
Lo scorso 22 gennaio la minoranza palestinese in Israele ha osservato uno «sciopero generale e totale» per denunciare il dilagare della criminalità e l’inazione dello Stato. Una crisi antica che allarma anche la minoranza cristiana.
Le città e i borghi arabi in Israele si sono in larga misura fermati il 22 gennaio scorso. Su appello dell’Alto comitato di monitoraggio dei cittadini arabi e del Forum dei sindaci arabi, negozi, scuole e servizi municipali hanno chiuso i battenti per protestare contro l’ondata di violenza che da anni colpisce la società araba. Nella stampa arabofona israeliana, lo slogan è esplicito: «Il nostro sangue non sia versato».
La mobilitazione ha inteso protestare contro una criminalità divenuta endemica all’interno della minoranza palestinese (un quinto della popolazione israeliana – ndr): regolamenti di conti, sparatorie, racket e omicidi scandiscono la vita quotidiana di numerose località. Questo fenomeno è andato radicandosi dall’inizio degli anni Duemila, alimentato dalla massiccia circolazione di armi illegali, dall’insediamento di reti mafiose e da una presenza della polizia giudicata insufficiente. Il basso tasso di risoluzione dei casi di omicidio rafforza un sentimento di impunità e di paura.
La collera si è ulteriormente accentuata negli ultimi mesi dopo la riduzione o la riallocazione parziale di fondi pubblici inizialmente destinati allo sviluppo delle località arabe. Il piano governativo adottato nel 2021 per ridurre le disuguaglianze, noto come risoluzione 550, doveva finanziare istruzione, infrastrutture e prevenzione sociale. Una parte di questi bilanci è stata congelata o reindirizzata, in particolare verso programmi di sicurezza, suscitando il forte malcontento degli eletti locali, che vi vedono una decisione che aggrava le stesse cause della violenza.
Questa crisi non colpisce soltanto la maggioranza musulmana. I cristiani arabi, minoritari ma ben presenti in città come Nazaret, Haifa, Ramleh o Lod, vivono la stessa insicurezza. Diverse famiglie hanno preferito allontanarsi da alcuni quartieri divenuti pericolosi. Monsignor Rafic Nahra, vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme, ha recentemente messo in guardia su questo fenomeno: molti cristiani, ha confidato, prendono in considerazione l’idea di partire perché non si sentono più protetti in mezzo a questa violenza (gli stessi Ordinari cattolici di Terra Santa hanno trattato la questione in una delle loro recenti assemblee periodiche – ndr).
Per gli organizzatori dello sciopero, il messaggio è chiaro: senza un’azione determinata dello Stato contro la criminalità organizzata e senza investimenti duraturi nello sviluppo sociale, la spirale non potrà essere arrestata. Al di là di una protesta puntuale, la mobilitazione odierna vuole suonare come un avvertimento. Ricorda che l’insicurezza mina la coesione dell’intera società israeliana. Se indebolisce in particolare le sue minoranze, tra cui la comunità cristiana, già provata dall’emigrazione e dall’instabilità regionale, non mancherà prima o poi di ripercuotersi sull’insieme delle popolazioni del Paese.
























