
Il patriarca latino, cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha presieduto i riti, in mattinata, davanti all'edicola del Santo Sepolcro. Le celebrazioni pomeridiane con il custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, si sono svolte al Getsemani anziché al Cenacolo.
(g.s.) – In virtù delle norme e consuetudini che regolano la vita liturgica delle varie comunità negli spazi comuni della basilica del Santo Sepolcro, i cattolici devono celebrare, generalmente, le loro Messe all’edicola del Santo Sepolcro nelle prime ore del mattino. Ciò accade pure durante il Triduo pasquale. Anche la messa in Coena domini, quindi, (che in tutte le chiese del mondo è collocata nel pomeriggio del Giovedì Santo) qui si celebra la mattina dello stesso giorno.
Il patriarca latino, cardinale Pierbattista Pizzaballa, accompagnato da pochi preti, ha raggiunto la basilica di mattino prestissimo per unirsi ai frati che stabilmente abitano dentro il santuario, recitare con loro la liturgia delle ore e poi presiedere la solenne celebrazione eucaristica «nella cena del Signore» (stavolta senza il popolo, per via delle restrizioni imposte dalla guerra in corso con l’Iran).

La recita corale dell’Ufficio delle letture del Giovedi Santo, prima della Messa in Coena Domini.
All’inizio dell’omelia pronunciata durante la messa, il cardinale Pizzaballa ha riconosciuto: «C’è una tensione che non possiamo ignorare: fuori, le porte del Santo Sepolcro sono chiuse. La guerra ha reso questo luogo un rifugio, un dentro separato da un fuori carico di tensione. Siamo qui come in un grembo di pace, mentre intorno il mondo si lacera, e vorremmo poter cambiare tutto questo».
Poi il patriarca ha commentato il brano del Vangelo di Giovanni (capitolo 13, versetti 1-15) proclamato poco prima. A Pietro che non vorrebbe lasciarsi lavare i piedi da Gesù, il Maestro risponde: «“Se non accetti, non sarai dei miei”. Dice qualcosa di più profondo: “non avrai parte con me”. La parola “parte” non indica un ruolo, ma una comunione. È la parola dell’eredità. È la parola dell’alleanza. È come se Gesù dicesse: Pietro, tu puoi ammirarmi, puoi seguirmi, puoi anche difendermi… ma se non accetti questo modo di amare, non entrerai nel mio passaggio. Non parteciperai alla mia Pasqua».

La processione intorno all’edicola del Santo Sepolcro al termine della messa del Giovedì Santo. (foto CTS/m.a.b.)
«Ecco il punto decisivo di questa liturgia – ha sottolineato il cardinale –: la Pasqua non è qualcosa che Gesù fa per noi senza di noi. È qualcosa che possiamo vivere solo con Lui. E per vivere con Lui dobbiamo accogliere il suo modo di amare. Non c’è comunione senza quell’accoglienza. Non c’è “parte” senza lasciarsi servire. Pietro, come spesso accade, vuole dettare le condizioni dell’amore. Vorrebbe un amore che salva senza toccare, che perdona senza esporsi, che libera senza abbassarsi. Ma Gesù gli dice: se non ti laverò, non avrai parte con me. Perché l’amore vero non resta a distanza. Scende. Tocca. Si espone. Qui possiamo riconoscerci tutti. Anche noi vorremmo spesso un Dio che ci elevi senza metterci in crisi, che ci dia dignità senza attraversare la nostra fragilità. E invece oggi qui ci viene chiesto qualcosa di più difficile: lasciarci amare fino in fondo. Lasciare che Cristo si chini proprio lì dove noi ci vergogniamo. Lasciare che entri nella nostra povertà, nelle nostre incoerenze, nei nostri peccati. Solo così possiamo “avere parte” con Lui».
Alla Chiesa di Terra Santa questo messaggio risuona in modo particolare, secondo il patriarca Pizzaballa: «Non siamo una Chiesa forte, non siamo una Chiesa numerosa, non siamo una Chiesa che può permettersi di scegliere tempi facili, e lo vediamo continuamente. Spesso siamo una Chiesa stanca, provata, a volte tentata di difendersi più che di donarsi. Eppure oggi il Signore non ci chiede di essere potenti, ma di avere parte con Lui. Non ci chiede di risolvere tutto, ma di non rifiutare il suo modo di amare. Perché una Chiesa ha parte con Cristo non quando è al sicuro, ma quando accetta di condividere il suo abbassamento. Avere parte con Lui, per noi che viviamo e testimoniamo il Vangelo in questa terra, significa imparare il linguaggio del chinarsi. Chinarsi sulle paure, sulle incomprensioni, sulle fatiche quotidiane di chi rischia di perdere la speranza. Chinarsi senza pretendere di avere soluzioni immediate, ma offrendo una presenza fedele. Forse non possiamo cambiare le grandi dinamiche della storia, ma possiamo decidere se avere parte con Cristo nel suo modo di stare dentro la storia: non sopra, non contro, ma accanto».

Stavolta la celebrazione della Messa nella Cena del Signore presieduta dal Custode di Terra Santa si è dovuta svolgere nella basilica dell’Agonia, anziché al Cenacolo. (foto CTS/m.a.b.)
Nella basilica dell’Agonia, presso l’Orto degli Ulivi al Getsemani, il custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo ha presieduto i riti pomeridiani (la messa in Coena Domini con lavanda dei piedi) e serali (l’Ora santa), ai quali ha preso parte un nutrito gruppo di religiosi e religiose.
Anche fra Ielpo nella sua meditazione sulle letture ha messo l’accento sul rifiuto di Pietro e sull’ammonimento di Gesù.
«Ecco il punto – ha detto il francescano –: avere parte con Lui, entrare in comunione con Lui. La comunione non è qualcosa che costruiamo noi, non è uno sforzo nostro. È lasciarsi prendere da Cristo, lasciarsi amare. È come se Gesù dicesse: con questo gesto io ti prendo in comunione con me, ti introduco nella mia stessa vita. E allora Pietro, pur non capendo, si arrende. Perché intuisce che ciò che conta non è capire tutto, ma entrare in questa comunione. (…) Anche per noi è così. La comunione con Cristo nasce da un suo gesto libero di amore e chiede da parte nostra un gesto altrettanto libero: accogliere, lasciarci raggiungere, lasciarci lavare. (…) La comprensione viene dopo. Prima viene l’esperienza. (…) Solo vivendo come Lui, solo entrando in questo movimento di abbassamento, di dono, di servizio, cominciamo a capire davvero. (…) Comprenderemo che da questo gesto nasce la comunione tra gli uomini, nasce il miracolo dell’unità. (…) E in questa terra, dove Gesù ha dato tutto se stesso, chiediamo la grazia di poter imparare anche noi a dare la nostra vita, anche dentro le ombre e le tenebre che la attraversano».

Un momento dell’Ora santa nell’Orto degli Ulivi. (foto CTS/m.a.b.)

























