Haifa, Gerusalemme, Los Angeles, Roma. E poi di nuovo il mondo intero. La vita di Margaret Karram sembra non conoscere confini, ma ha un centro di gravità preciso: la Terra, Santa e contesa, dove essere cristiana, israeliana e araba-palestinese non è una contraddizione ma una vocazione.
Dal 2021 Margaret presiede il Movimento dei Focolari (o Opera di Maria), fondato a Trento durante la Seconda guerra mondiale da Chiara Lubich e ben presto diventato una realtà internazionale con aderenti e simpatizzanti in tante parti del mondo. Lo incontrò nella sua città natale quand’era quattordicenne e ne rimase affascinata. Al punto da comprendere che la sua vita avrebbe trovato senso se si fosse data tutta a Dio come focolarina, vale a dire laica consacrata in seno al movimento.
Quella vocazione la proietta lontano. Trascorre alcuni anni a Los Angeles (dal 1984 al 1989), dove frequenta un corso di laurea in ebraismo all’American Jewish University. È l’unica studentessa cristiana e araba in tutto l’ateneo. Dopo il rientro in Terra Santa, poliglotta qual è – parla arabo, ebraico, italiano, inglese –, trova impiego al Consolato generale d’Italia a Gerusalemme, dove lavorerà quattordici anni affiancando all’attività professionale l’impegno sul versante del dialogo interreligioso.
Nel 2014 il trasferimento a Rocca di Papa, presso il Centro internazionale del Movimento, come consigliera generale. Nel 2021 l’Assemblea la chiama a succedere a Maria Voce alla presidenza, responsabilità confermata quest’anno per un secondo mandato quinquennale.
I focolarini sono portatori di una sensibilità spiccata al tema dell’unità (e quindi del dialogo, del reciproco ascolto, della riconciliazione). Lo ha sottolineato anche Leone XIV il 21 marzo 2026, nell’udienza che ha concesso ai partecipanti all’ultima assemblea generale del movimento fondato da Chiara Lubich: «Questo spirito di unità – ha detto il Papa – voi lo vivete anzitutto tra voi, e lo testimoniate dappertutto come una nuova possibilità di vita fraterna, riconciliata e gioiosa, fra persone di diversa età, cultura, lingua e credo religioso. È un seme, semplice ma potente, che attira migliaia di donne e uomini, suscita vocazioni, genera una spinta di evangelizzazione, ma anche opere sociali, culturali, artistiche, economiche, che è fermento di dialogo ecumenico e interreligioso. Di questo fermento di unità c’è tanto bisogno oggi, perché il veleno della divisione e della conflittualità tende a inquinare i cuori e le relazioni sociali e va contrastato con la testimonianza evangelica dell’unità, del dialogo, del perdono e della pace. Anche attraverso di voi, Dio si è preparato, nei decenni passati, un grande popolo della pace, che proprio in questo momento storico è chiamato a fare da contrappeso e da argine a tanti seminatori di odio che riportano indietro l’umanità a forme di barbarie e di violenza».
Per queste ragioni, Margaret Karram è una voce che ha qualcosa da dire.
Il suo libro non è una biografia, anche se lo attraversa un filo rosso cronologico che fa da collante ai temi che vi si succedono. A partire dai ricordi familiari dell’infanzia a Haifa tutte le pagine sono abitate da un senso di gratitudine. Nomi e testimoni si avvicendano di capitolo in capitolo.
Cogliamone alcuni, qua e là.
All’inizio del 2025, Karram è nuovamente a Haifa. Menziona un incontro con alcuni membri del movimento: «Eravamo verso la fine della serata quando un giovane si è alzato e, con le lacrime agli occhi, ha quasi gridato il suo dolore: tanti dei suoi amici avevano lasciato la patria in cerca di lavoro e di un futuro migliore. «”Sono soprattutto cristiani – ha detto angosciato –, come riusciamo a mantenere viva la fede in queste terre se tutti se ne vanno?”. Ecco, finalmente qualcuno aveva posto “la domanda”, quella che da decenni i cristiani in Terra Santa si ripetono. (…) L’unica risposta che sentivo di poter dare a quel giovane era che chi è costretto a partire non è un traditore e non possiamo obbligare nessuno a restare. Chi lascia questo Paese porta nel suo cuore un pezzo della Terra Santa e sono certa che quanto abbiamo seminato non vada perso. E ho aggiunto: “Credo fermamente che restare in questa terra sia una vera ‘vocazione nella vocazione’ a seguire Gesù, perché si rimane nonostante le violenze, le discriminazioni, le enormi sfide quotidiane. Allora la domanda che dobbiamo farci è: qual è la nostra vocazione: partire o rimanere? Occorre agire secondo la propria coscienza”» (p. 38).
Anche Margaret, da ormai 12 anni vive fisicamente lontana dalla sua terra. In una pagina del libro commenta il distacco: «Nella tranquillità di Rocca di Papa mi mancava, per così dire, l’adrenalina della vita a Gerusalemme. Anche se può sembrare strano, in mezzo al pericolo, all’insicurezza della Città Santa, mi sentivo stimolata a vivere il Vangelo nel quotidiano, perché non c’era giorno che a Gerusalemme non si presentasse qualche sfida, pronta a far vacillare la mia fede. Lì mi sentivo spronata a credere, a testimoniare che è possibile vivere per l’unità, nonostante le difficoltà e i fallimenti». (p. 107)
Il libro illustra le molteplici iniziative che il Movimento dei Focolari ha varato negli ultimi anni, in vari luoghi del mondo per promuovere il dialogo, l’attenzione ai poveri, l’incontro tra lontani, la collaborazione con altre realtà impegnate su questi fronti. Non tace le difficoltà della fase presente, che impone di vagliare il carisma lasciato in eredità dalla fondatrice, morta nel 2008, per purificarlo da incrostazioni inutili o nocive; obbliga a misurarsi con un apparente affievolirsi dello slancio iniziale; chiede di confrontarsi con le vittime di abusi spirituali e sessuali che nei decenni scorsi non sono mancati, purtroppo, neppure qui.
Ritorna più volte il ricordo della sollecitudine di papa Francesco. Anche a Margaret, come ad altri, Bergoglio diceva sovente: «Coraggio e avanti!».
La strada da percorrere è lunga. Non basta una vita. Occorrono alleanze, cammini che si intersecano e annodano per proseguire insieme. Citiamo, per chiudere, le parole di un altro amico di Margaret Karram menzionato nel libro (a p. 100): il prof. Russell Pearce, ebreo e docente della Fordham University School di New York: «Credo profondamente che la pace vera, quella che dura, non possa essere imposta dall’alto. Forse può essere mantenuta per un po’ di tempo da chi governa, ma se non nasce dal cuore delle persone, non durerà. (…) In Israele e Palestina – ha detto il prof. Pearce – una delle sfide più profonde è proprio questa: creare relazioni e dialoghi che permettano alle persone di guardarsi come fratelli e sorelle. (…) A volte le comunità religiose promuovono la pace, altre volte, purtroppo, la divisione. Ma quando riescono a unirsi per aiutarsi a vedere Dio nell’altro, allora diventano una forza potente, forse la più potente, per la pace».

Margaret Karram
Prossimità, via alla pace
Pagine di vita
Città Nuova, 2025
pp. 132 – 16,90 euro
























