Mentre i cieli del Medio Oriente sono solcati da missili e bombe, per la guerra scatenata all'Iran da Stati Uniti e Israele, a Gerusalemme ne risentiranno i riti della Settimana Santa. Lo comunica il patriarca Pizzaballa, che propone un Rosario per la pace il 28 marzo.
(g.s.) – Si va avanti alla giornata in Terra Santa, nell’impossibilità di sapere fino a quando durerà la guerra che Israele e Stati Uniti hanno deciso di far avvampare lo scorso 28 febbraio. La popolazione israeliana sta coi nervi tesi e le orecchie attente alle sirene e ai messaggi d’allerta recapitati sui telefoni cellulari dalla protezione civile. Pronta a correre verso i rifugi antiaerei, dove si può. Non tutti ne hanno a disposizione uno nel proprio palazzo o nelle immediate vicinanze. La città vecchia di Gerusalemme ne è totalmente sprovvista, così come tante municipalità a maggioranza araba. Per non parlare dei Territori palestinesi di Cisgiordania, senza sirene, senza allarmi telefonici, senza rifugi. In teoria non avrebbero di che temere dall’Iran i palestinesi, ma i missili una volta lanciati non raggiungono tutti i loro bersagli. Moltissimi vengono distrutti in volo, precipitando al suolo in grossi frammenti, oppure vanno fuori rotta, cadendo dove non dovrebbero.
Le forze dell’ordine palestinesi hanno contato 198 rottami di razzi precipitati al suolo fino al 21 marzo. Cinque i morti, quattro dei quali nei pressi di Hebron. Tra le vittime falciate in Israele, si annoverano parecchi lavoratori stranieri: filippini, thailandesi e cinesi (questi ultimi sorpresi nei cantieri edili in cui lavoravano come muratori).
Per salvaguardare quanto più possibile l’incolumità degli abitanti, le autorità israeliane vietano gli assembramenti di oltre 50 persone in buona parte del territorio. Non si può sostare in preghiera al Muro occidentale e la Spianata delle Moschee è rimasta sbarrata anche durante la festa musulmana di Eid al-Fitr (venerdì 20 marzo) che ha rotto il digiuno del mese di Ramadan.
Aggiornamenti passo passo
In un simile contesto giunge la comunicazione del patriarcato latino di Gerusalemme – datata 22 marzo – riguardo ai riti che abitualmente chiudono la Quaresima e introducono alla Pasqua.
«Le restrizioni imposte dal conflitto e gli eventi degli ultimi giorni – scrive il cardinale Pierbattista Pizzaballa – non lasciano presagire un miglioramento imminente. In costante dialogo con le autorità competenti, insieme alle altre Chiese cristiane, stiamo valutando come sia possibile, nelle forme da concordare, celebrare il mistero centrale della nostra salvezza nel cuore delle nostre Chiese. La situazione rimane in continua evoluzione e non è possibile fornire indicazioni definitive per i giorni a venire; saremo pertanto costretti a un coordinamento giorno per giorno».
Salta la gioiosa processione delle Palme
Sin d’ora è chiaro che non potranno svolgersi celebrazioni ordinarie aperte a tutti. Viene quindi annullata la tradizionale e gioiosa processione del pomeriggio della Domenica delle Palme, che dal Monte degli Ulivi si snoda fino alla Porta dei leoni (o di Santo Sefano) e alla chiesa di Sant’Anna, in città vecchia. «Sarà sostituita da un momento di preghiera per la città di Gerusalemme, in un luogo da definire».
La Messa crismale – che ogni vescovo celebra con il suo clero, abitualmente, la mattina del Giovedì Santo – «è rinviata a data da destinarsi, non appena la situazione lo consentirà, possibilmente entro il tempo pasquale. Il Dicastero per il Culto Divino ha già concesso il necessario assenso», comunica il patriarca.
Nelle parrocchie nei territori della diocesi minacciati dagli eventi bellici le chiese restano comunque aperte. «Parroci e sacerdoti – dispone il card. Pizzaballa –, nelle forme e con le modalità possibili, favoriranno la preghiera e la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni pasquali».
«Pregate in famiglia e nelle comunità»
In questi frangenti che rendono più difficile riunirsi per le assemblee liturgiche si dovrà supplire con la preghiera in famiglia o in seno alle varie comunità. «So che già ovunque si prega, e mi consola vedere l’impegno per mantenere viva la tensione spirituale», osserva il patriarca latino, «tuttavia, sento il bisogno di proporre una giornata particolare in cui, pur rimanendo ciascuno nei propri luoghi, ci si senta idealmente uniti nella preghiera per trovare conforto. (…) Vi invito pertanto a unirvi in preghiera sabato prossimo, 28 marzo, recitando il Rosario per implorare il dono della pace e della serenità, specialmente per quanti soffrono a causa del conflitto». In proposito, il sito Internet del patriarcato latino mette a disposizione di tutti una traccia per la recita comune del rosario preparata da fra Francesco Patton, già Custode di Terra Santa.

Sul tetto del Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, il frammento di un proiettile iraniano troppo leggero per sfondare la copertura. (foto Polizia israeliana)
I cristiani delle Chiese d’Occidente (cattolici di rito romano, evangelici e protestanti) saranno i primi a celebrare la Pasqua, il 5 aprile, preceduti solo dagli ebrei per i quali il primo giorno di Pesach è il 2 aprile. Le Chiese d’Oriente celebrano il 12 aprile. Abitualmente molto affollata di fedeli e pellegrini è per loro la cerimonia del Fuoco Santo, che affolla la basilica del Santo Sepolcro e il suo sagrato nel pomeriggio del Sabato Santo (11 aprile). Se non si dovesse giungere a un cessate il fuoco nel giro di pochi giorni è difficile che in quelle circostanze possano essere autorizzati assembramenti numerosi, tanto ai piedi della Spianata delle Moschee, per gli ebrei, quanto al Santo Sepolcro per i cristiani.
Al Santo Sepolcro la preghiera non si arresta
Intanto, dentro la basilica la vita liturgica e di preghiera delle comunità religiose e monastiche prosegue senza variazioni. Un comunicato della Custodia di Terra Santa, emesso il 21 marzo, assicura che «la comunità dei frati francescani presente al Santo Sepolcro non ha mai cessato, né di giorno né di notte, di svolgere le celebrazioni previste, i riti, le processioni quotidiane e le preghiere liturgiche secondo quanto stabilito dallo Status Quo».
«Anche in questi giorni – precisa il comunicato –, pur essendo l’accesso alla Basilica impedito ai fedeli per motivi di sicurezza, la preghiera continua ininterrottamente nei Luoghi Santi. La nostra presenza secolare nei Luoghi della Redenzione e la preghiera che vi si eleva ogni giorno sono a nome di tutta la Chiesa e per il bene dell’intera umanità. In momenti particolarmente drammatici come quelli che stiamo vivendo, essa vuole rendere presente la fede, la speranza e la supplica di ogni battezzato, perché proprio da questi Luoghi santi continui a levarsi una preghiera per la pace e per la riconciliazione tra i popoli».



























