Il direttore di Caritas Gerusalemme, in Italia su invito della Chiesa ambrosiana, ha spiegato il senso dell’impegno per Gaza e rinsaldato quei legami di solidarietà che servono a dare un futuro a una popolazione traumatizzata
«Ricostruiamo sulle rovine»: è diretto il richiamo alle parole del profeta Isaia (61,4) che ha fatto Caritas Ambrosiana nell’impegnarsi per la popolazione di Gaza, mentre l’attenzione internazionale per la Striscia devastata dalla guerra rischia di spegnersi.
E l’ha fatto invitando il direttore di Caritas Gerusalemme, Anton Asfar, a tenere alcuni incontri in Lombardia. Tra il 10 e l’11 febbraio, a Milano, Lecco e Varese, Asfar ha parlato della situazione attuale, delle difficoltà crescenti in Cisgiordania, ma anche del senso profondo della presenza e dell’azione della Caritas in Terra Santa oggi. Con lui, una giovane operatrice di Caritas e cittadina di Gaza, Fatena Mohanna, ha portato la sua testimonianza.
All’inizio della guerra, le morti violente di due operatori, Viola al-Mash, tecnica di laboratorio di 26 anni, e Issam Abdedrabbo, farmacista di 35 anni, avevano sollevato la domanda: «Come continuare?».
Per Anton Asfar la risposta è arrivata grazie ai messaggi di vicinanza e alle preghiere da tutto il mondo che hanno permesso di continuare a operare e portare aiuti materiali.
«Per noi ha significato molto».
A Gaza Fatena ha lavorato come videomaker, testimoniando la tragedia.
Per questo suo lavoro giornalistico, insieme a un collega, Alhassan Selmi, ha ricevuto il Premio giornalistico Colombe d’oro per la pace ed è stata accolta lo scorso dicembre nell’Università per stranieri di Siena dove oggi studia.
Racconta una realtà che in Europa molti trascurano, pensando che, davanti ad almeno 72mila morti e l’80 per cento delle case distrutte o danneggiate, non resti altro che l’esilio. «Gaza è la mia città, la mia casa, significa famiglia e amici. La forza di resistere in due anni di guerra non mi è venuta dal sentirmi forte, ma dalle persone accanto, anche i colleghi operatori Caritas».
Fatena riconosce che le immagini trasmesse sono state un contributo alla conoscenza della tragedia nella Striscia «ma non bastano ad esprimere tutto il dolore per le perdite». Fa l’esempio dei bambini che hanno perso familiari, arti amputati, due anni di scuola.

Da sinistra: Fatena Mohanna e Anton Asfar (foto Cristina Molinari)
Caritas Gerusalemme è attiva in Israele, in Cisgiordania e, naturalmente nella Striscia: dei suoi 177 operatori, 127 sono stati impegnati nella Striscia di Gaza. Almeno 60mila persone hanno beneficiato di aiuti diretti e questo impegno ha bisogno di proseguire.
Anton Asfar, cristiano nato a Gerusalemme, da anni impegnato nel suo lavoro con il Patriarcato latino, spiega che il piano Trump non dà pienamente garanzie per operare né affronta la questione israelo- palestinese nella sua interezza.
Lo preoccupa la situazione sempre più tesa in Cisgiordania, dove per Caritas si fa difficile agire.
Riconosce che i processi di riconciliazione e perdono sono lunghi e difficili e solo piccoli gruppi si impegnano per un superamento dei traumi e un riconoscimento reciproco.
Nonostante tutto ciò, resta il desiderio di aiutare una popolazione costretta alla mera sopravvivenza.
Caritas non si è fermata all’inizio della guerra e non lo fa nemmeno ora. La volontà di ricostruire sulle macerie si trasmette a tutta la rete internazionale. Per il 2026 ha fatto appello di emergenza a tutte le Caritas per raccogliere 8 milioni di euro a livello mondiale. La risposta di Caritas Italiana finora è stata un impegno per 2,5 milioni, e nel 2026 gli aiuti non cessano. In particolare, attraverso l’attivazione di una nuova unità medica materna-infantile situata vicino allo stadio della città di Gaza, oggi diventato una tendopoli per civili sfollati. I destinatari sono oltre 10mila persone, tra bambini e madri.
Anton Asfar ammette che non è facile restare in Terra Santa, scegliere di viverci e non partire per sempre. «Ma è anche una grazia poter vivere a Gerusalemme e in questa terra».
Eco di Terrasanta 2/2026
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L’esperienza cristiana è semplicemente fare quello che ha fatto Gesù nella sua vita. San Francesco sceglie di immergersi come Gesù nella sua morte, facendoci ricordare che può essere una cosa bella anche se drammatica.
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