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La difficile Pasqua dei cristiani mediorientali

Iman Sabbah
30 marzo 2026
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La difficile Pasqua dei cristiani mediorientali
Un religioso nelle vie deserte di Gerusalemme Est il 30 marzo 2026. (foto Chaim Goldberg/Flash90)

Tra gli effetti del conflitto che infuria sul Medio Oriente da ormai più di un mese c'è anche, per i cristiani, la difficoltà di celebrare gioiosamente la Pasqua. A Gerusalemme come a Beirut, a Gaza come a Taybeh.


Per i cristiani della Terra Santa, la chiesa non è solo un luogo in cui pregare, ma uno spazio di appartenenza, identità e comunità. I Luoghi Santi, in cui è possibile rivivere passo dopo passo la vita di Gesù, dalla nascita alla resurrezione, sono la ragione del loro radicamento ad una Terra in cui la morte sembra spesso dominare sulla vita.

Privare dell’accesso a questi luoghi santi il patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa e il custode di Terra Santa padre Francesco Ielpo – fatto di ieri, 29 marzo 2026, che ha suscitato un coro di solidarietà internazionale senza precedenti – ferisce e indebolisce una comunità provata da una guerra interminabile, minacciando il senso di appartenenza e di resistenza nella terra di Gesù.

Quando si parla di Terra Santa si intendono, generalmente, Israele, Palestina (Cisgiordania e Striscia di Gaza) e Giordania. Un’area in cui vivono circa 20milioni di persone, delle quali solo una piccola parte appartiene alla comunità cristiana: circa 185mila battezzati in Israele, 50mila nei Territori Palestinesi e 250mila in Giordania.

In Medio Oriente – ci ha ricordato ieri papa Leone XIV nelle celebrazioni della Domenica delle Palme – «i cristiani soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi».

Celebrazioni senza il popolo

La basilica del Santo Sepolcro, ad esempio, è chiusa dallo scorso 28 febbraio. È alquanto raro che i cristiani non possano frequentare per un periodo così lungo i luoghi della passione di Cristo. Lo stato di emergenza, in Israele, è stato prorogato fino al 14 aprile. Le sirene di allarme suonano continuamente, ovunque in qualsiasi momento. Un rumore che rompe il silenzio che in questi giorni regna nelle strade di Gerusalemme, prive ancora una volta di fedeli e pellegrini. Le celebrazioni in programma per la Settimana Santa si svolgeranno per lo più senza il popolo.

Un’altra mancata partecipazione dei fedeli al rito pasquale renderà ancora più fragile la comunità, che da troppi anni vive in una situazione di emergenza permanente. Prima la guerra a Gaza, poi le continue e sempre più violente aggressioni dei coloni in Cisgiordania ed oggi la guerra in Iran e Libano.

Nella Striscia una Pasqua tra le macerie

A Gaza, le 500 persone che compongono la minuscola comunità cristiana, condividono lo stesso dramma dei 2 milioni di palestinesi, costretti a vivere in una terra di macerie. L’80 per cento del territorio della Striscia è distrutto. Se il cibo ora si trova, continuano a mancare medicinali e antibiotici di base – ha denunciato il cardinale Pizzaballa – che ha raccontato come la gente vive praticamente accampata nelle tende tra gli scoli fognari. L’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia resta impossibile: dal 28 febbraio i valichi sono in gran parte chiusi o sottoposti a restrizioni severe, l’ingresso di beni essenziali avviene in modo sporadico e insufficiente e le difficoltà logistiche, unite alla situazione di sicurezza, impediscono una distribuzione efficace alla popolazione civile.

La Cisgiordania a pezzi

Sul versante della Cisgiordania la vita si fa sempre più insostenibile. Gli attacchi dei coloni, spesso protetti dai militari israeliani, colpiscono i palestinesi senza distinzioni, inclusa la comunità cristiana. Da mesi a Taybeh, il piccolo villaggio palestinese a nord di Gerusalemme e ultimo interamente abitato da cristiani, regna la paura. Ogni giorno, al tramonto, gli abitanti vengono terrorizzati da atti vandalici, incendi e intimidazioni. Anche gli spostamenti quotidiani sono quasi impossibili, con permessi di circolazione revocati sistematicamente.

Una crisi che non risparmia le scuole cristiane di Gerusalemme. Oltre 200 insegnanti potrebbero perdere il lavoro, mettendo in grave difficoltà la continuità didattica delle storiche scuole cristiane. Il ministero dell’Istruzione israeliano ha, infatti, annunciato che, per l’anno scolastico 2026-2027, potranno essere assunti solo docenti residenti a Gerusalemme e in possesso di titoli di studio israeliani.

Nel teatro di guerra libanese

Le celebrazioni pasquali sono a rischio anche in molte chiese del Libano, trascinato in guerra dagli uomini di Hezbollah e costretto nuovamente a vivere sotto i massicci bombardamenti israeliani.

In Libano vivono circa 1 milione e 600 mila cristiani, pari a circa un terzo della popolazione. Tra loro c’era anche padre Pierre el Rai, ucciso il 9 marzo 2026 nel villaggio cristiano di Qlayaa, mentre tentava di soccorrere alcuni parrocchiani rimasti feriti in un bombardamento israeliano.

Un giorno prima dell’attacco, padre Pierre spiegava le ragioni della sua missione, lasciava una preziosa eredità: «Siamo costretti a rimanere nonostante il pericolo; quando difendiamo la nostra terra, lo facciamo in modo pacifico. Nessuno di noi porta armi. Tutti noi portiamo pace, bontà e amore.» Parole che testimoniano al meglio l’attaccamento dei cristiani alla loro terra e rendono ancora più dura una Pasqua senza comunità, segnata dalla paura e dalla sofferenza.

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