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Rinviate le elezioni in Libano, servirà più spazio per le donne

Manuela Borraccino
20 marzo 2026
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La guerra in corso costringe i libanesi a rinviare di due anni le elezioni parlamentari, previste per il prossimo 10 maggio. Un rapporto dell’Onu chiede ai partiti di far più spazio alle candidature femminili. Intanto il cardinale Parolin, segretario di Stato vaticano, chiede a Usa e Israele di finire la guerra al più presto.


Il parlamento libanese ha rimandato di due anni le elezioni parlamentari inizialmente previste per il 10 maggio 2026, e per le quali si sarebbero dovute chiudere le liste lo scorso 10 marzo. Dopo l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran, il 2 marzo Hezbollah ha lanciato dei missili contro Israele aprendo così un nuovo fronte nella guerra regionale. Da allora i raid israeliani hanno ucciso 968 persone, ne hanno ferite più di 2.400 e hanno costretto a lasciare le proprie case un milione di sfollati interni. Il Libano è precipitato così nell’ennesima catastrofe umanitaria. Al punto che ieri, a Roma, il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, dopo un intervento alla Camera dei Deputati (per la presentazione di un libro su papa Leone XIV – ndr) alla domanda dei cronisti su che cosa direbbe al presidente Donald Trump se lo incontrasse, ha risposto: «Gli direi di finire la guerra al più presto perché il pericolo di un’escalation è alle porte. Direi di lasciar stare il Libano». Ha poi aggiunto che il messaggio andrebbe «rivolto anche agli israeliani» perché davvero cerchino di «risolvere i problemi che ci possono essere, o che ritengono esserci, attraverso le vie pacifiche della diplomazia e del dialogo». Il nunzio apostolico Paolo Borgia ha visitato tre volte nelle ultime due settimane i villaggi cristiani nel sud del Libano per portare aiuti umanitari ai residenti, rimasti nonostante gli ordini di evacuazione di Israele.

Dal 2019 il Paese dei cedri è afflitto da una delle più gravi crisi economiche della sua storia, acuita dall’esplosione del porto di Beirut il 4 agosto 2020, con le incursioni quasi quotidiane di Israele che si erano interrotte soltanto durante la visita di papa Leone e mentre il dibattito pubblico è dominato dal rifiuto da parte di Hezbollah di procedere al proprio disarmo.

Nonostante il rinvio dell’appuntamento con le urne, non perde di attualità la questione della scarsa presenza di donne in ruoli apicali delle istituzioni e della politica. Tema al cuore di un rapporto dell’Onu presentato a Beirut, già nell’autunno scorso, dalla rappresentante delle Nazioni Unite in Libano, Gielan Elmessiri.

Gender gap nel mercato del lavoro e nei salari

Benché abbiano ottenuto il diritto di voto nel 1952, le libanesi continuano ad essere sottorappresentate nella vita politica ed anche in quella economica. Dal 1953, soltanto 17 donne sono state elette nel Parlamento libanese, otto delle quali nelle ultime elezioni del 2022. Malgrado gli alti livelli di istruzione, il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro è fermo al 23,5 per cento contro il 68 per cento maschile; il divario salariale fra uomini e donne sfiora il 20 per cento e spiega il posizionamento del Libano al 133esimo posto su 153 Paesi nell’indice globale del divario di genere.

Donne giovani un terzo dei membri dei partiti, ma nessuna ai vertici

Dalla fotografia scattata dal rapporto Le libanesi dalla partecipazione politica alla leadership dei partiti emerge come le donne siano presenti negli otto principali partiti politici libanesi ma con persistenti disparità in termini di adesione, candidature, nomine e accesso ai ruoli apicali. Le donne costituiscono in media il 35 per cento dei membri dei partiti e sono più numerose nelle due formazioni principali: rappresentano il 58 per cento del Movimento per il futuro (il 53 per cento di loro ha meno di 30 anni) – il partito sunnita filo-occidentale fondato nel 2005 da Saad Hariri – ed il 45 per cento (con il 60 per cento di libanesi under 30) del partito avversario, la formazione sciita Amal, afferente all’asse di Hezbollah. Questi numeri tuttavia crollano a mano a mano che si procede verso i livelli più alti: le donne spesso occupano meno di un quinto dei posti riservati ai dirigenti e solo il 5 per cento dei ruoli apicali. Sebbene le candidature femminili siano leggermente aumentate dal 12,1 per cento nel 2018 al 15,7 per cento nel 2022, il tasso di partecipazione politica femminile resta uno dei più bassi del mondo: al maggio 2025 le parlamentari libanesi occupavano appena il 6,25 per cento dei seggi in Parlamento, il 10,37 per cento di quelli dei Consigli municipali e il 20,8 per cento dei posti ministeriali.

Urgono le quote rosa

Nonostante le dichiarazioni pubbliche della maggior parte dei partiti, poco o niente è cambiato negli ultimi anni. «La rappresentanza delle donne in Parlamento – si legge nel rapporto – è rimasta in gran parte associata a un numero limitato di partiti che hanno ripetutamente rinominato le stesse donne nel corso di diversi cicli elettorali». I numeri sconfortanti già menzionati sono espressione di barriere sistemiche: processi di selezione dei candidati poco trasparenti e dominati da ristretti circoli di leadership; scarsa applicazione delle quote volontarie nei partiti; mirure limitate per combattere le molestie sessuali; accesso ineguale ai finanziamenti e ai media; assenza di misure di conciliazione fra lavoro e famiglia. Ecco perché le richieste vertono sullo sviluppo e l’applicazione di politiche significative per contrastare gli abusi contro le donne in politica e garanzie per un accesso al finanziamento delle campagne elettorali e ai media.

Si tratta insomma di sfondare il tetto di cristallo, anche perché le libanesi sono già da anni in prima linea nell’assistenza umanitaria fornita da oltre 50 organizzazioni femminili – molte delle quali presenti nella Piattaforma femminista libanese – attraverso la fornitura di beni di prima necessità e assistenza alimentare, il soccorso tempestivo ai gruppi vulnerabili di donne e ragazze, tra le quali vi sono rifugiate, lavoratrici migranti, giovani, anziane e donne con disabilità.

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