirut e nel Nord. E ci sono bambini che vivono la paura nel Sud, mentre le loro chiese e le loro scuole restano chiuse». Continua il frate francescano: «Alcuni mi hanno detto: “Padre, non siamo dati da mettere nelle statistiche e non siamo una merce da vendere per ottenere un po’ di sostegno e di aiuto. Siamo gente che chiede di vivere, e chiede di vivere con dignità”». (f.p.)

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