«Damasco non si lascia afferrare tutta insieme». Lo ammette subito Lorenzo Trombetta, e l’ammissione vale come dichiarazione di metodo. Chi cerchi un manuale o una guida turistica resterà deluso. Chi invece accetti di entrare in una città come si accosta un organismo vivo, trovando un senso al disordine apparente, scoprirà in questo volume qualcosa di raro: un libro che pensa mentre racconta.
Paesi Edizioni colloca il volume nella collana «Città geopolitiche», diretta da Lucio Tirinnanzi. È lui a spiegare come essa sia dedicata a metropoli o centri urbani intesi come «organismi viventi e dinamici che nascono, si sviluppano e, al pari degli umani, si modificano in relazione all’ambiente e allo spazio vitale circostante». La collana propone reportage letterari e saggi narrativi su luoghi la cui influenza internazionale li rende imprescindibili. Tra i titoli, già usciti o in programma, figurano San Pietroburgo, Teheran, Istanbul, Sarajevo, Rio de Janeiro, Lagos, Hong Kong.
Il giornalista e studioso Lorenzo Trombetta conosce e frequenta Damasco da oltre venticinque anni. Ci arrivò giovane studente di arabo nel 1998, poi ci tornò come giornalista e analista, seguendone le trasformazioni anche a distanza durante gli anni più bui della guerra. Il libro che ne risulta è il frutto di un ritorno fisico nell’autunno del 2025, a quasi un anno dal crollo del regime degli Assad (8 dicembre 2024). Il sottotitolo — Crocevia millenario nello spazio euro-asiatico — dice già molto della prospettiva adottata: Damasco non come soggetto isolato, ma come nodo di forze più grandi che l’attraversano da millenni.
Il filo conduttore del libro è sintetizzato in un’immagine che l’autore porta con sé da un quarto di secolo: «vernice fresca a Damasco». Era il titolo di uno dei suoi primi articoli sulla Siria, scritto nel 2000, quando il neo-insediato Bashar al-Assad sembrava voler innovare senza intaccare le strutture del potere. Quella metafora, Trombetta la ritrova intatta nel Damasco post-Assad: il nuovo potere incarnato da Ahmed al-Sharaa si presenta come rottura, ma attinge agli stessi meccanismi del predecessore, occupa gli stessi edifici, riplasma le stesse reti clientelari. Cambia l’etichetta, non la logica. Una tesi netta, sostenuta con dovizia di prove e di incontri, che l’autore espone senza cautele diplomatiche, ma anche senza semplificazioni ideologiche.
La struttura del volume segue una logica concentrica e tematica insieme. Si parte dall’ingresso in città dai quattro punti cardinali — ognuno con la sua memoria di eserciti, pellegrini, fughe, ritorni — per poi addentrarsi nei quartieri, nei mercati, nelle periferie distrutte, fino alle storie individuali che diventano specchio di dinamiche collettive. La dimensione geopolitica è sempre presente, ma non schiaccia quella umana: i due piani convivono e si alimentano a vicenda.
Per i lettori di Terrasanta.net, alcuni capitoli meritano attenzione particolare. Quello sulla città geopolitica analizza il suq come ecosistema economico e sociale plurisecolare, mostrando come i mercati della città vecchia siano stati, e restino, spazi di negoziazione del potere, non semplice scenario folklorico. Il capitolo Damasceni chi? affronta la questione identitaria smontando la comoda metafora del «mosaico»: le comunità di Damasco — musulmane sunnite, cristiane, ebraiche, sciite, druse — non sono mai state tessere immobili di un disegno armonioso, ma soggetti in perenne negoziazione, spesso in conflitto, sempre in movimento. L’identità non si eredita, si costruisce di giorno in giorno, e viene usata dal potere a seconda delle convenienze.
