
Il nuovo anno ci porta il dono di concludere il percorso dei Centenari francescani con il commiato del Poverello dai frati e dal mondo. Una dipartita che riempie di nostalgia e dolore gli amici con cui ha condiviso la sua esperienza cristiana e umana.
L’itinerario di Francesco d’Assisi lo ha portato a incontrare il sogno di Dio su questa nostra terra. Una vita piccola, ma piena di grazia. Una vita che non ha niente dell’apparenza, niente di vistoso ma colma di limpidezza. Le mille cose, luminose agli occhi di Dio, che fanno la vita di tutti i giorni. Una vita piena di umanità e fratellanza come Dio vorrebbe. Non una vita sbiadita, ridotta, ma una vita che sia il prorompere di sogni, perché gli umili hanno una loro forza, che non è quella delle istituzioni, delle leggi, e tanto meno quella delle armi, ma quella dello Spirito; per questo non si piegano davanti a nessuno: perché adorano solo Dio.
Per giungere a questo Transito, Francesco vive tanti passaggi non sempre lineari. Alcuni spaesamenti che lo costringono a trovare una «scheggia» di identità alla quale appigliarsi.
La sua prima scheggia è stato l’incontro con la Croce di San Damiano, che gli ha consegnato la chiave, la via al Signore. Il Crocifisso lo stava poco alla volta scolpendo, come fa l’artista con la sua opera, educandolo a togliere delle immagini che aveva di sé stesso. Dio, attraverso diversi passaggi, gli ha fatto capire che si poteva unire attesa e disincanto. L’attesa della salvezza, l’attesa di Dio che è salvezza.
C’è un piccolo frammento tratto dal Libro di Michea, che Francesco capisce poco alla volta, un versetto solo, che mette in luce questo disincanto. Viene contestata duramente la città simbolo, la metropoli, Gerusalemme, che sotto un nome santo nasconde corruzione e ingiustizia. Per evocare invece un piccolo villaggio, Betlemme: «Tu Betlemme così piccola per essere tra i villaggi di Giuda, da te uscirà…».
Nella chiesetta diroccata, nelle campagne presso Assisi, errante nell’inquietudine della sua crisi tra gli ultimi resti dei suoi ideali mercantili, comunali, cortesi, cavallereschi e crociati, Francesco approda mendicante, in ricerca di senso e di luce, portando nel cuore una preghiera: «O alto e glorioso Dio, illumina il cuore mio» (FF 276).
Così narra Tommaso da Celano: «Un giorno, passò accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato. Mentre egli è così profondamente commosso, all’improvviso – cosa da sempre inaudita! – l’immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto gli parla, movendo le labbra. “Francesco, – gli dice chiamandolo per nome – va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”» (2Cel 10 FF593).
Ai piedi del Crocifisso lo raggiunge la Misericordia di Dio e tutto tremante, dice: «Sì, Signore, lo farò volentieri». Era la grazia della conversione, la grazia della missione.
Giotto e i suoi collaboratori hanno dipinto questa prima scheggia in un affresco della basilica superiore. Tutto è occupato da una chiesetta diroccata dove Francesco è raffigurato in grandi dimensioni (altre immagini posteriori lo mostrano alla base della stessa croce, piccolo e adorante). L’artista sottolinea l’importanza del gesto di porsi davanti al crocifisso, che ha il capo leggermente chinato in atto di parlare a Francesco.
Anche san Bonaventura intitola nella sua Legenda l’episodio come la Perfetta conversione a Dio. Una conversione che inizia nella preghiera che traduce in realtà, cioè incarna, rende visibile, la fede in un Dio trascendente. Francesco scopre che il nostro Dio ha a che fare con l’amore. Che la nostra condizione di figli di Dio è frutto dell’amore del cuore del Padre; non dipende dai nostri meriti o dalle nostre azioni, e quindi nessuno può togliercela, neppure il diavolo! Comprende una cosa semplice: sappi che sei amato.
Francesco lo comprende, come accade per noi, gradualmente. Gesù è venuto a dire questo: Dio c’è, è bellissimo e ti ama. Puoi diventare ciò che Dio ha in mente. La prima grande conversione è quella di capire che Dio non ha bisogno di bravi ragazzi, ma di figli, di peccatori perdonati, di guaritori che portano nel cuore una ferita.
Francesco comprende che Dio, non ci rimprovera, che prova in ogni istante a ridarci la dignità di figli, senza mortificarci, senza umiliarci, facendo solamente festa con noi. Si rende conto così di essere una pietra viva dalla Chiesa di Cristo, così come siamo pure noi. Pietre vive dalla Chiesa di Cristo. Una Chiesa che ha il volto di ognuno di noi. San Francesco ci aiuti a poter far risplendere, come lui, nella nostra vita, nella vita del prossimo e del mondo, la luce vera che è Cristo.
(L’autore è Commissario di Terra Santa per il Nord Italia)
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