
Pochi giorni dopo la Marcia delle bandiere e i suoi slogan anti-arabi nei vicoli della città vecchia, un'altra Gerusalemme ha tentato di mostrarsi la sera del 18 maggio. Più discreta. Più fragile anche. Centinaia di persone hanno partecipato alla quarta «Marcia interreligiosa di Gerusalemme per i diritti umani e la pace» organizzata in città.
Rabbini – uomini e donne –, sacerdoti – uomini e donne –, religiosi e religiose, musulmani e drusi, militanti israeliani e palestinesi hanno sfilato insieme, il 18 maggio nel tardo pomeriggio, fino alla Porta di Giaffa. I cartelli parlavano di giustizia, pace e dignità umana. I canti si alternavano tra ebraico, arabo e inglese. Niente di spettacolare. Ma nel clima attuale, la semplice idea di marciare insieme era già un atto politico. Vagamente sovversivo.
Da quattro anni, questa marcia si propone come risposta simbolica alla Marcia delle bandiere del Giorno di Gerusalemme. Quest’ultimo attira ogni anno decine di migliaia di nazionalisti religiosi. Dal 7 ottobre e dalla guerra a Gaza, le tensioni sono diventate ancora più visibili. Anche quest’anno gruppi di giovani ebrei hanno scandito slogan ostili agli arabi nel quartiere musulmano della città vecchia.
Di fronte a questa dimostrazione di forza nazionalista e religiosa, gli organizzatori della marcia interreligiosa vogliono difendere un’altra visione della Città Santa. Una Gerusalemme in cui le appartenenze religiose non portino necessariamente allo scontro.
Il contrasto è stridente. Da un lato, una mobilitazione massiccia, sostenuta da ministri e figure del nazionalismo religioso israeliano. Dall’altro, qualche centinaio di persone che avanzano lentamente dietro striscioni che invocano il dialogo.

Anche la cantante israeliana Noa, sfila con ebrei, musulmani e cristiani nella marcia per i diritti umani e la pace, Gerusalemme, 18 maggio 2026. (foto Yonatan Sindel/Flash90)
E quest’anno, segno che il clima non si sta rasserenando, la via commerciale di Giaffa aveva lasciato posto a via King David. Invece di partire cantando da piazza di Sion (Kikar Zion), i militanti della pace si erano prima riuniti nel giardino del Ymca per mescolare canti, preghiere e discorsi, prima di intraprendere una marcia che è rimasta silenziosa finché potevano essere uditi dalle finestre dei palazzi circostanti. Solo una volta sul viale Yitzhak Kariv, sotto gli alberi, quasi al riparo dagli sguardi, hanno osato pregare cantando. Ma il cuore c’era, per ciascuno. E la gioia di stare insieme, e per molti di ritrovarsi.
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Nel silenzio delle autorità religiose ufficiali, ebraiche e musulmane — uno degli aspetti che più colpisconoi di questo raduno — una parte del fronte israeliano della pace tenta oggi di riappropriarsi del linguaggio spirituale e biblico, a lungo abbandonato alle correnti nazionaliste religiose.
Tra gli organizzatori figuravano in particolare membri dei Rabbini per i Diritti dell’uomo, di Tag Meir, del Rossing Center, di Women Wage Peace, ecc. Diversi responsabili religiosi ebrei hanno insistito sul fatto che la fede deve condurre alla protezione della dignità umana e non all’umiliazione dell’altro.
Quest’anno, per la prima volta, il cardinale Pierbattista Pizzaballa aveva registrato un breve messaggio video per incoraggiare la partecipazione alla marcia. Il patriarca latino di Gerusalemme invitava i fedeli a non cedere allo scoraggiamento e a restare presenti nello spazio pubblico, nonostante la guerra e le tensioni.

Un momento musicale nei giardini del Ymca. (MAB/CTS)
I cristiani erano in effetti più numerosi rispetto agli anni precedenti. Si incontravano religiosi, alcune comunità internazionali, sacerdoti e laici impegnati nel dialogo interreligioso. Ma i cristiani palestinesi si contavano quasi sulle dita di una mano.
Questa assenza diceva molto del clima attuale. Per molti palestinesi cristiani di Gerusalemme e d’Israele, partecipare a questo tipo di evento resta complicato. Alcuni dubitano ancora dell’efficacia di queste iniziative. Altri temono di essere strumentalizzati in contesti in cui i rapporti di forza restano profondamente ineguali.
Una minoranza fragile
La marcia non ha ovviamente cambiato nulla della situazione politica e non pretendeva di farlo. Ma rivela l’esistenza di una piccola rete israeliana e interreligiosa che rifiuta la logica di separazione totale imposta da mesi.
In una società israeliana profondamente traumatizzata dal 7 ottobre e radicalizzata dalla guerra, queste voci restano minoritarie. Appaiono a volte scollegate dal clima dominante. Eppure, continuano a manifestarsi nelle strade di Gerusalemme, proprio perché considerano la dimensione religiosa come parte del problema, ma anche come possibile parte della soluzione.
A qualche centinaio di metri dalle mura della città vecchia, dei credenti hanno così tentato, per la durata di una serata, di ricordare che a Gerusalemme la religione non parla sempre il linguaggio della conquista.

«A Gerusalemme, per i diritti umani e la pace». (MAB/CTS)

























