
Nel primo viaggio apostolico del suo pontificato fuori dall’Italia, papa Leone XIV ha vissuto giornate intense nel Paese dei Cedri, dopo la tappa in Turchia. La testimonianza di un sacerdote del vicariato apostolico latino di Beirut.
Prima di Leone e dopo Leone. Gli anni, adesso, in Libano speriamo di contarli così. Perché abbiamo tutti l’impressione che nei due giorni della visita del Papa, dal 30 novembre al 2 dicembre 2025, la storia sia cambiata.
Fino all’arrivo di Leone XIV, il sentimento generale era di rassegnazione. Il cessate il fuoco era iniziato da un anno, ma Israele non ha mai smesso di colpire sanguinosamente il Sud del Paese. La notizia del cessate il fuoco a Gaza, per cui tutto il mondo ha gioito, qui è stata accolta con sospetto: «Hanno finito in Palestina, adesso riprenderanno da noi?», era il pensiero più comune.
I droni israeliani hanno continuato a volare ogni giorno sopra il cielo di Beirut. Il loro ronzio incessante e fastidioso innervosisce, alla lunga diventa insopportabile, e fa pensare che la guerra non finirà mai. In questo clima ci è giunta la notizia della visita del Papa: prima qualche voce informale poi, finalmente, con tutta l’ufficialità della sala stampa vaticana. Così abbiamo iniziato a preparare freneticamente l’accoglienza. Sperando che questa visita potesse servire, ma in fondo senza crederci davvero.
Poi è successo un miracolo. È veramente arrivato il Papa, in un giorno di pioggia orribile. Sbarca all’aeroporto, viene accolto dal presidente della repubblica Joseph Aoun, dai rappresentanti della Chiesa e delle istituzioni. La gente è per strada, cristiani e musulmani insieme; il giallo delle bandiere del Vaticano e di Hezbollah si confonde nello sventolio dei vessilli affiancati nel quartiere di Hadat. Piove e si aprono gli ombrelli. Ma alla fine si chiudono, per vedere meglio il Papa. È una gioia prendersi la pioggia è tornare a casa fradici. Per urlargli che vogliamo la pace.
Leone XIV sa ascoltare prima di parlare. Nei due mesi in cui abbiamo preparato la sua visita, valutando con il Vaticano la scaletta dei possibili incontri, da Roma ci è stato ripetuto che il Papa voleva soprattutto ascoltare le esperienze dei libanesi. Ed è stato così, ha ascoltato tutti: nel santuario mariano di Harissa (dove è giunto dopo la sosta sulla tomba di san Charbel Makhluf, luogo caro a tutti i libanesi), l’attendevano oltre duemila persone tra religiosi, religiose ed operatori pastorali. Una Chiesa ancora viva, nonostante le difficoltà.
Qui è risuonata la voce di chi non ha voce: un prete maronita Youhanna Fouad Fahed, parroco in un piccolo villaggio al Nord, Kobayat, sulla frontiera siriana, ha raccontato l’esperienza di profughi siriani che passano il confine per mettersi in salvo, fuggendo dal nuovo regime. Ma anche l’esperienza dei suoi parrocchiani, che li accolgono condividendo quel poco che hanno. Loren Capobres, una domestica filippina impegnata in parrocchia, ha presentato al Papa l’esperienza di centinaia di migliaia di immigrati. Provenienti dall’Asia e dall’Africa, fanno i lavori più umili e sono spesso discriminati. In Medio Oriente non si parla di loro ma sono una forza viva della Chiesa. Decine di migliaia di domestiche cristiane lavorano in famiglie musulmane. Portano il sale del Vangelo dove né preti né suore riescono ad arrivare.
All’incontro con quasi 15mila, giovani nel grande giardino del patriarcato maronita, a Bkerke, il Papa era commosso. Una serata di canti, luci, musica, gioia. Una piccola Tor Vergata araba. Qui Joelle, cristiana, ha raccontato come, durante l’ultima guerra (nell’autunno 2024 – ndr), abbia accolto in casa la famiglia di Asil, un’amica musulmana.
Roukaya, la mamma di Asil, era all’incontro e ha raccontato: «Abbiamo condiviso amore, dolore, risate e lacrime come una famiglia sola. Quando ho saputo che avevano distrutto la mia casa nel Sud del Libano ho pianto, e la mamma di Joelle ha pianto con me come se fosse stata sua».
Il Papa ha ascoltato soprattutto il dolore delle vittime dell’esplosione del porto di Beirut. La sua presenza silenziosa è stata più eloquente di qualsiasi discorso. Non c’è pace senza giustizia: lo ha ricordato quando tutti avevano ormai rinunciato anche solo a pensarlo.
Il Papa ha accolto ogni parola, e poi ha parlato consegnando ai giovani una nuova vocazione, frutto dell’incontro con il Risorto: «La vostra Patria il Libano, fiorirà di nuovo! (…) Generosamente impegnati per la giustizia, progettate insieme un avvenire di pace e di sviluppo. (…) Siate il seme di speranza che questo Paese attende! Crescete vigorosi come cedri e fate fiorire il mondo di speranza!» Papa Leone è ritornato a Roma. Ci ha lasciato la convinzione che, se ci crediamo, con l’aiuto di Dio, possiamo cambiare il corso della storia.
Eco di Terrasanta 1/2026
La Croce di San Damiano
Il nuovo anno ci porta il dono di concludere il percorso dei Centenari francescani con il commiato del Poverello dai frati e dal mondo. Una dipartita che riempie di nostalgia e dolore gli amici con cui ha condiviso la sua esperienza cristiana e umana.
2026, l’anno di Francesco
Si commemora quest’anno il transito di Francesco d’Assisi, avvenuto il 3 ottobre 1226 alla Porziuncola, dove, malato e povero, accolse Sorella morte. Un seme che dopo otto secoli continua a portare frutto. Dal 22 febbraio l’esposizione delle spoglie.



















