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Stato palestinese, un piano di pace esiste ma nessuno ne parla

Manuela Borraccino
5 maggio 2026
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Stato palestinese, un piano di pace esiste ma nessuno ne parla
Elettrice palestinese in un seggio elettorale a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza, il 25 aprile 2026. (foto Ali Hassan/Flash90)

All’indomani delle elezioni con la prevedibile vittoria di Fatah in assenza di alternative, non perde la sua validità il piano di pace redatto lo scorso giugno da un gruppo di studiosi palestinesi con il patrocinio della Cambridge Initiative on Peace Settlements.


Si sono concluse con la prevista vittoria del partito Fatah le elezioni comunali palestinesi dello scorso sabato 25 aprile. L’affluenza è stata del 56 per cento in Cisgiordania e del 23 per cento a Deir al-Balah, l’unica città della Striscia di Gaza dove si sono svolte le consultazioni, le prime da vent’anni a questa parte. Hamas, che nel 2007 ha estromesso gli uomini dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) dal controllo di Gaza, stavolta non ha formalmente candidato nessuno nella Striscia e ha boicottato le elezioni in Cisgiordania, dove era ampiamente prevista la vittoria di Fatah. Qui i sostenitori del presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, hanno stravinto; anche perché nella maggior parte dei seggi non c’erano alternative. Per il primo ministro palestinese Mohammad Mustafa la chiamata alle urne ha rappresentato «un primo passo importante in un più ampio processo nazionale volto a rafforzare la vita democratica e verso l’unità della patria».

Che differenza possono fare queste elezioni per i 3,2 milioni di palestinesi della Cisgiordania alle prese con la crescente violenza dei coloni nella connivenza dell’esercito israeliano e per i 2,3 milioni che sopravvivono nella Striscia di Gaza? Gli ultimi sondaggi mostrano che tanto Hamas quanto Fatah sono ampiamente disprezzati per la catastrofica situazione economica anche in Cisgiordania e difficilmente, ormai, possono essere considerati rappresentativi del popolo palestinese. Eppure le diverse voci che si levano da anni dall’interno della società civile mostrano un significativo accordo su alcuni principi essenziali per un piano palestinese di cessate il fuoco, pace e ricostruzione che riflette in gran parte quello dell’Unione europea e delle Nazioni unite.

Nel giugno 2025 un gruppo di studiosi e accademici palestinesi in patria e all’estero ha redatto un Piano di armistizio palestinese promosso dalla Cambridge Initiative on Peace Settlements. Il documento di 51 pagine è ricchissimo di dettagli su come fare in modo che la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, passando per una tregua permanente, tornino al tavolo negoziale con Israele nel rispetto del diritto internazionale, della diplomazia e dell’assunzione di responsabilità civili e penali da parte di tutti gli attori per quanto avvenuto negli ultimi anni.

Definito dagli osservatori «il piano più completo, pragmatico e visionario» sul percorso da seguire, il documento prevede in primo luogo che, come non sempre previsto dagli altri piani mediati a livello internazionale, i palestinesi siano coinvolti nel processo di progettazione, ricostruzione e transizione verso uno Stato palestinese. Fra le pagine più lucide compaiono in effetti quelle che contengono un’analisi approfondita sulle riforme necessarie all’interno dell’Olp, che rimane l’entità riconosciuta internazionalmente come rappresentativa di tutti i palestinesi, e per rinnovare gli organismi della screditata Anp con il robusto coinvolgimento della società civile e l’intervento della comunità internazionale.

Il documento di lavoro «propone una via pragmatica e realistica per porre fine all’attuale violenza». Afferma che «lo Stato di Palestina esiste e che il suo territorio, comprendente Gaza e la Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est), è occupato da Israele». Si basa quindi su questa realtà de jure dei due Stati come trampolino di lancio per i negoziati verso una soluzione permanente tra l’Olp e Israele. Esso afferma che «l’armistizio deve essere globale, comprendere con Gaza tutti i Territori palestinesi occupati da Israele ed essere preservato e monitorato da forze internazionali di mantenimento della pace sotto mandato dell’Onu».

Il quadro incorpora il Piano approvato dalla Lega araba (nel 2025 sulle basi già gettate in una precedente Iniziativa di pace araba nel 2002 – ndr) e dalle maggiori organizzazioni delle due società civili palestinese e israeliana «come leva per la pace regionale e l’integrazione a lungo termine di Israele in Medio Oriente». Oltre a una road-map per il rinnovamento delle istituzioni palestinesi durante la transizione, prevede meccanismi per l’incorporazione di tutte le fazioni sotto l’egida dell’Olp come già previsto dall’estate 2024 dalla Dichiarazione di Pechino. Insiste sulle forme innovative di partecipazione dei cittadini, anche attraverso le piattaforme digitali, al processo decisionale da parte dei palestinesi in patria e all’estero durante la transizione: «tale coinvolgimento rafforzerà la legittimità e la credibilità fino a quando non sarà possibile tenere elezioni complete, eque e libere per l’Olp e lo Stato di Palestina e convocare un’assemblea nazionale». Vanno inclusi «donne e giovani, nonché rappresentanti di organizzazioni comunitarie, movimenti sociali, sindacati, accademici, opinion leader, settore privato, persone con bisogni speciali e tutti coloro che hanno sofferto maggiormente per la mancanza di rappresentanza e hanno espresso un forte senso di abbandono da parte della leadership».

La piattaforma si basa sulle migliori pratiche internazionali sui processi di costruzione della pace dal basso e non entra nel merito se l’obiettivo ultimo debba essere quello dei due Stati, di un unico Stato o di un’altra configurazione concordata con Israele. Ribadisce l’ancoraggio al diritto internazionale e al parere della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024, secondo la quale l’intera occupazione dei Territori palestinesi è illegale e deve cessare. «Ciò significherebbe insistere affinché Israele si ritiri dal territorio palestinese sovrano, mentre la forza internazionale interviene per la transizione verso il governo palestinese».

Anche per questo è così importante prevedere un meccanismo di responsabilità per i crimini commessi tanto da Hamas quanto da Israele. Hamas, del resto, ha fatto trapelare che sarebbe disposto a negoziare un disarmo graduale in un processo volto alla creazione di uno Stato palestinese e all’inclusione della propria fazione nell’Olp.

Quel che è certo, chiosa il documento, è che «oggi esistono opportunità per tale impegno dove da tempo non ce n’erano». «Un risultato duraturo, equo e basato sui diritti tra palestinesi e israeliani è fondamentale per la pace e la sicurezza internazionali e per la stabilizzazione regionale. Tutti gli altri piani volti a mettere da parte l’autonomia palestinese o a dividere la popolazione o il territorio non riusciranno a raggiungere una pace duratura e sono quindi destinati a portare a ulteriori conflitti e instabilità». Per questo è necessario procedere per salvare quel che resta dell’ordine internazionale emerso dalle ceneri della Seconda guerra mondiale prima che sia troppo tardi.

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