La dimensione religiosa è trattata con la stessa complessità. La Grande Moschea degli Omayyadi è letta non solo come monumento dell’islam medievale, ma come stratificazione viva: il sito arameo di Hadad, il tempio romano di Zeus, la basilica cristiana di Giovanni Battista, poi la moschea. I celebri mosaici non vengono liquidati come semplice eredità donata da Bisanzio: Trombetta mostra come fossero opera delle botteghe damascene stesse, che assorbivano influenze esterne e le restituivano come sapere urbano proprio. La stessa dinamica vale per la convivenza tra comunità: non idillio, ma realismo.
Sulla condizione dei cristiani, il libro non offre rassicurazioni. Abu Rami, l’ultimo liutaio di Bab Sharqi, implora l’autore di aiutarlo a ottenere un visto per l’Europa. I cristiani di Damasco, che attorno al 1850 rappresentavano il 15 o 20 per cento della popolazione, sono oggi forse l’1 o 2 per cento. L’attentato alla chiesa ortodossa di Sant’Elia nel giugno 2025 — trenta morti — e la risposta istituzionale giudicata insufficiente dal patriarca greco-ortodosso d’Antiochia Youhanna X sono raccontati con precisione. La visita di al-Sharaa alla Maryamiye, sede del Patriarcato, viene considerata pià un rito politico che un gesto ecumenico: il rinnovo di un patto comunitario verticale — il potere protegge, i protetti ringraziano — che attraversa la storia di Damasco almeno dagli omayyadi. Trombetta cita persino il versetto coranico che al-Sharaa ha scritto nel libro delle visite del patriarcato: un messaggio calibrato, che parla di «convivenza» intesa non come fusione ma come coabitazione regolata tra soggetti distinti.
Analoga lucidità è riservata alla questione ebraica. Il quartiere di Haret el-Yahud — oggi prudentemente ribattezzato Haret el-Amin — viene percorso insieme a Walid, fumettista siriano alawita, con occhi che sanno cosa cercare dietro i muri scrostati: le sinagoghe chiuse, la scuola Maimonide, Beit Farhi, le botteghe degli orafi, i ricordi ancora vivi dei pochi rimasti. Nel 1992 la comunità ebraica di Damasco è partita in poche settimane. Le case sono rimaste vuote per trent’anni in una gestione opaca che l’autore descrive senza esimersi dall’interrogarsi sulle ragioni. Oggi alcune di quelle dimore vengono recuperate da esponenti della diaspora siriana globale, ma con finalità e linguaggi che, osserva Trombetta, sembrano rispondere più a priorità definite a Londra o Washington che al confronto con la società locale.
Altrettanto importante, e forse meno scontata per un lettore esterno, è l’analisi delle periferie. Jobar, Yarmuk, Hajjira: quartieri rasi al suolo, spogliati sistematicamente dei materiali recuperabili, abitati da chi non ha potuto o voluto fuggire. Trombetta ci entra fisicamente e ci porta dentro, con testimonianze dirette e senza retorica compassionevole. La domanda che rimane aperta – chi ricostruirà, quando, e con quali interessi – è politica prima che umanitaria.
Lo stile è asciutto, senza aggettivi superflui, con una capacità rara di fare incontrare la grande storia e la piccola: il Khan Assaad Basha del Settecento e il guardiano che prende ancora cento dollari al mese, la Colonna del telegrafo di piazza Marge e le foto degli scomparsi appiccicate ai muri attorno, il rito antico della sedia vuota davanti alle botteghe del suq e le holding che cambiano nome senza cambiare logica. Il volume è corredato da mappe, cronologia, glossario e indicazioni bibliografiche: strumenti utili, non ornamentali.
Un libro utile, in un momento in cui il Medio Oriente torna a essere teatro di ridefinizioni che coinvolgono direttamente anche Gerusalemme e la Terra Santa. Damasco è sempre stata il crocevia in cui quelle ridefinizioni prendono forma, si depositano, vengono assorbite e restituite. Trombetta lo sa, e lo mostra.

Lorenzo Trombetta
Damasco
Crocevia millenario nello spazio euro-asiatico
Paesi Edizioni, 2026
pp. 254 – 18,00 euro


























