
L’ingresso delle truppe governative siriane, il 2 febbraio 2026, nelle città a maggioranza curda del Rojava, il territorio nord-orientale di fatto indipendente, segna la quasi completa riunificazione del Paese fatto a pezzi della guerra civile.
Dalla caduta del regime di Bashar al-Assad, l’8 dicembre 2024, quando ha preso il potere il gruppo jihadista Hay’at Tahrir al Sham guidato dal nuovo presidente Ahmed al-Sharaa, la Siria è rimasta un Paese privo di unità politica. Per anni né Assad, sostenuto a lungo da Iran e Russia, né la nuova leadership hanno avuto il controllo di tutto il territorio nazionale. Ma gli eventi delle ultime settimane, con l’occupazione dei territori nordorientali da parte delle truppe di Damasco, stanno dando inizio a una nuova fase: la sostanziale riunificazione della Siria.
Dopo avere occupato a metà gennaio le principali città sull’Eufrate, estendendo il controllo ai territori prevalentemente abitati da arabi, le truppe governative stanno in questi giorni avanzando nelle zone a maggioranza curda del Rojava, che per 14 anni sono state di fatto indipendenti. Il 2 febbraio sono entrate ad al-Hasaka, capoluogo del territorio autonomo curdo.
È una conseguenza diretta dell’accordo firmato da al-Sharaa e dal leader delle forze curde, Mazloum Abdi, capo delle Sdf, in base al quale le forze militari e le istituzioni amministrative curde vengono integrate gradualmente in quelle governative. Un cambiamento fortemente voluto dagli Stati Uniti, che hanno tolto ai curdi l’appoggio politico e militare garantito a lungo, in nome della comune lotta all’Isis.
La fine dell’autonomia dei curdi siriani
La principale linea di divisione territoriale dentro la Siria è stata il fiume Eufrate che ha separato la parte più estesa del Paese, controllata dal governo di Damasco, e il nord-est (chiamato Rojava dai curdi) rimasto alle Forze democratiche siriane (Sdf). Queste forze di opposizione a guida curda hanno avuto anche il controllo di ingenti risorse petrolifere e di gas.

Dopo il rovesciamento di Assad hanno conservato i loro insediamenti anche in alcuni quartieri di Aleppo, che solo di recente hanno dovuto abbandonare dopo violenti scontri avvenuti tra il 6 e il 10 gennaio. Migliaia di persone hanno dovuto fuggire dalla città, vittime di questa fase di riequilibrio del potere in un Paese che dal 2011 non trova vera pace.
Le Sdf comprendevano arabi, assiri e turcomanni, specchio della complessità etnica del territorio. Non erano perciò costituite solo da milizie curde, ma sono state numericamente e politicamente dominate dalle Ypg (Unità di protezione popolare), formazioni collegate al Pkk, il partito dei curdi in Turchia fortemente combattuto dal governo di Erdogan.
Negli scorsi mesi Damasco ha investito molto per portare i clan arabi della regione dell’Eufrate dalla propria parte, facendo leva sulle divisioni interne nelle Sdf. A Raqqa e Deir Ez Zor, le principali città lungo il grande fiume, le componenti arabe della popolazione e delle milizie hanno accettato di aprire la strada all’esercito nazionale. Quando il 18 gennaio 2026 il governo siriano ha proclamato il cessate il fuoco con le Sdf, dopo due settimane di scontri sanguinosi, si è aperta una fase nuova per la Siria.
Minoranze e violenze
Questo percorso di riunificazione nazionale, quindi, non è affatto lineare. In teoria è iniziato con un accordo del 10 marzo scorso, mai attuato, fino agli scontri e i compromessi politici delle ultime settimane.
Quello con i curdi non è stato l’unico fronte aperto per Damasco. Gli alawiti della costa legati al vecchio regime e i drusi nel sud si sono scontrati violentemente con le forze del nuovo governo. In poco più di un anno dal rovesciamento di Assad i due episodi più sanguinosi si sono verificati nel marzo 2025 nella regione costiera, dove ci sono state rivolte della minoranza alawita vicina al vecchio regime e vere e proprie stragi, e a metà luglio nella provincia meridionale di Suwayda, teatro di scontri armati con la minoranza drusa.
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Durante la riconquista verso nord-est, anche se non accompagnata da massacri su base etnoreligiosa, l’attuazione degli accordi ha trovato molte resistenze. L’esperimento di autogoverno dei curdi di Siria, spesso celebrato come esperienza politica da basso, caratterizzata dall’uguaglianza di genere, sembra oggi finita.
Diverse forze esterne ne hanno condizionato l’esito: la fine dell’appoggio statunitense, la costante pressione della Turchia di Erdogan e la fine del conflitto tra esercito turco e il Pkk, la forza dei curdi in Turchia che si è scontrata per 40 anni con il potere di Ankara, ma che in luglio ha annunciato la fine della lotta armata.
Promesse di uguaglianza
L’accordo alla fine raggiunto tra Damasco e la minoranza curda siriana prevede il riconoscimento del curdo come lingua nazionale accanto all’arabo, nonché lingua di insegnamento in alcune scuole. Viene abrogata la legislazione discriminatoria dell’epoca di Assad contro i curdi, concedendo a tutti la cittadinanza, e si dichiara nowruz, il Capodanno curdo (e persiano) festa nazionale.
Riprendendo il controllo delle più importanti città sull’Eufrate, Damasco ha occupato i giacimenti di petrolio di al-Omar e il giacimento di gas Conoco, importanti per la ricostruzione della disastrata economia nazionale. Ci sono poi le dighe di Tabqa e Tishrin sul fiume Eufrate, con i principali impianti idroelettrici del Paese.
Si tratta di indubbi successi diplomatici e militari dell’ex miliziano qaidista al-Sharaa, diventato un leader politico riconosciuto. Si è mosso con abilità, ottenendo sostegno sia da Trump sia da Putin: il presidente siriano a fine gennaio ha incontrato per la seconda volta a Mosca il dittatore russo, storico alleato di Assad.
L’unificazione territoriale non è comunque completa: la Turchia a nord vincola il ritiro delle sue truppe dalle zone che controlla sul confine a un totale smantellamento delle forze curde. E difficilmente Israele a sud retrocederà dalle zone militarmente occupate ben oltre i confini del Golan.
Il processo in corso in questi mesi ha senza dubbio ripercussioni sulla popolazione civile, vittima degli scontri armati e e costretta a sfollare. L’agenzia dell’Onu per gli affari umanitari (Ocha) segnala che almeno 170mila persone hanno dovuto fuggire dalle proprie case: si tratta soprattutto di curdi che lasciano i governatorati di Aleppo e di Raqqa spingendosi verso est.
La costruzione di una convivenza pacifica di tutte le componenti etniche e religiose è una questione cruciale per la Siria, a quindici anni dall’inizio della guerra civile, e riguarda da vicino la vita e la permanenza anche delle comunità cristiane nel Paese. C’è da chiedersi se la Siria in questa fase di transizione sia realmente in grado di dare garanzie a tutti i suoi abitanti di rispetto dei diritti fondamentali, con un’integrazione pacifica di ogni cittadino. Sarebbe il segno che la guerra civile è finita. (f.p.)
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