Al-Haq all’Onu: Madri e neonati nel mirino a Gaza, fermate il massacro
Rimanere incinta nella Striscia è diventata «un’esperienza pericolosa»: le donne in gravidanza subiscono attacchi «deliberati» e crescono le morti evitabili tra i neonati per mancanza di cure. La denuncia di un'ong palestinese.
Mentre le delegazioni di una ventina di Paesi, dal Qatar all’Indonesia, si preparano al primo incontro del Consiglio per la Pace previsto per giovedì 19 febbraio a Washington, ieri – domenica 15 febbraio 2026 – hanno superato quota 600 le vittime palestinesi (per metà donne e bambini) dei raid israeliani a Gaza dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 e in quella che dovrebbe già essere la Fase due del Piano in 20 punti del presidente statunitense Donald Trump.
Nella catastrofica situazione umanitaria della Striscia, il centro Al-Haq, ovvero la maggiore organizzazione palestinese per i diritti umani, denuncia «un attacco sistematico e deliberato» contro donne in gravidanza e neonati a Gaza in un rapporto periodico inviato alla Relatrice speciale dell’Onu per la violenza contro donne e ragazze, che dal 2021 è la giurista di nazionalità giordana Reem Alsalem.
«Le madri palestinesi nella Striscia di Gaza – si legge nel comunicato che accompagna il documento di otto pagine – stanno subendo danni gravissimi come conseguenza diretta dell’attacco genocida in corso da parte di Israele contro Gaza, che ha sistematicamente preso di mira e smantellato» le condizioni necessarie per affrontare in sicurezza la gravidanza, il parto e il post-parto. Hanno avuto conseguenze mortali per centinaia di neonati «la distruzione delle unità di terapia intensiva neonatale e il rifiuto di fornire attrezzature essenziali, carburante ed elettricità».
Questa violenza deliberata contro due specifiche categorie di persone in condizioni di vulnerabilità «non è solo un attacco alle singole donne e ai bambini, ma anche alla sopravvivenza, alla dignità e al futuro di un intero popolo. È urgente – rimarca l’organizzazione – un’azione internazionale immediata per porre fine al genocidio contro il popolo palestinese, garantire la responsabilità e porre fine all’occupazione illegale e al regime di apartheid coloniale di Israele».
Al-Haq denuncia come gli attacchi diffusi degli israeliani contro le strutture che garantiscono l’assistenza sanitaria riproduttiva e materna – insieme alle restrizioni prolungate all’assistenza umanitaria essenziale, tra cui cibo, forniture mediche, alloggi, elettricità e assistenza umanitaria – abbiano reso la gravidanza e il parto «esperienze che mettono a rischio la stessa vita». Nonostante le varie ingiunzioni e pareri vincolanti emessi dalla Corte internazionale di giustizia che impongono a Israele di consentire l’ingresso senza ostacoli degli aiuti umanitari e di garantire l’accesso ai beni di prima necessità, lo Stato ebraico «continua a limitare e ostacolare gli aiuti in tutta la Striscia di Gaza». «Queste azioni hanno un impatto sproporzionato e deliberato sulle donne in gravidanza, in allattamento e nel periodo post-parto», quando la fragilità fisiologica e la dipendenza da cure mediche e da un’alimentazione adeguata le rendono particolarmente vulnerabili.
«Le donne incinte – soggiunge Al-Haq – sono costrette a partorire in ambienti sovraffollati, non sterili e con risorse insufficienti, spesso senza accesso all’anestesia, alle trasfusioni di sangue, agli antibiotici o alle cure ostetriche di emergenza. Molte donne hanno subito un taglio cesareo senza palliativi o cure post-operatorie, mentre ad altre sono stati negati del tutto gli interventi medici necessari». Le madri dopo il parto «subiscono violenze continue a causa della fame, dei ripetuti sfollamenti e dell’assenza di assistenza medica, acqua potabile, servizi igienici e alloggi adeguati. La grave malnutrizione e la disidratazione compromettono il recupero, aumentano il rischio di infezioni ed emorragie e compromettono l’allattamento», mentre lo stress causato dai bombardamenti, dagli sfollamenti e dai lutti infligge «danni mentali permanenti».
L’organizzazione evidenzia i tanti decessi, anch’essi evitabili, di bambini prematuri che avrebbero avuto bisogno di incubatrici, calore, ossigeno e alimentazione specializzata e che invece sono morti tra le braccia delle madri, impotenti «a causa dell’esposizione a condizioni climatiche avverse, infezioni, disidratazione e fame, per le continue restrizioni imposte da Israele sul latte artificiale, sui rifugi sicuri e sulla libertà di movimento. «Questi danni – si legge – non sono accidentali, ma sono il risultato prevedibile e voluto di politiche che creano deliberatamente condizioni di vita incompatibili con la sopravvivenza».
Anche le morti dei neonati morti per ipotermia perché le madri sono state costrette a tornare nelle tende dopo il parto erano del tutto evitabili. «Sono avvenute come conseguenza diretta delle politiche genocidarie di Israele e dello smantellamento intenzionale delle protezioni più elementari necessarie alla sopravvivenza dei neonati, tra cui calore, riparo, alimentazione e assistenza sanitaria». Gli attacchi alla salute riproduttiva e la persecuzione contro le donne in gravidanza finalizzato alla distruzione del popolo palestinese, ricorda l’organizzazione, costituiscono uno specifico crimine di guerra del quale Israele dovrà rispondere nelle sedi internazionali.






















