Una comandante delle milizie curde Ypj racconta quel che ha rappresentato la rivoluzione delle donne durante la guerra civile siriana in una rara intervista rilasciata a un reporter britannico in una base segreta nel Nord Est della Siria.
«La nostra lotta è stata caratterizzata da grandi sofferenze. Per noi donne è diventato estremamente importante liberarci dalla mentalità monotona e centralista degli uomini. E creare uno Stato pluralistico e non centralizzato in cui tutti i generi abbiano voce in capitolo e siano partner e collaboratori nella vita. Lo slogan Donna, Vita, Libertà non è nato dal nulla». Così Viyan Adar, comandante curda di uno dei battaglioni femminili (noti come Unità di protezione delle donne, ovvero Ypj nell’acronimo di Yekîneyên Parastina Jin) delle Forze democratiche siriane (Fds), racconta al reporter britannico Ross Domoney in un cortometraggio della testata digitale The Real News Network pubblicato lo scorso 5 febbraio ciò che ha rappresentato la rivoluzione guidata dalle donne nella regione del Rojava. L’intervista in una base nascosta nel Nord Est della Siria è stata registrata pochi giorni prima dell’accordo fra il governo di Damasco e le forze che governavano quella regione; accordo che ha sostanzialmente ristabilito sull’intera area la sovranità del governo centrale.
Nel 2012, quando il regime di Bashar al-Assad perse il controllo del Kurdistan siriano, le comunità si organizzarono per proteggersi da sole e le donne curde, politicamente attive attraverso decenni di organizzazione clandestina, vollero assumere un ruolo di primo piano anche nella difesa armata. Non è ancora chiaro che cosa ne sarà dell’autonomia del sistema politico autonomo, basato sull’uguaglianza di genere e sul processo decisionale collettivo, creato dalle Fds dopo la cacciata dei miliziani dell’Isis dalla regione. Oltre 12mila combattenti delle Fds, uomini e donne, sono morti nella guerra contro l’Isis. «La filosofia della nostra rivoluzione – spiega Adar – è vivere liberamente. L’obiettivo principale è costruire una vita democratica… Una vita di giustizia, moralità e cultura. Una vita per tutti gli esseri viventi. Come l’ecologia stessa».
La comandante ha rivendicato il valore della multietnicità delle Forze democratiche siriane e l’auspicio che le conquiste dell’autonomia governativa e dell’uguaglianza di genere non vengano stralciate nella nuova Siria di Ahmed Al-Sharaa. «Sappiamo che, prima di essere curdi, siamo esseri umani: cristiani, armeni, turkmeni, arabi… Dovremmo vivere tutti insieme come esseri umani, non come nazioni: anche con religioni diverse».
Secondo gli osservatori, le tensioni sul futuro della regione del Rojava dopo l’accordo raggiunto dal presidente ad interim con le forze curde sono emblematiche delle difficoltà interne che il leader siriano sta affrontando. È vero che nel giro di appena un anno Al-Sharaa ha convinto le capitali occidentali a revocare o sospendere la maggior parte delle sanzioni imposte durante il vecchio regime, ha ottenuto impegni da Paesi arabi e occidentali per miliardi di dollari di investimenti e si è persino unito alla coalizione guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico. Ma, ad un anno dalla transizione post-Assad, il potere è concentrato all’interno di una ristretta cerchia di ex leader dell’Hayat Tahrir al-Sham che devono ancora articolare una visione chiara per il futuro politico della Siria. Private di una partecipazione significativa nelle istituzioni politiche del Paese appena ricostituite, le minoranze etniche e religiose, così come i membri della maggioranza sunnita che diffidano della visione ideologica della nuova leadership, rimangono incerti sul loro posto nella nuova Siria.
L’unico modo per garantire la stabilità a lungo termine è aprire veramente il sistema politico. «Finora al-Sharaa ha esitato a farlo. Ma è un politico scaltro – rimarcano su Foreign Affairs gli analisti Jerome Drevon e Nanar Hawach – che ha dimostrato una capacità di adattamento pragmatico per evitare i problemi prima che diventino crisi». Negli ultimi dieci anni ha guidato il suo movimento allontanandolo dal jihad globale e orientandolo verso un allineamento strategico con i partner internazionali. E pochi mesi prima della caduta di Assad, mentre Hayat Tahrir al-Sham governava la provincia di Idlib, ha consentito riforme limitate in risposta alle proteste popolari nella regione. Ora, per preservare e consolidare i progressi che ha realizzato come leader della Siria, al-Sharaa dovrà garantire ai siriani un ruolo politico autentico nel futuro del loro Paese.






















