
I patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme stigmatizzano le iniziative che pretendono di rappresentare i cristiani in Terra Santa. In questione c'è l'operato di un'associazione cristiana israeliana che rivendica autonomia d'azione e polemizza.
I patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme hanno pubblicato sabato 17 gennaio, in serata, una Dichiarazione comune per sottolineare che solo loro rappresentano le comunità cristiane di Terra Santa in ambito religioso, comunitario e pastorale.
Il comunicato è particolarmente sibillino perché non fa nomi, ma sembra prendere di mira il gruppo The Israeli Christian Voice (La voce cristiana israeliana), le cui prese di posizione e recenti iniziative politiche sono giudicate problematiche dai responsabili ecclesiastici.
Un attentato all’unità della Chiesa
Nella loro dichiarazione, i capi delle Chiese affermano che «il gregge di Cristo in questa terra è affidato alle Chiese apostoliche», presenti «da secoli». Mettono inoltre in guardia contro «attività recenti condotte da individui locali che promuovono ideologie dannose, come il sionismo cristiano, ingannano il pubblico, seminano confusione e attentano all’unità del nostro gregge».
Il comunicato sottolinea che queste iniziative trovano «un’eco favorevole presso alcuni attori politici in Israele e oltre», impegnati in «un’agenda politica suscettibile di nuocere alla presenza cristiana in Terra Santa e in Medio Oriente». I patriarchi ricordano che «rivendicare un’autorità al di fuori della comunione della Chiesa ferisce l’unità dei fedeli» e «aggrava la missione pastorale affidata alle Chiese storiche».
Una preoccupazione particolare è espressa per l’accoglienza ufficiale riservata a questi attori, «a livello locale e internazionale», un passo che viene considerato come «ingerenza nella vita interna delle Chiese» e come disprezzo della responsabilità pastorale dei capi delle Chiese di Gerusalemme.
Se il comunicato degli ecclesiastici non menziona il gruppo The Israeli Christian Voice, si dà il caso che il suo leader, Ihab Shlayan, abbia risposto direttamente ai capi delle Chiese dalla sua pagina Facebook. Dalla quale apprendiamo che The Israeli Christian Voice è un’associazione civile registrata in Israele, che si presenta come voce indipendente dei cristiani del Paese. Fondata dal colonnello della riserva Ihab Shlayan, l’organizzazione afferma di agire per «gli interessi, la dignità e il futuro della comunità cristiana».
Tra autonomia e polemica
In una prima reazione a caldo, il gruppo rivendica la propria totale autonomia d’azione rispetto alle autorità religiose: «Agiamo indipendentemente – senza tutela, senza paura – per la sopravvivenza e la dignità dei cristiani». Senza mezze parole, il movimento accusa i consigli dei religiosi di inefficacia, evoca la disoccupazione, la mancanza di sicurezza e l’assenza di futuro per i giovani cristiani. Sfida poi direttamente i capi delle Chiese: «Che cosa avete realmente fatto per la comunità cristiana in Terra Santa? Citate un solo risultato. Anche il più piccolo».
Il testo invita i responsabili ecclesiastici a «farsi da parte» per «lasciare emergere una nuova leadership», promettendo la fine di una condizione assimilata a quella dei «dhimmi» (classicamente i sudditi – ebrei o cristiani – in un territorio islamico ai quali i governanti assicurano una sorta di protezione e una relativa libertà personale di culto a fronte del versamento di una tassa – ndr).
In una seconda dichiarazione, più strutturata e indirizzata direttamente ai capi delle Chiese, The Israeli Christian Voice afferma di non volersi sostituirsi all’autorità ecclesiastica in campo dottrinale o pastorale. L’associazione insiste sul proprio carattere legale, civile e apolitico, rivendica un diritto all’impegno diretto sul terreno civico e politico e si riserva di intraprendere azioni legali contro ogni tentativo di delegittimazione. Afferma inoltre di cooperare con responsabili religiosi cristiani, ebrei, musulmani e drusi, e assicura di non ricevere alcun finanziamento destinato a orientarne le decisioni. La sua azione, rivendica, «completa la missione della Chiesa senza sostituirla».
Quanto rilevanti?
A queste polemiche fa da sfondo una forte esposizione mediatica di Ihab Shlayan volta ad accreditarne l’autorevolezza sul versante interno israeliano e su quello internazionale. Gli scatti lo ritraggono accanto al capo dello Stato israeliano Isaac Herzog durante l’incontro ufficiale con i capi delle Chiese svoltosi il 12 gennaio 2026, per gli auguri di inizio anno, al palazzo presidenziale. Negli scatti, Shlayan appare al fianco del presidente, così come, in un altro evento, è a tu per tu con l’ambasciatore statunitense Mike Huckabee.
Detto questo, il peso reale di questa Voce dei cristiani israeliani all’interno dell’opinione pubblica cristiana in Israele rimane difficile da valutare. Il gruppo non dispone di un radicamento ecclesiale riconosciuto, né di un chiaro sostegno pubblico da parte delle principali Chiese locali. Fino a che punto fanno testo gli oltre 18mila follower della sua pagina Facebook?
In passato, altre figure cristiane in Israele hanno espresso una linea molto filo-governativa, in rottura con le posizioni dei capi delle Chiese. Pensiamo, ad esempio, al sacerdote greco-ortodosso Gabriel Nadaf o all’attivista Shadi Halul. Nessuno di questi attori è tuttavia riuscito a imporsi come rappresentante della comunità cristiana in virtù di larghi consensi.
Con il loro comunicato del 17 gennaio, i patriarchi e i capi delle Chiese tracciano una linea chiara: la rappresentanza dei cristiani di Terra Santa spetta alle Chiese storiche, e ogni tentativo di captazione politica esterna a questa comunione è percepito come una minaccia per l’unità ecclesiale e per la stessa sopravvivenza della presenza cristiana nella regione.
La risposta di The Israeli Christian Voice mostra che c’è un fossato ormai emerso alla luce del sole. La ricomposizione delle identità dopo i traumi del 7 ottobre 2023 prosegue.
























