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Maya Savir: «In Israele torniamo a parlare di pace»

Manuela Borraccino
23 marzo 2026
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Maya Savir: «In Israele torniamo a parlare di pace»
Maya Savir (per g.c. dell'intervistata)

Il tema della pacificazione con i palestinesi è nuovamente presente nel dibattito pubblico, rimarca la scrittrice e attivista Maya Savir. Che rivendica come il solo modo di iniziare un cambiamento sia provare a immaginarlo e lottare ogni giorno per tradurlo in realtà.


«Non si può “vivere di spada” ad oltranza». Gli israeliani devono cogliere l’opportunità aperta dal trauma collettivo del 7 ottobre 2023 e dall’ennesima guerra in corso in Medio Oriente per intraprendere «un percorso doloroso, ma possibile e necessario». Mai come oggi «questa possibilità è reale ed è percepita», non senza diffidenza e paura, da un’ampia quota di israeliani moderati. Per l’esperienza maturata negli ultimi anni, ne è convinta la scrittrice e attivista per la pace Maya Savir, autrice nel 2017 del saggio in ebraico Sulla riconciliazione. In videochiamata da Tel Aviv racconta a Terrasanta.net: «Fino al 7 ottobre 2023, quanti mi invitavano a parlare del libro mi ascoltavano con l’aria distratta di chi pensa a una realtà lontana: il conflitto sembrava controllabile. “Dicci quel che hai da dire. Forse un giorno lontano ce ne occuperemo; ora abbiamo questioni più urgenti”. Poi il “sabato nero” ha spazzato via tutto ciò. Noi israeliani abbiamo vissuto per anni in una zona di comfort, che è finita per sempre. L’elefante è nella stanza e non può più essere ignorato. Da quando è iniziata la guerra a Gaza, ho visto aumentare gli inviti a parlare di pacificazione con i palestinesi a un ritmo che quasi non riuscivo a sostenere, fino a cinque incontri a settimana… Gli israeliani oggi sono consapevoli che questo conflitto va risolto, non possiamo più far finta che non esista, o rimandare».

Classe 1973, figlia del compianto negoziatore di Oslo Uri Savir, Maya dirige dal 2024 il ramo israeliano di Search for a Common Ground – una delle maggiori organizzazioni internazionali sui processi di pacificazione nelle aree in post-conflitto – dopo essere stata direttrice esecutiva di un’organizzazione umanitaria per la sicurezza alimentare in Africa. Autrice di romanzi, di saggistica e di libri per bambini, ha pubblicato nove anni fa un saggio su quali fattori abbiano condotto le popolazioni in Ruanda e in Sudafrica ad accordi di pace, e su come potrebbero dischiudere un percorso simile fra israeliani e palestinesi. Due anni fa è stata tra i leader che hanno lanciato la coalizione di 60 organizzazioni pacifiste israelo-palestinesi It’s Time, insieme con May Pundak, figlia del negoziatore di Oslo Ron Pundak e condirettrice di A land for All , e con la sceneggiatrice Mika Almog, il cui nonno era Shimon Peres. Dopo l’esordio a Gerusalemme nel 2024 ed il vertice dello scorso maggio, la rete sta organizzando un nuovo raduno il 30 aprile a Tel Aviv.

Raggiunta per telefono una mattina di marzo tra una discesa e l’altra nei rifugi antiaerei, parla «con il cuore gonfio di tristezza e di preoccupazione». «Non solo per le vittime, ma anche per tutte le persone che hanno perso la casa o le cui vite sono state sconvolte in tutta la regione: in Israele, in Palestina, in Iran, in Iraq, in Libano… Sono molto preoccupata perché mancano un piano strategico e obiettivi chiari per questa guerra, e non c’è nemmeno un piano di uscita dalle ostilità. Per questo credo che adesso il compito della società civile sia quello di mantenere viva la speranza: ricordare a noi stessi e ai nostri vicini che “il giorno dopo” arriverà, e che dobbiamo essere preparati per quando arriverà. Ciò vuol dire mantenere aperto uno spazio per il dialogo, ma non solo dialogo: anche azioni congiunte. Personalmente mi sento molto fortunata e mi motiva ogni giorno lavorare con israeliani e palestinesi che cercano un terreno comune, che lavorano già sulla ricostruzione di Gaza fornendo assistenza e sostegno ai leader di comunità locali. Questo è un fattore di grande rilevanza nei processi di pace perché sappiamo che devono essere i leader e le comunità locali a portare avanti iniziative di ricostruzione e nel post-conflitto: per noi qui oggi è il segno più potente che un futuro insieme è possibile, perché vediamo che lavorare su obiettivi condivisi offre una piattaforma sulla quale costruire».

• Quali iniziative sono in corso a Gaza?

