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Triduo santo 2026 a Gerusalemme, la veglia pasquale

Terrasanta.net
4 aprile 2026
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Triduo santo 2026 a Gerusalemme, la veglia pasquale
Il patriarca latino di Gerusalemme con il cero pasquale, elemento tipico della liturgia della veglia. (foto Nicolawos Hazboun/LPJ)

Nella solenne liturgia, presieduta nel primo mattino di sabato, al Santo Sepolcro, il card. Pizzaballa ha detto: «La Pasqua non è il risultato dei nostri sforzi di pace, per quanto necessari. È il fondamento che rende possibile ogni sforzo. Se il sepolcro è vuoto, allora nulla è veramente chiuso».


(g.s.) – Nella basilica del Santo Sepolcro, in ossequio alle regole dello Status Quo, anche la veglia pasquale si svolge a un orario insolito: di primo mattino il Sabato Santo…

Pure questa celebrazione è stata presieduta dal patriarca Pierbattista Pizzaballa, attorniato dai francescani che abitano nei locali attigui alla basilica e da pochi altri concelebranti. Il rito è stato trasmesso in diretta video sui canali social del Patriarcato latino di Gerusalemme e della Custodia di Terra Santa grazie agli operatori del Christian Media Center, autorizzati dalle autorità a partecipare ai riti con il clero.

«Le porte sono ancora chiuse – ha detto il cardinale all’inizio della sua omelia alludendo alla basilica e agli altri luoghi santi di Gerusalemme sbarrati per via della guerra, su disposizione delle autorità civili -. Il silenzio è quasi assoluto, rotto forse dal rumore lontano di ciò che la guerra continua a seminare in questa terra santa e lacerata. Tuttavia, proprio qui, in questo luogo dove la morte è stata abitata da Dio, la Parola di Dio risuona più forte di ogni silenzio. E lo dico con semplicità: anche noi, oggi, celebriamo con una fede provata, fragile, forse stanca… eppure ancora in piedi. Non perché siamo forti, ma perché qui ci sostiene Qualcuno».

«Qui la morte non è stata evitata, né attenuata, ma è stata affrontata fino in fondo. Dio non ha scelto una via di fuga, ma ha deciso di entrare nella condizione umana nella sua realtà più profonda, assumendo su di sé tutte le dimensioni dell’esistenza, compresa quella che oggi, purtroppo, sperimentiamo in maniera spesso violenta: il dolore e la morte. Non per “spiegarli” da lontano, ma per abitarli da vicino».

«Ogni passo – ha soggiunto poco più avanti il cardinale – ci ha condotti a questo luogo, dove il Vangelo di Matteo ci racconta: Venne un gran terremoto; infatti un angelo del Signore discese dal cielo, si avvicinò e rotolò via la pietra, e si pose seduto sopra di essa” (Mt 28,2). Questa scena non è un semplice dettaglio narrativo. È il cuore di un passaggio che scuote il mondo: una pietra rimossa non da forze umane, ma dalla potenza divina. In questo momento sembra non ci sia nessuno che possa rotolare via le pietre delle tombe che la sofferenza per questa situazione di guerra continua a scavare. Ma proprio per questo ascoltiamo con più urgenza la domanda che le donne portavano nel cuore: Chi ci rotolerà via la pietra (Mc 16,3). Non è solo una domanda pratica. È la domanda di ogni ricerca di speranza quando sembra che non ci sia più nulla da fare. È la domanda di chi ama senza cercare risposte immediate, di chi si avvicina al mistero con fiducia, anche quando il cammino appare oscurato. Oggi quella domanda sale da tutta la Terra Santa, e da ogni luogo del mondo segnato dalla violenza. E la risposta non è un annuncio a vuoto, ma un evento: la pietra è stata rotolata via. Non dalla nostra forza, ma dalla potenza dell’amore di Dio che è più forte della morte».

«Noi siamo qui – ha soggiunto il patriarca Pizzaballa -, in un sepolcro che è stato aperto una volta per sempre. Non perché noi abbiamo saputo rimuovere la pietra con le nostre forze – sappiamo bene quanto siamo deboli, quanto siamo impauriti – ma perché Qualcuno l’ha rotolata via prima di noi, senza aspettare che fossimo all’altezza, senza chiederci se avessimo fede sufficiente. La pietra è stata rimossa quando ancora era buio, quando ancora nessuno credeva possibile. E questo è il primo annuncio pasquale, qui e ora: Dio non aspetta che le nostre guerre finiscano per cominciare a far risorgere la vita. Comincia nel buio. Comincia nel silenzio. Comincia nel sepolcro ancora chiuso».

Per le donne e gli uomini di fede, ha incalzato il celebrante – «la Pasqua non è il risultato dei nostri sforzi di pace, per quanto necessari. È il fondamento che rende possibile ogni sforzo. Se il sepolcro è vuoto, allora nulla è veramente chiuso. Nessuna terra è per sempre contesa, nessuna ferita è per sempre insanabile, nessuna memoria è per sempre prigioniera dell’odio. Non perché sia facile – sappiamo quanto sia difficile – ma perché la direzione della storia è cambiata. Non camminiamo più verso la morte: da questo sepolcro, la morte è alle nostre spalle. E anche quando la guerra sembra dirci il contrario, noi siamo quelli che hanno visto la pietra rimossa».

Sul finire dell’omelia il patriarca ha rimarcato: «Permettetemi di dirlo così: se qui, oggi, c’è una “pietra” che davvero possiamo portare via, è quella che ci pesa dentro – la pietra della rassegnazione, del rancore, della sfiducia. Il Vangelo non ci chiede di compiere imprese straordinarie, ma di custodire la vita, anche nelle piccole cose. Non per negare la croce, ma per trasfigurarla, rendendola parte del cammino di salvezza che ci unisce alla vita di Dio. E questa è la consegna pasquale, qui dal Santo Sepolcro: non restare fermi davanti alle pietre del mondo, ma diventare – per quanto possiamo – “pietre vive”, segni di riconciliazione, artigiani di speranza, testimoni di una vita che la morte non riesce più a chiudere. Cristo è risorto. È veramente risorto. Alleluia!»

 

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