C’è una scelta tipografica, in questo libro di Luca Diotallevi, che vale più di molte argomentazioni. Nel titolo – La chiesa si è rotta – chiesa è con la minuscola. L’autore spiega con precisione la distinzione su cui tutto si regge: per «chiesa», al minuscolo, intende «un particolare regime ecclesiastico e un determinato modo di incarnare la fede che in uno spazio e per un tempo sono stati la Chiesa o almeno la sua forma prevalente». Ciò che si sta sgretolando non è la Chiesa, realtà che per il credente non può finire, ma una sua determinata configurazione storica: quella costruita in Europa tra il XVI secolo e il secondo Novecento, intrecciata con lo Stato, con le istituzioni sociali, con una certa forma di trasmissione culturale della fede. Quella chiesa si è rotta. E Diotallevi si propone di aiutare il lettore a non confondere il crollo con la fine. Il sottotitolo – Frammenti e spiragli in un tempo di crisi e opportunità – fornisce la chiave di lettura: questo non è un libro sul disastro; è un libro sulla soglia.
L’autore insegna sociologia dei processi culturali all’Università Roma Tre ed è, come tiene a precisare fin dall’incipit, un «normalissimo cattolico praticante». Questa doppia appartenenza non è di maniera: è il metodo del libro. Gli strumenti dell’analisi sociale servono a descrivere il fenomeno, mentre la fede orienta il significato. Il risultato è un saggio che si colloca in una tradizione di riflessione ecclesiologica europea – da Henri de Lubac a Michel de Certeau, dal Vaticano II alla teologia politica di Johann Baptist Metz – senza voler essere un’opera di teologia, ma semmai un contributo al discernimento. Altri, come il teologo ceco Tomáš Halík (basti ricordare il suo Il sogno di un nuovo mattino. Lettere al papa) percorrono sentieri analoghi. Di suo, Diotallevi aggiunge la prospettiva del sociologo e la testimonianza ragionata di un intellettuale cattolico che guarda la crisi senza precipitare né nel catastrofismo né nell’ottimismo di maniera.
Uno dei nuclei più stimolanti del libro è l’analisi del contesto religioso contemporaneo. Il declino del cattolicesimo praticante in Europa avviene, paradossalmente, in un’epoca di boom del religioso. Non siamo nell’età della secolarizzazione trionfante; siamo piuttosto nell’era del consumo religioso. Tramonta la religione come collante sociale, struttura condivisa, grammatica comune di un popolo; prolifera un mercato di offerte spirituali dove l’individuo assembla a piacimento la propria spiritualità privata. Persino l’Organizzazione mondiale del commercio ha dovuto dotarsi di un codice merceologico specifico per i beni e servizi religiosi, nota l’autore con amara ironia.
Diotallevi individua un duplice terremoto. Sul versante politico internazionale il vecchio mondo degli Stati era già in rotta dalla seconda metà del Novecento ma il mondo che lo stava sostituendo, quello delle società aperte e dei diritti, è a sua volta sotto attacco da parte di nuovi imperialismi. Nella Chiesa accade qualcosa di analogo: il Vaticano II aveva aperto una strada, ma quella maggioranza riformista si sta rivelando una minoranza che non ha fatto in tempo a mettere radici. Il rischio non è tornare indietro, perché indietro non si torna. Il rischio è deragliare verso un cattolicesimo a bassa intensità, frammentato in prodotti ritagliati sui gusti di nicchie di mercato: incluso il prodotto «tradizionalista», che non è meno mercantile degli altri. «Cacciati i mercanti dal tempio, ora sono molti dei funzionari del tempio a farsi mercanti».
Eppure, tutto ciò non induce Diotallevi alla rassegnazione. Ciò che sta accadendo, osserva, ha la forma teologica di un kairós, un momento opportuno nel senso del Nuovo Testamento. «Il rompersi di una chiesa è un problema serio per la Chiesa, ma è anche un’opportunità che le si offre per poter continuare a svolgere la propria missione attraverso i tempi e i contesti che mutano».
Sul finale del libro, il sociologo denuncia la deriva che ha ridotto i laici nella Chiesa a «operatori pastorali», collaboratori e segretari di preti e vescovi, svuotandoli della loro funzione propria: abitare il secolo, starci dentro senza filtri, essere il luogo in cui il Vangelo si incontra con la realtà. Poi rialza lo sguardo sull’orizzonte e osserva: «Cogliere questo tempo come una opportunità, come un kairós, costringe a fare i conti con la domanda sulla speranza. Con onestà dobbiamo riconoscere che c’è molto che non possiamo promettere e che, in coscienza, non possiamo accettare che ci venga promesso. Molto di questo inganno viene oggi spacciato a piene mani, persino dentro la Chiesa e a suo nome. Con altrettanta onestà dobbiamo dire che al cuore del Vangelo e lungo miriadi di trame sottili e robuste che ravvivano il presente e la storia della Chiesa vive una speranza credibile. Della salvezza e della pienezza di vita tale speranza onesta promette un inizio certo nel secolo e una realizzazione non prima dell’Ultimo Giorno. Offre amicizia e chiede responsabilità. Accompagna nella lotta. Detesta i clan e le logge. Non nasconde il conflitto né il dolore né la morte, ma accetta e decide di attraversarli. Accoglie la differenza della santità e aborre il mondanissimo inganno del sacro» (p. 175).
Diotallevi non consegna risposte, ma un orientamento. Ed è forse la cosa più onesta che si possa fare in un tempo come questo.

Luca Diotallevi
La chiesa si è rotta
Frammenti e spiragli
in un tempo di crisi e di opportunità
Rubbettino, 2025
pp. 216 – 18,00 euro

























