
Dopo due anni di bombardamenti delle forze armate israeliane il sistema scolastico di Gaza è al collasso e oltre 600mila minori hanno perso due anni di istruzione. Un quinto della forza lavoro nell'istruzione superiore è stata è stato ucciso o ferito e tutte le università sono state colpite.
Non è stato necessario che l’Unicef lo certificasse alla fine di novembre 2025, specificando che il 92 per cento di tutte le strutture scolastiche richiederà una ricostruzione completa o una ristrutturazione radicale per tornare a funzionare. Ma alcuni numeri precisano la situazione.
Due anni scolastici sono saltati, del tutto o in parte, per 658mila bambini in età scolare. Tra gli innumerevoli traumi vissuti dai più piccoli nel conflitto, c’è anche quello che è definito con il termine «scolasticidio». Come già scriveva Paola Caridi su Terrasanta 3/2024, sei mesi dopo l’inizio della guerra: «“Educidio” o “scolasticidio” sono parole nuove, di pochi anni, ma esprimono ciò che, nei fatti, è successo, la cancellazione di una infrastruttura civile, culturale, sociale e umana».
Qual è dunque la situazione attuale, dopo due anni di guerra e devastazioni e tre mesi di questa specie di tregua segnata da miseria, malattie e piogge cadute negli accampamenti di fortuna, durante la quale almeno cento bambini sono morti non per cause naturali?
La Striscia di Gaza ha una popolazione mediamente molto giovane: circa metà degli abitanti ha meno di 18 anni. Oggi i dati non sono aggiornati, ma si può avere conferma della consistenza del numero di bambini e ragazzi dalle statistiche di un decennio fa. Nel 2014, mentre in Israele gli abitanti con meno di 14 anni erano il 27 per cento e in Egitto erano il 32 per cento, nella Striscia di Gaza questa quota raggiungeva il 43 per cento. Un tasso di fertilità molto alto che si spiegava anche per l’assenza di lavoro tra le donne palestinesi della Striscia.
Perciò il collasso del sistema scolastico per 658mila bambini su una popolazione di circa 2 milioni avrà conseguenze enormi. L’Unicef, insieme al ministero dell’Istruzione della Striscia, ha fornito alcuni dati ulteriori: 195 edifici universitari sono stati distrutti o gravemente danneggiati dalle forze israeliane; stessa sorte è toccata a13 biblioteche. Dei 38 campus universitari del territorio, 22 sono andati distrutti e 14 sono stati danneggiati. 1.333 studenti universitari sono stati uccisi, 2.886 sono stati feriti. E le vittime della guerra tra i docenti e il personale nell’ambito dell’istruzione superiore, sono state 1.112, numero che comprende morti, feriti e prigionieri: un quinto della forza lavoro.
Della situazione scolastica ha parlato anche p. Gabriel Romanelli, parroco della chiesa latina di Gaza, in una testimonianza rilasciata alla Fondazione «Aiuto alla Chiesa che soffre» (Acs) all’inizio di febbraio: «Prima della guerra, i tre istituti cattolici del Patriarcato latino e quello delle Suore del Rosario accoglievano circa 2.250 alunni, ma solo 162 bambini sono riusciti a riprendere la scuola». La popolazione cristiana nella Striscia prima della guerra superava di poco i mille fedeli, tra cattolici e greco-ortodossi. Perciò la maggior parte degli alunni delle scuole cristiane era musulmano.
Ora il problema principale è lo spazio, come spiega il parroco, perché gli edifici scolastici ospitano i rifugiati. Infatti, circa 450 persone trovano ancora rifugio nel complesso parrocchiale della Sacra Famiglia nella città di Gaza. «Poiché l’istruzione resta un atto di speranza – aggiunge padre Romanelli –, la parrocchia ha contattato due grandi scuole private indipendenti (non confessionali e non governative) del quartiere di Zeitoun e ha distribuito quaderni, penne e materiale di base, risorse che restano scarse. Prima della guerra, una di queste scuole accoglieva 1.400 alunni e l’altra 1.500».
L’Unicef ha creato spazi in 78 centri di apprendimento per ospitare più di 109mila alunni (il 54 per cento dei quali sono bambine) e fornire istruzione non formale. Questi bambini frequentano per tre ore, tre giorni a settimana, data l’elevata domanda e la carenza di aule, nonché la fatica per reperire materiale scolastico.
«Nonostante la distruzione fisica di campus, laboratori, biblioteche e altre strutture, e l’assassinio dei nostri studenti e colleghi, le nostre università continuano a esistere. Siamo più che edifici. Siamo comunità accademiche, composte da studenti, docenti e personale ancora vive e determinate a portare avanti la nostra missione». Così avevano dichiarato nel luglio 2025 i rettori delle principali università della Striscia, l’Università di Al-Aqsa, quella di Al-Azhar a Gaza e l’Università Islamica di Gaza, che da sole raccoglievano quattro quinti degli studenti universitari e che nei primi mesi dopo il 7 ottobre 2023 erano già state in parte o del tutto bombardate. (f.p.)



























