
«Un atto vergognoso, senza fondamento»: i rabbini condannano fermamente gli sputi e gli attacchi che prendono di mira religiosi cristiani a Gerusalemme.
Un video che circola sui social media mostra giovani israeliani che sputano all’ingresso del Santuario del Getsemani. Si tratta di un atto tristemente comune, che si verifica quotidianamente nella città vecchia di Gerusalemme e nei dintorni, contro i luoghi di culto cristiani e talvolta persino contro i cristiani stessi. È deplorevole e condannabile. Nulla cambierà, tuttavia, finché l’educazione impartita ai giovani ebrei in Israele, e in particolare in alcune scuole talmudiche, rimarrà invariata.
In questo contesto, la lettera pubblicata giorni fa sul sito web ultra-ortodosso Kikar HaShabbat (in ebraico) è un atto che ha un certo peso.
Il breve testo di cinque righe, firmato da Avigdor Nebenzahl, rabbino della città vecchia, e da Shmuel Rabinovitch, rabbino del Muro Occidentale, condanna senza ambiguità gli sputi, gli insulti e le provocazioni rivolte alle figure religiose cristiane nel centro storico di Gerusalemme.
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Il linguaggio è netto: questi atti sono descritti come «proibiti», «sgradevoli», costituendo chillul Hashem – una «profanazione del Nome» – e una «provocazione contro le nazioni», che rischia di mettere in pericolo non solo le relazioni interreligiose, ma anche le stesse comunità ebraiche, sia in Israele che all’estero. I rabbini ribadiscono che la Torah non giustifica in alcun modo tale comportamento.
Una posizione di questo tipo è rara. In effetti, le autorità religiose ortodosse di rado parlano pubblicamente sulle violenze commesse da ebrei contro non ebrei.
Da anni, a Gerusalemme si assiste a una recrudescenza di episodi che prendono di mira sacerdoti, personalità religiose e, talvolta, pellegrini cristiani quando espongono simboli religiosi visibili.
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Al contrario, sui social media, gli ebrei israeliani, religiosi o meno, esprimono sempre più il loro disagio e la loro indignazione per questo comportamento. In molti sottolineano che questi atti non riflettono né la loro fede né il loro attaccamento a Gerusalemme, e che danneggiano l’immagine morale dell’ebraismo e la pacifica convivenza nella città.
Questa osservazione è in linea con il lavoro a lungo termine di Yisca Harani, la studiosa che da anni documenta attacchi, insulti e intimidazioni contro le comunità cristiane in Israele e a Gerusalemme. La sua ricerca fa luce su fenomeni spesso minimizzati: la reiterazione degli atti, la giovane età degli autori e la difficoltà che le vittime incontrano nello sporgere denuncia o ottenere sanzioni efficaci.
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Nel frattempo, iniziative di base stanno cercando di affrontare la situazione. Alcuni volontari, in particolare quelli affiliati al Rossing Center, accompagnano regolarmente le processioni cristiane nella città vecchia, soprattutto durante le principali festività liturgiche. La loro presenza mira a scoraggiare gli attacchi, rassicurare i leader religiosi e documentare gli incidenti quando si verificano.
La lettera dei rabbini da sola non risolve questo problema profondamente radicato, ma invia un messaggio forte. Ribadendo che il rispetto per gli altri e la dignità umana sono imperativi religiosi, i suoi autori riaffermano che a Gerusalemme la santità non può essere separata dalla responsabilità morale.



























