
All'alba del 2026 la seconda città della Siria è nuovamente un campo di battaglia. A scontrarsi, stavolta, sono le milizie curde e le truppe regolari. Ne fanno le spese decine di migliaia di civili, costretti a sfollare. Ripari provvisori anche in chiese e moschee.
(g.s.) – Da alcuni giorni Aleppo, la seconda città della Siria in ordine di importanza, è tornata ad essere teatro di guerra. Benché nella notte scorsa, tra l’8 e il 9 gennaio, sia entrato in vigore un cessate il fuoco, la situazione resta molto tesa.
Gli eventi erano precipitati martedì 6 gennaio, quando si sono accesi scontri armati tra le truppe regolari del governo di Damasco e le milizie curde che fanno parte delle Forze democratiche siriane (Fds) e che controllano la Siria orientale (con l’appoggio di un contingente statunitense di alcune centinaia di uomini) e due quartieri settentrionali della città: Sheikh Maqsood e Ashrafieh.
In base a un accordo firmato il 10 marzo 2025 dal presidente siriano ad interim Ahmed al-Sharaa e dal capo delle Fds, Mazloum Abdi, entro fine dicembre i curdi in armi avrebbero dovuto confluire nelle forze armate regolari, accogliendo il principio dell’unità territoriale della Siria e riconoscendo la piena sovranità di Damasco sulle aree sotto il loro controllo. Già pochi giorni dopo la firma quell’accordo ha cominciato a scricchiolare e alla fine non ha dato i frutti sperati. Eccoci così alla prova di forza di questi giorni: dopo un autunno di tensione crescente e un dicembre già foriero di cattivi presagi, l’esercito cerca ora di assumere il pieno controllo di tutta Aleppo e ha ordinato agli abitanti di Sheikh Maqsood e Ashrafieh di allontanarsi dalle postazioni curde, considerate legittimi obiettivi militari. La situazione è drammaticamente degenerata e dal pomeriggio del 6 gennaio i cieli cittadini sono di nuovo squarciati dalle esplosioni e dai tiri dell’artiglieria sparati dall’una e dall’altra parte.
Nei quartieri teatro della battaglia è stato proclamato il coprifuoco e anche l’8 gennaio i cannoneggiamenti sono stati intensi.
L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha calcolato che fino all’8 gennaio abbiano perso la vita, per via dei combattimenti, una dozzina di civili – buona parte dei quali donne (4) e bambini (3) – e almeno 6 combattenti. Gli sfollati sono decine di migliaia: centinaia di famiglie con uomini e donne d’ogni età, vecchi e bambini. Per dare loro almeno un provvisorio riparo, riferisce Jean-François Thiry dell’ong Pro Terra Sancta, sono state aperte le porte di moschee e chiese. Anche i francescani hanno messo a disposizione loro spazi presso la locale struttura del Terra Sancta College, riferisce fra Fadi Azar. Raggiunto al telefono dai media vaticani anche il vicario apostolico di Aleppo dei latini, il vescovo francescano Hanna Jallouf, conferma che i cristiani hanno aperto tre punti di accoglienza per gli sfollati, mentre sono quattro le moschee messe a disposizione dalle autorità religiose musulmane. Altre persone hanno trovato accoglienza nelle case. Nelle strade si vedono purtroppo dei cadaveri, dice il vescovo.
Da Gerusalemme – il 7 gennaio – il Custode di Terra Santa, fra Francesco Ielpo, ha scritto a tutti i confratelli per «informarli della grave situazione» e chiedere solidarietà fraterna e preghiera per i frati che operano in Siria, per le famiglie cristiane e l’intera popolazione di Aleppo e della Siria, «invocando il dono della pace, della protezione e della consolazione».
Il cessate il fuoco della notte tra l’8 e il 9 gennaio è stato prorogato oltre le 9 del mattino (ora in cui avrebbe dovuto terminare) per consentire alle forze curde asserragliate nei quartieri di Sheikh Maqsood e Ashrafieh di andarsene verso la regione orientale del Paese ancora in mano loro. Una colonna di pullman è stata approntata per agevolare l’evacuazione, ma in mattinata i miliziani sembravano intenzionati a resistere. Solo il giorno dopo, il 10 gennaio, l’evacuazione si è svolta senza ulteriori e inutili spargimenti di sangue. Il rientro degli sfollati nelle loro case è però subordinato alle verifiche dell’esercito sulla presenza di eventuali trappole esplosive.
La Siria fatica ad affrancarsi dalle spire di una guerra che ha causato, negli ultimi 14 anni, la morte di circa 600mila persone e la scomparsa di altre 100mila di cui non si hanno più notizie. Vittime alle quali si aggiungono 14 milioni di sfollati e profughi interni o espatriati.
Gli eventi bellici di questi primi giorni del 2026 mettono in evidenza, una volta di più, la cruciale questione delle minoranze, siano esse curde, druse o alawite, che chiedono garanzie, si aspettano il riconoscimento delle loro istanze e magari una forma di Stato meno centralista e più improntato a una forma federale che dia spazio alle autonomie, senza mettere a repentaglio l’unità del Paese. Una quadratura del cerchio alla quale il governo di Damasco sembra, per ora, impreparato.
(La versione originaria di questo articolo è stata pubblicata nel pomeriggio dell’8 gennaio 2026)
Ultimo aggiornamento: 11/01/2026 17:18


