Ci sono diverse collaborazioni israeliane e palestinesi attive da tempo su progetti specifici: sulla tutela dei bambini, sulle donne in condizioni di fragilità, sugli aiuti umanitari. Certamente ad uno sguardo esterno è evidente una grande separazione fra noi, un divario che può sembrare quasi totale… Ma se puntiamo lo zoom e ingrandiamo il quadro, è possibile scorgere questi spazi: che sono reali, concreti, ed è nostro dovere custodirli, farli crescere e aprirne di nuovi. Un ulteriore obiettivo fondamentale per noi è coinvolgere nelle attività persone che non necessariamente provengono dal campo della pace.

• E ci riuscite?

Ci sono molti peaceniks fra israeliani e palestinesi che hanno mantenuto per anni questi spazi con nuove idee e creatività, ma ci sono tantissimi altri fra noi che per varie ragioni non appartengono alle associazioni pacifiste. Quel che vedo oggi è che ci sono molti più ebrei israeliani che sono pronti a un compromesso perché si rendono conto che il conflitto non è sostenibile: i nostri figli si meritano di più. Stiamo dunque cercando di creare spazi dove persone che non vengono dal nostro ambiente possano riunirsi per parlare di pace e del futuro, che appartiene a tutti.

• Secondo un sondaggio dell’Istituto israeliano per la democrazia il 93 per cento degli ebrei israeliani sostiene l’attacco all’Iran e il 74 per cento apprezza le scelte del primo ministro Benjamin Netanyahu. Secondo lei, perché?

Sostengono la guerra, più che Netanyahu. E questo perché nelle guerre il pensiero critico si appanna, mantenere la lucidità diventa sfidante… L’ho riscontrato anche in altre società in conflitto, e noi in Israele siamo in guerra da due anni e mezzo. Non è che prima del 7 ottobre fossero rose e fiori, ma è un dato di fatto che il nostro stato mentale oggi è quello della sopravvivenza. Ed è difficile in queste condizioni immaginare delle alternative, per coloro che non sono abituati a farlo. Ritengo che questa sia una delle ragioni del sostegno a questa guerra: distrae l’opinione pubblica dall’instabilità politica o da quello che Israele sta facendo in Cisgiordania. Soltanto una parte di noi cerca di mantenere ogni giorno la consapevolezza che la guerra è sempre un fallimento. Quando si entra in guerra significa che i leader hanno fallito, che non sono riusciti a trovare idee, né la flessibilità, né il coraggio necessari per trovare soluzioni diplomatiche e politiche. La guerra è sempre la soluzione più facile: non richiede altro che armi. Per me avere coraggio significa cercare una via verso la pace, non una via verso la guerra.

• Nel suo libro Sulla riconciliazione, che uscirà aggiornato, e per la prima volta in inglese, ad ottobre, ha raccontato quel che ha imparato in Ruanda e in Sudafrica. Quali somiglianze vede con il conflitto israelo-palestinese?

Il nuovo capitolo su quanto è avvenuto in Israele dopo il 7 ottobre 2023 e sugli effetti di questa guerra è il testo più difficile che abbia scritto in vita mia. Penso che il nostro conflitto non sia più grave, più complicato, più doloroso di altri. Da anni cerco di raccontare al pubblico che altri conflitti difficili, complessi e sanguinosi sono stati risolti, dunque possiamo riuscirci anche noi. E vedo l’impatto trasformativo che questa verità possiede: lo vedo nelle persone di tutte le età. E in Israele, dove ci sentiamo ripetere fin da piccoli che occorre «vivere di spada», la risposta alla domanda su chi si sacrifica è diversa: perché in Israele chi muore sono i giovani. Vengono mandati in azione e muoiono. Perciò penso che in una società come la nostra il cambiamento debba venire dagli adulti: sono i genitori e i nonni a dover dire: “Basta!” Siamo noi adulti a dover intraprendere il sacrificio di trovare una soluzione per vivere insieme, per quanto difficile possa essere. È il sacrificio che dobbiamo compiere perché i nostri figli abbiano un futuro migliore. E questo è il cambiamento che vogliamo coltivare e che vogliamo rendere possibile. E oggi dovrebbero essere moltiplicate molto di più di quanto non avvenga le voci della società civile. La storia dimostra che gli sforzi per porre fine a conflitti interetnici violenti duraturi, per i quali si è giunti ad accordi, sono partiti dalla società civile.

• Quali sono gli ostacoli per cambiare il discorso pubblico in Israele?

