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I capi delle Chiese di Terra Santa incontrano i diplomatici

Terrasanta.net
9 febbraio 2026
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I capi delle Chiese di Terra Santa incontrano i diplomatici
Il patriarca Teofilo III, ospite dell'incontro con il Corpo diplomatico di Gerusalemme, durante il suo discorso. Al suo fianco, il nunzio apostolico Adolfo Tito Yllana e il custode di Terra Santa fra Francesco Ielpo. (foto Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme)

Riuniti come ogni anno presso il Patriarcato greco-ortodosso, i capi delle Chiese di Gerusalemme, su invito del patriarca Theophilos III, hanno allertato il corpo diplomatico sul deterioramento della libertà di culto, sulle violenze contro i cristiani e sulle emergenze umanitarie, in particolare a Gaza.


Come accade ogni anno in questo periodo, i patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme hanno ricevuto i diplomatici residenti nella Città Santa. L’incontro è avvenuto venerdì 6 febbraio nella sede del patriarcato greco-ortodosso, sotto l’egida del patriarca Theophilos III. Una riunione che è ormai consuetudinaria, ma che stavolta è incorniciata da un clima particolarmente pesante.

Davanti a oltre trenta consoli generali e capi missione, i responsabili delle comunità cristiane hanno tracciato un bilancio del 2025 senza giri di parole: la presenza cristiana in Terra Santa è indebolita, la libertà religiosa va erodendosi e le istituzioni ecclesiali subiscono una pressione costante.

Theophilos III, aprendo l’incontro, ha ricordato il costo umano del conflitto in tutta la regione, con un’attenzione particolare rivolta alla Striscia di Gaza, dove distruzione e privazioni continuano a colpire le popolazioni civili. Il patriarca ha evocato la sua visita pastorale nell’enclave, insieme al cardinale Pierbattista Pizzaballa nel luglio 2025, e ha riconosciuto la fedeltà delle comunità cristiane che laggiù proseguono la loro missione di servizio, educazione e cura, nonostante la guerra.

Libertà di culto sotto pressione

Il cuore dell’intervento ha riguardato le ripetute violazioni della libertà di culto a Gerusalemme. Le restrizioni imposte durante la cerimonia del Fuoco santo (che i cristiani ortodossi celebrano nella basilica del Santo Sepolcro nel pomeriggio del Sabato santo) e nel corso della Settimana santa sono state denunciate ripetutamente: limitazioni drastiche del numero di fedeli autorizzati, ostacoli alla partecipazione tradizionale degli scout, dispositivi di polizia giudicati sproporzionati. Per le Chiese, l’accesso ai luoghi santi non è una concessione amministrativa. Si tratta di un diritto antico, radicato nello status quo, costitutivo della vita religiosa cristiana a Gerusalemme. Qualsiasi messa in discussione di questo equilibrio è percepita come un attacco diretto alla dignità dei fedeli.

I capi delle Chiese hanno inoltre lanciato l’allarme sulle violenze contro i cristiani, i loro luoghi di vita e le loro istituzioni. In Cisgiordania sono stati segnalati attacchi di coloni, in particolare a Taybeh e Birzeit. Preoccupazioni sono state espresse anche di fronte all’espansione degli insediamenti in prossimità di Beit Sahur, una delle principali città cristiane palestinesi ancora attive.

Il versante umanitario e la responsabilità internazionale

La questione umanitaria ha occupato un posto centrale negli scambi di vedute coi diplomatici. Le Chiese hanno rinnovato il loro appello in favore dei bambini di Gaza malati di cancro, il cui accesso all’ospedale Augusta Victoria, sul Monte degli Ulivi, è ancor oggi inibito. Prima di quest’ultima guerra, tali cure vitali erano possibili; ora non più. I responsabili dell’ospedale hanno interpellato direttamente i diplomatici presenti, invitandoli a esercitare una pressione chiara sulle autorità israeliane. Per le Chiese, la salute dei bambini non può essere trattata come una questione secondaria.

Sono state menzionate anche le difficoltà legate ai permessi di soggiorno e di lavoro. Esse colpiscono insegnanti, personale medico e dipendenti di servizi essenziali, disorganizzando scuole e ospedali e indebolendo ulteriormente il tessuto sociale cristiano.

Come lo scorso anno, i rappresentanti diplomatici hanno espresso il loro sostegno alle Chiese e alla libertà religiosa. Diversi hanno promesso di trasmettere le preoccupazioni rappresentate ai propri governi. È stato infine lanciato un appello all’invio di delegazioni di osservatori sul terreno.

A Gerusalemme, la diplomazia delle Chiese prosegue. Senza illusioni e senza rassegnazione.

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