Biblioteche e teatro a Gaza: «La cultura non è un lusso, ma una necessità»
Grazie a una raccolta fondi online, due amici trentenni riaprono una biblioteca nel centro di Gaza: «Vogliamo mostrare al mondo che resistiamo anche grazie alla cultura e alla conoscenza» hanno spiegato alla testata israelo-palestinese +972 Magazine.
Fino al 7 ottobre 2023 Sarah Al-Taweel, oggi 24enne, studiava all’Università al-Azhar e si spostava da una biblioteca all’altra per prendere libri in prestito. «Ho smesso di farlo durante la guerra. Ho provato a procurarmi libri e romanzi online, ma la sensazione è diversa quando tengo in mano un libro. Mi sento psicologicamente a mio agio, come se fossi libera tra le parole e le righe». Sarah è diventata così una delle prime persone che hanno visitato la Phoenix Library, la biblioteca inaugurata alla fine di aprile nel centro di Gaza grazie alla campagna di crowdfunding di due amici poco più che trentenni, Omar Hamad e Ibrahim Al-Masri. La ragazza ha raccontato alla testata elettronica +972 Magazine come vedere i libri disposti sugli scaffali come prima della guerra le abbia restituito un senso di normalità. «Ora posso passare il tempo a leggere. Isolarmi dalla difficile realtà in cui viviamo – ha aggiunto – è importante per preservare la nostra salute mentale. Per me il risultato più importante dopo il cessate il fuoco è stata l’apertura della biblioteca».
Omar e Ibrahim hanno raccolto più di 120mila dollari nella raccolta fondi lanciata per ristrutturare un edificio sopravvissuto ai bombardamenti e per salvare dalle macerie quel che resta della vita letteraria nella Striscia di Gaza. La scommessa era quella di offrire soprattutto ai più giovani uno spazio dove far rinascere la lettura, la scrittura e l’educazione musicale nella devastazione creata dalla guerra.
«Come persone che leggono, scrivono e hanno a cuore la cultura – ha raccontato Al Masri, 31 anni – è stato difficile per noi vedere i centri educativi e le biblioteche distrutti e i libri bruciati. Abbiamo chiamato la biblioteca Fenice perché evoca la rinascita dalle macerie e la speranza in mezzo al dolore. Vogliamo vivere la nostra vita normalmente e mostrare al mondo che, nonostante le circostanze, resistiamo nel nostro Paese anche grazie alla nostra cultura e alla conoscenza».
Nel corso di due anni di offensiva israeliana, quasi tutti i centri e le istituzioni scolastiche e culturali di Gaza sono stati distrutti e almeno 150 protagonisti della cultura sono stati uccisi. Ma non è mai venuto meno, soprattutto fra i giovani, il desiderio di non lasciare languire la vita letteraria e artistica della Striscia, un tempo fiorente, anche per alimentare la resilienza della popolazione stremata dagli sfollamenti.
«Siamo riusciti – racconta al Masri – a recuperare libri dalle macerie delle biblioteche private e universitarie. Altri libri appartenevano a persone uccise durante la guerra e ci sono stati donati dalle loro famiglie. Volevano che le persone traessero beneficio da quei libri e che servissero come una donazione in memoria dei loro cari». «L’idea della biblioteca – gli fa eco l’amico – è nata perché volevamo preservare ciò che era sopravvissuto e far rinascere la lettura, la scrittura e la ricerca a Gaza in mezzo all’immenso vuoto educativo creato dalla guerra».
La biblioteca ospita ora più di 6.000 libri in arabo e inglese, che spaziano dalla scienza alle lingue ed esplorano gli studi di mass media, istruzione, management, economia, medicina, matematica, diritto e storia, oltre alla letteratura araba e internazionale, con un’attenzione particolare alla letteratura palestinese e alla storia di Gaza. È diventata rapidamente un rifugio per i lettori accaniti in cerca di pace e tranquillità, nonché uno spazio di studio per gli studenti le cui biblioteche universitarie sono state distrutte. Molti degli studenti che la frequentano dicono di voler contribuire ad ampliare la collezione della biblioteca cercando libri tra le macerie delle biblioteche e dei centri culturali distrutti.
Cominciano a riaprire anche i corsi musicali di oud, le gallerie e i laboratori teatrali, anche per consentire alle persone di convivere con l’estrema precarietà delle tende e trovare le risorse per progettare e ricostruire. Prima della guerra il teatro a Gaza, ha spiegato il regista e produttore palestinese Jamal Abu Al-Qumsan, «era vitale per l’espressione artistica e la consapevolezza della comunità, nonostante le risorse limitate e il blocco». L’immenso vuoto creato da questa deprivazione di un luogo di espressione e di dialogo ha fatto sì che oggi tante famiglie stiano cercando la normalità e il superamento dei traumi inflitti ai bambini nella riapertura dei laboratori teatrali. «Il teatro per loro è un mezzo per esprimere le emozioni e ritrovare un senso di sicurezza perduto durante la guerra: per questo – chiosa – non è un lusso ma una necessità umana e rimarrà un bisogno sociale e culturale indipendentemente dalle sfide che dovremo affrontare».





