In uno spazio così dominato dalla polarizzazione e dall’estremismo i moderati in Israele e in Palestina tendono a rimanere in silenzio: nessuno vuole essere attaccato e sentirsi una minoranza. Ma sono convinta che se introducessimo moderazione nello spazio pubblico e soluzioni e contenuti orientati alla pace, allora molte più persone che ora tacciono sarebbero in grado di parlare e influenzare il dibattito pubblico. D’altronde, la polarizzazione su questo conflitto è ben visibile anche nel resto del mondo: o si sostiene Israele o si sostiene la Palestina. E questo non è utile. Se vuoi sostenere Israele, sostieni il campo della pace. Se vuoi sostenere la Palestina, sostieni il campo della pace. I pacifisti hanno bisogno di sostegno. Un altro fattore comune nei processi di pace è l’azione di società civili forti che hanno aperto varchi di dialogo e imposto ai leader politici di guidare un processo di pacificazione.

• Secondo lei oggi in Israele la società civile israeliana possiede la forza di imporre un cambiamento di rotta?

Per molti anni, è vero, il campo pacifista è stato diviso e ciò ci ha molto indebolito. Oggi penso che non sia più così. Le organizzazioni pacifiste in Israele sono tante, sono forti, e portano avanti un lavoro molto interessante e coraggioso. Per anni le discussioni si arenavano su dove mettere la virgola o su quale termine usare in una dichiarazione congiunta. Ma dopo il 7 ottobre 2023 è cambiato tutto. La gravità della situazione ha accelerato la nascita della coalizione It’s Time. Tutto è nato da una conversazione fra noi donne, e oggi comprende più di sessanta associazioni pacifiste israeliane, ovvero formate da ebrei e arabi. Il Comitato direttivo e tutti gli eventi che organizziamo sono nella stessa misura composti da ebrei e da israeliani palestinesi. Stiamo facendo molti progressi. Dopo il vertice dell’anno scorso, quando 10mila persone hanno effettivamente comprato i biglietti per venire a parlare di pace, ora – il 30 aprile – ci sarà un nuovo evento simile.

• Lei vede un leader politico oggi in Israele che potrebbe farsi interprete di una svolta?

Il panorama politico in Israele oggi è molto difficile. I coloni, ovvero l’estrema destra in Israele, sono appena il 4 per cento della popolazione ma rappresentano il 20 per cento della Knesset. È evidente che il loro peso politico è sovradimensionato rispetto alla quota di israeliani che si riconoscono nelle loro posizioni: sono stati molto abili a conquistare il consenso, ma esercitano un’egemonia che non corrisponde al sentire dell’israeliano medio. Perciò uno dei nostri obiettivi principali è contrastare il mantra che dice: «Non c’è nessun partner per la pace, non c’è nessuna soluzione, non c’è nessun futuro». Su chi potrebbe guidare la svolta, c’è una manciata di membri della Knesset coraggiosi che stanno portando avanti queste istanze, ma non sono molti e non vedo abbastanza impegno in termini di costruzione di un’alternativa politica. Ci sono persone interessanti che stanno entrando in politica, molte delle quali provengono dalla società civile e sono leader della battaglia per la democrazia: penso che dovremmo lavorare sul legame tra democrazia e pace. Nelle ultime elezioni, il tema del conflitto non era nemmeno sul tavolo e questo non può più accadere. Il pubblico israeliano che si recherà alle prossime elezioni dovrebbe poter dire a tutti i partiti: «Se volete il nostro voto, dovete avere un piano di pace; se non avete un piano di pace, non avrete il nostro voto». Questo è qualcosa che possiamo fare insieme e ci stiamo lavorando: stiamo re-introducendo la pace nel dibattito. Perché la pace è un diritto umano fondamentale: non è un privilegio. Ci assicuriamo che i nostri figli abbiano un tetto, medicine, cibo e istruzione, ma la pace è altrettanto importante. Vorrei che i giovani fossero in grado di esigerlo dalle generazioni più anziane.

• Che cosa le fa pensare che gli israeliani avvertano questo bisogno?

Prendo spunto dalla mia esperienza: da molti anni tengo discorsi pubblici sulla riconciliazione. In generale prima del 7 ottobre ricevevo dei feedback positivi e nulla più. Non perché dicessi cose facili ma perché avevo la netta sensazione che per la maggior parte degli ebrei israeliani il conflitto fosse lontano e controllabile. Il 7 ottobre ha cambiato tutto. Il numero di richieste che ho ricevuto per andare a parlare di riconciliazione è stato tale che quasi non riuscivo a stare al passo. Improvvisamente tutti volevano parlare del conflitto: persone che si definivano di centro, persone leggermente inclini a destra, gruppi religiosi. È vero che troppi israeliani stanno prendendo in considerazione soluzioni irrealistiche e anche immorali. Tuttavia, il conflitto è qui: non è più evitabile, non è più invisibile. E questa è una buona notizia per noi, perché ci obbliga a parlarne.

Ultimo aggiornamento: 24/03/2026 17:38

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