L’esperienza cristiana è semplicemente fare quello che ha fatto Gesù nella sua vita. San Francesco sceglie di immergersi come Gesù nella sua morte, facendoci ricordare che può essere una cosa bella anche se drammatica.
Quest’anno abbiamo ricevuto un dono nella Chiesa: concludere il percorso dei Centenari francescani con il commiato del Poverello dai frati e dal mondo. Una dipartita che oggi percepiamo, anche per le vicende della Terra Santa, come un seme che continua a germogliare. Per giungere a questo Transito, Francesco vive tanti passaggi non sempre lineari, spaesamenti che lo costringono a trovare una scheggia d’identità alla quale appigliarsi.
Dopo aver contemplato negli occhi del Crocifisso un seme di vita eterna, inizia a vivere una vita nuova, nella lode verso Dio Padre rivelato in Cristo, nell’umiltà verso sé stesso, sentendosi figlio amato, e nella misericordia verso tutti gli uomini accolti come fratelli.
Ritorniamo proprio sugli ultimi momenti della sua vita, che ne esprimono il significato. La sua vita cristiana si chiude così come si era aperta: come figlio di Dio vuole con tutte le sue forze morire nudo, chiede di essere appoggiato senza saio sulla nuda terra perché aveva maturato questa verità: aveva capito che entriamo nudi e usciamo nudi e la vita è felice quando è «semplicemente» immersa nella gioia, nello spazio di Dio, come aveva percepito nella chiesetta nella pianura assisiate.
A San Damiano aveva già colto questo paradosso: l’esperienza cristiana è semplicemente fare quello che ha fatto lo stesso Gesù nella sua vita. Il Figlio di Dio aveva iniziato a rivelarsi non facendo qualcosa, ma lasciando che tutto fosse fatto a Lui.
Così racconta Matteo nell’episodio del battesimo dove il primo verbo a Lui riferito, quello con cui inizia la sua vita adulta è un verbo al passivo: «venne per farsi battezzare».
Anche Francesco, in un certo senso, contempla il fatto che su quella mirabile croce Dio non fa niente, ma lascia che noi agiamo.
Gli ultimi «fotogrammi» sono la passione nella quale Gesù non farà nulla! Sono gli uomini che fanno a lui delle cose: lo prendono, lo flagellano, lo inchiodano a una croce, e quella è la nostra salvezza. Non ciò che Dio fa per noi, ma quello che noi facciamo a lui.
Anche per Francesco la morte, come la sua vicenda umana, è stata straordinaria: Tommaso da Celano, il suo primo biografo, scrive nel suo Memoriale: «Si rivolse poi al medico: “Coraggio, fratello medico, dimmi pure che la morte è imminente: per me sarà la porta della vita!” E ai frati: “Quando mi vedrete ridotto all’estremo, deponetemi nudo sulla terra come mi avete visto ieri l’altro, e dopo che sarò morto, lasciatemi giacere così per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio” ». (n. 217 FF 808) Francesco aveva capito dov’è la vita e dove siamo noi: è lì dove noi vorremmo fuggire. E quindi sceglie di immergersi, come ha fatto Gesù, nella sua morte facendoci ricordare che può essere anche una cosa bella anche se drammatica e che tutto è un’immersione. Anche noi siamo chiamati a immergerci nella vita, nel suo mistero.
Questa immersione per Francesco non è solitaria: con lui ci sono gli occhi del Cristo di San Damiano, aperti sul mondo e sulla sua vita. Ma ci sono anche i fratelli, quelli che lo avevano accompagnato nella sua esperienza cristiana. E dinanzi a tutti chiede una cosa inaudita, immergersi in un modo nuovo: non si conoscono altre storie di santi che abbiano chiesto di essere deposti nudi sulla nuda terra. Ma non era la prima volta che lo faceva: noi ne abbiamo già contemplata una, ne vedremo ancora altre. Ma questa sarà l’ultima! A noi rimane la domanda: perché lo fa? Certamente vi è un’estrema imitazione di Gesù: tutte le fonti concordano nel dire che abbia voluto ascoltare ancora una volta il Vangelo secondo Giovanni. Ne scrive Celano: «Prima della festa di Pasqua (…) si ricordava in quel momento della santissima cena che il Signore aveva celebrato con i suoi discepoli per l’ultima volta, e fece tutto questo appunto a veneranda memoria di quella cena e per mostrare quanta tenerezza di amore portasse ai frati».
Siamo ancora nella logica dell’incontro: si era spogliato delle sue sicurezze, dei simboli del suo status sociale, dei suoi meriti, della sua tonaca con cui aveva vissuto tutta la vita da penitente e religioso.
È la spogliazione del Francesco che tutti conoscono ma è rimasto il «me»: quando non si è più in grado di parlare o di agire, si resta oggetti di un amore speciale, quello di Colui che ama proprio me e questo amore è la pienezza e la realizzazione di tutta la vita.
Francesco ci chiede ancora di vivere questa leggerezza, percepire che siamo «amati» e ciò rende inutile ogni maschera, ogni forma di ipocrisia, di paura, di errore.
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L’autore è Commissario di Terra Santa per il Nord Italia
Eco di Terrasanta 2/2026
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