
Il fondatore continua a fidarsi del Signore, che gli indica una nuova presenza tra i frati: non più governare, ma vivere da minore. Accetta di essere messo ai margini, persino dai propri confratelli
Nella prima riflessione dedicata al centenario del commiato del Poverello dai frati e dal mondo (Eco di Terrasanta, 1 2026) osservavo che questo cammino lo ha portato ad incontrare il sogno di Dio su questa nostra terra con una vita piccola, che non ha niente dell’apparenza, ma colma di umanità e fratellanza come Dio vorrebbe. Fra i tanti passaggi, non sempre lineari, che ha vissuto per giungere a questo Transito, stiamo ricercando delle schegge.
La prima scheggia che abbiamo colto è stata l’incontro con la Croce di San Damiano. La seconda è la sua dipartita. Ora ne vediamo una nuova: Francesco è ormai quarantenne, quando decide di farsi da parte, di affidare ad altri la guida dell’Ordine che lui stesso ha fondato.
Forse non si riconosce più in ciò che è diventato. Forse si è fatto difficile tenere insieme una comunità così vasta, con migliaia di frati in tutta Europa, molti dei quali si sono allontanati dallo spirito originale, pretendendo di ammorbidire la sua regola: lui che si è impegnato a unire, assiste alla frantumazione.
Tutto si istituzionalizza, si annacqua. I frati studiano teologia per fare carriera. Girano e lavorano meno, si chiudono nei conventi, erigendo muri fisici e dimenticando che, senza incontro, non c’è amore.
È il periodo di maggiore crisi di Francesco, dopo la sua conversione. Un altro momento intenso in cui la paura del fallimento e la frustrazione lo rendono più umano e incredibilmente produttivo. Un gesto che lascia presagire qualcosa che ha intuito da lontano.
Solo pochi mesi prima, siamo nel settembre 1219, vestito di sacco parte dall’Umbria e va ad Ancona, così come è raffigurato in cicli della sua vita, per andare a San Giovanni d’Acri, oggi Akko, in Terra Santa, non per devozione ma per andare alla volta dell’Egitto dove si sta combattendo la quinta crociata, per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil. Qui i crociati, da più di un anno, tentano, inchiodati fra il Mediterraneo e un braccio del Nilo, di conquistare Damietta, una città difesa con accanimento e con successo dai cosiddetti «infedeli», tutto in un contesto di atrocità che ricorda i conflitti dei nostri giorni.
Quando nella primavera del 1220 Francesco ritorna in Italia, attraverso la laguna veneta, entrando lentamente in una delle bocche che immettevano tra le isole piatte e lunghe dei lidi. Con lui alcuni suoi compagni, fra Pietro Cattani, frate Elia da Cortona, fra Cesario da Spira, fra Illuminato da Rieti. Si racconta che un giorno si spinse tra le terre anfibie e lagunari, tra stagni e bassifondi per pregare e riflettere su quello che gli era stato probabilmente comunicato sulla situazione della sua fraternità ormai estesa.
In quelle «paludi di Venezia», un gesto rivoluzionario: rinunciare al potere. Anche nel suo Testamento lo ricorda: «E fermamente voglio obbedire al ministro generale di questa fraternità e a quel guardiano che gli piacerà di assegnarmi. E così voglio essere prigioniero nelle sue mani, che io non possa andare o fare oltre l’obbedienza e la sua volontà, perché egli è mio signore». (FF 124) Lo storico francese Jacques Dalarun qualche anno fa scrisse: «Può darsi che capire le dimissioni del 1220 sia capire di più Francesco».
Non era stato sufficiente provare a mediare, l’anno precedente, a far valere il suo consenso presso i frati con un intervento netto: «Fratelli, fratelli miei, Dio mi ha chiamato a camminare la via della semplicità e me l’ha mostrata. (…) Il Signore mi ha rivelato essere suo volere che io fossi unus novellus pazzus nel mondo: questa è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo!” (…) (così) stupì il Cardinale a queste parole e non disse nulla, e tutti furono pervasi da timore» (Legenda Perusina 114, FF 1673) È il dramma di un uomo che si vede sfuggire la sua famiglia: durante il Capitolo di San Michele, alla Porziuncola, il 29 settembre 1220, Francesco rassegna le dimissioni istituendo Pietro Cattani, compagno della prima ora e accompagnatore nell’ultimo viaggio, quale Ministro generale; per poi diventare «sicut qui minor est in religione».
Frate Francesco continua a fidarsi del Signore, quel Dio che gli aveva indicato la strada da seguire all’inizio della sua esperienza. Dio ora gli indica una nuova presenza tra i frati: non più governare ma credere e vivere da minore. Per questo accetta di essere messo ai margini della società, persino dai propri confratelli, che non riconoscono o non vogliono riconoscere neppure il loro fondatore e maestro e lo mandano all’ospizio dove si raccolgono quelli che, appunto, non hanno altro rifugio.
Eco di Terrasanta 3/2026
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