Nel gennaio 2025 l'esercito israeliano espulse 40mila palestinesi dal campo profughi di Jenin. Lo scorso 13 aprile, a 120 donne che cercavano di andare a riprendersi effetti personali lasciati in casa, i soldati hanno scritto numeri sulle mani per classificarle. Le case e l'intero campo erano irriconoscibili: restano solo macerie, hanno riferito.
«C2» si legge scritto a pennarello sul dorso della mano di Raya Orouq, una signora che viveva nel campo profughi di Jenin fino al gennaio 2025 quando l’esercito israeliano ordinò di evacuarlo, cacciando via 40mila palestinesi da quelle che negli ultimi 58 anni erano diventate le loro case. Lo scorso lunedì 13 aprile, insieme ad altre 120 donne, Raya si è presentata all’ingresso del campo per verificare lo stato delle case e poter recuperare i propri effetti personali. I soldati hanno permesso alle donne di entrare nel campo per meno di due ore, sotto stretta sorveglianza militare e seguendo percorsi prestabiliti. Durante le perquisizioni all’ingresso, i soldati hanno scritto numeri e lettere sulle mani di decine di loro per classificarle. «Ci hanno numerato le mani in base al quartiere in cui si trovano le nostre case» ha riferito Um Fadi Wahdan, una delle ex residenti, alla testata elettronica Middle East Eye.
La visita ha avuto un impatto devastante sulle donne, poiché l’entità della distruzione ha reso irriconoscibili case e quartieri. Le strade erano ridotte a macerie, con le acque reflue affioranti in superficie. L’invasione ha lasciato gran parte del campo in rovina e reso inaccessibili ampie aree, con le truppe permanentemente di stanza lì. «Sono andata nel quartiere di Wahdan dove si trova la mia casa. Sono rimasta scioccata nel trovarla completamente bruciata, tutti e cinque i piani» ha detto Wahdan. La donna ha raccontato di aver cercato qualcosa all’interno dello stabile, che aveva ospitato più di 30 persone, ma di aver trovato solo cenere. «Non ho trovato nulla. Tutti i pavimenti sono anneriti e tutto è bruciato. Vorrei non esserci mai andata» ha aggiunto. Le donne hanno riferito come le strade fossero piene di liquami, decine di case erano state trasformate in caserme militari e c’era sporcizia ovunque. Molte case sono state demolite, altre date alle fiamme. «Non è rimasta una sola casa abitabile», ha riferito.
Un’altra signora, Abeer al-Sabbagh, 60 anni, ha raccontato come tutte le donne siano state sottoposte dalle soldate a perquisizioni corporali, descrivendo la pratica come deliberatamente umiliante e psicologicamente dannosa. «Quando ho saputo che ci sarebbe stata una perquisizione corporale – ha raccontato al-Sabbagh al giornale – ho detto alla soldata che volevo andarmene, che non volevo continuare la visita. Mi ha risposto che, anche se avessi voluto andarmene, sarei stata comunque sottoposta alla perquisizione». Le perquisizioni hanno avuto luogo in una casa vicino all’ingresso del campo. I militari avevano sequestrato la proprietà appartenente alla famiglia Nafaa e l’avevano trasformata in una propria postazione dopo aver distrutto i mobili e il contenuto e aver gravemente danneggiato gli interni.
I costi sui palestinesi dell’esproprio delle case, dell’aumento della violenza dei coloni e in generale l’impatto dell’occupazione israeliana sul crollo dell’economia palestinese sono al centro di un rapporto dell’ufficio delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) dal titolo I costi economici complessivi dell’occupazione per il popolo palestinese (2000-2024) e la lunga strada per la ripresa.
Le 38 pagine del dossier ricostruiscono come i Territori palestinesi, inclusa la Striscia di Gaza, abbiano subito una profonda trasformazione negli ultimi vent’anni, influenzata dalle operazioni militari, dalle restrizioni e dalle barriere strutturali legate all’occupazione. I risultati mostrano un crollo socioeconomico senza precedenti a seguito dell’impennata delle ostilità nell’ottobre 2023, oltre ai costi economici a lungo termine accumulati dal 2000. Nel 2024, il Pil era sceso al 70 per cento del livello del 2022, cancellando 22 anni di sviluppo. La disoccupazione è salita all’80 per cento a Gaza e al 35 per cento in Cisgiordania.
Se l’intera popolazione di Gaza è stata spinta in una situazione di povertà multidimensionale, in Cisgiordania le restrizioni alla circolazione, all’accesso alla manodopera e al commercio hanno interrotto le catene di approvvigionamento, costretto molte imprese alla chiusura e provocato gravi perdite nell’agricoltura e in tutti i settori privati. Solo a Jenin circa 8.000 attività commerciali sono state costrette a chiudere a causa della mancanza di sicurezza, della distruzione delle strade e del crollo della domanda. Gli agricoltori hanno segnalato perdite ingenti e gli allevatori sono stati tagliati fuori dai pascoli, con conseguente morte degli animali.
L’occupazione deve finire, ribadiscono le Nazioni Unite. L’attività economica può essere ripristinata solo allentando le restrizioni, ricostruendo le infrastrutture e ristabilendo i flussi fiscali e commerciali. Senza tali misure, la spirale economica discendente rischia di continuare, compromettendo le prospettive di ripresa e aumentando l’instabilità regionale.





















