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Arretrano i diritti delle donne nella crisi di multilateralismo e democrazia

Manuela Borraccino
13 gennaio 2026
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A trent’anni dalla Conferenza dell’Onu di Pechino (settembre 1995) sui diritti delle donne come diritti umani fondamentali, un lungo articolo della rivista Foreign Affairs denuncia l’arretramento delle conquiste femminili nell’ascesa di regimi illiberali in tutto il mondo. «Urgente ripensare le strategie», scrive la politologa Saskia Brechenmacher


Dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che ha ritirato la firma dal Trattato di Istanbul (una delle più rilevanti convenzioni internazionali adottata nel 2011 sulla prevenzione e il contrasto alla violenza di genere), alla Tunisia della deriva autoritaria di Kais Sayed, passando per il giro di vite contro le organizzazioni femministe nell’Egitto del presidente Al-Sisi e per l’Afghanistan dei talebani, arretrano in tutto il mondo i diritti civili e politici delle donne e vengono accantonati gli stessi obiettivi che negli scorsi decenni sembravano a portata di mano.

Un rapporto delle Nazioni Unite del 2025 rimarca che oggi nel mondo una donna su tre subisce molestie sessuali, un Paese su quattro sta sperimentando passi indietro sulla parità di genere e le donne restano sottorappresentate nella leadership politica ed economica.

Dopo la fine della Guerra fredda, rimarca in un lungo articolo su Foreign Affairs la politologa Saskia Brechenmacher, si respirava una crescente fiducia nell’espansione del multilateralismo e delle democrazie liberali. Da oltre dieci anni, al contrario, assistiamo all’ascesa di attori conservatori che intendono imporre il sovranismo e il ritorno dei ruoli di genere tradizionali. Non solo nel cosiddetto Sud globale. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo gabinetto «sono apertamente ostili agli impegni nazionali e internazionali in materia di uguaglianza di genere», mentre Viktor Orban in Ungheria, Erdogan in Turchia e Vladimir Putin in Russia «hanno tutti costruito la loro immagine di uomini forti liquidando il femminismo come radicale e corrosivo».

La conseguenza più vistosa di queste tendenze è che le istituzioni multilaterali che un tempo fungevano da motori per la difesa dei diritti delle donne oggi devono affrontare carenze di finanziamenti e una diminuzione della loro rilevanza globale. Alla fine degli anni Novanta l’Unione Europea, le Nazioni Unite, la Banca Mondiale e altri organismi multilaterali avevano iniziato a integrare sistematicamente la dimensione di genere nelle politiche per lo sviluppo: secondo il cosiddetto «femminismo dell’Onu», la parità di genere non solo era auspicabile a livello legislativo, ma era un fattore cruciale per la crescita economica, il buon governo e il consolidamento democratico.

Da oltre un decennio invece il mondo vive una prolungata recessione democratica e lo spazio per le donne di organizzarsi per il cambiamento politico si sta riducendo in tutte le regioni. I dati dell’istituto Varieties of Democracy mostrano che dal 2014 la repressione della società civile, della libertà dei media e della libertà di espressione è aumentata in 41 paesi. Lo scorso 7 gennaio Donald Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni e trattati internazionali, dopo che gli Usa si erano già disimpegnati da molti organismi e avevano già tagliato i finanziamenti a importanti agenzie dell’Onu fra le quali quelle che si occupano di crisi climatica, violenza contro le donne e i minori e uguaglianza di genere.

«I funzionari statunitensi – ricorda Brechenmacher – ora si oppongono persino ai riferimenti al termine “genere” nei negoziati internazionali». Così l’agenzia dell’Onu per le donne, insieme a decine di altri uffici delle Nazioni Unite, è stata invitata a sviluppare una proposta per ridurre del 20 per cento il proprio personale. «Anziché intensificare il proprio impegno – denuncia – anche altri governi donatori un tempo considerati sostenitori affidabili dei diritti delle donne, tra cui Francia, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito, stanno riducendo i loro budget per gli aiuti», mentre le campagne contro la parità di genere sono ben finanziate. E questo, sottolinea, sta già provocando un impatto devastante sulla condizione di donne e adolescenti soprattutto nelle aree di conflitto.

Tutti questi segnali esigono un cambio di strategia. Insistere sull’importanza della democrazia e del multilateralismo non basta. Bisogna ripartire dalle organizzazioni di base, dai gruppi della società civile e dagli attori del settore privato che collaborano per affrontare ostacoli specifici alla parità di genere, come ad esempio sta facendo il «Partenariato globale per l’azione contro le molestie e gli abusi online basati sul genere» (Global Partnership for Action on Gender-Based Online Harassment and Abuse): si tratta di una coalizione di governi, aziende tecnologiche e gruppi della società civile che collaborano per combattere la violenza di genere veicolata dalla tecnologia, come la condivisione non consensuale di immagini intime e i deepfake.

«Di fronte a una prolungata recessione democratica, a istituzioni internazionali bloccate e a un’ondata di contro-mobilitazione conservatrice – scrive – i sostenitori della parità di genere e i loro sostenitori governativi hanno bisogno di un nuovo modello di azione. I forum multilaterali rimarranno un’arena importante per promuovere il progresso e proteggere i risultati raggiunti. Ma piuttosto che essere esclusivamente tecnici e guidati dall’élite, i riformatori impegnati nell’agenda dei diritti delle donne devono ampliare i loro sforzi, concentrandosi su una maggiore collaborazione a livello locale, investendo in iniziative che includano uomini e ragazzi e collegando il messaggio sull’emancipazione delle donne al benessere della famiglia, alla resilienza della comunità e alla stabilità economica».

Si tratta di una battaglia culturale, chiosa Brechenmacher, che va condotta a partire dalle scuole e con un forte coinvolgimento dei giovani e degli uomini, con iniziative sulla salute mentale, l’alfabetizzazione digitale, la formazione professionale, la paternità e l’inquadramento dei diritti delle donne e dell’emancipazione femminile come elementi centrali per il rafforzamento delle famiglie, delle comunità e delle società.

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