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Restare o partire? Un dilemma anche israeliano

Giampiero Sandionigi
10 dicembre 2025
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Restare o partire? Un dilemma anche israeliano
Passeggeri in fila nell'area Partenze dell'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv (Israele) il 18 settembre 2025. (foto Chaim Goldberg/Flash90)

Il fenomeno non è nuovo, ma si è intensificato nell'ultimo tragico biennio: in molti si sentono spinti a lasciare non solo la Palestina ma anche Israele. Le linee di tendenza in un recente studio dell'Istituto israeliano per la democrazia.


Dalla Terra Santa si emigra. Se ne vanno palestinesi, se ne vanno israeliani. Per ragioni tutto sommato non così dissimili: la ricerca di sicurezza e di prospettive professionali migliori o di un futuro più tranquillo per sé stessi e i propri figli.

È difficile avere dati definitivi sui flussi in partenza, ma il fenomeno non è un mistero per nessuno.

Sul versante palestinese basterebbero le testimonianze dei parroci in Cisgiordania che si rammaricano per la partenza di intere famiglie, cristiane o musulmane, soprattutto nell’arco degli ultimi due anni, un tempo in cui le restrizioni imposte dall’occupazione militare israeliana e la violenta protervia dei coloni ebrei si sono fatte ancora più sfacciate e cruente, per rappresaglia agli eccidi del 7 ottobre 2023. Nella Striscia di Gaza, ridotta in macerie, la spinta a partire è ancora più impellente.

→ Guarda anche: Il villaggio cristiano di Taybeh fa i conti con l’emigrazione

Se l’emigrazione dei palestinesi è un esito auspicato, e agevolato, da chi in Israele mira a sbarazzarsi di vicini scomodi per avere libero campo, quella degli israeliani viene osservata con qualche apprensione.

Gli emigranti israeliani

Nell’ottobre scorso alla Knesset la Commissione parlamentare per l’immigrazione, l’assorbimento [degli immigrati ebrei] e gli affari della diaspora si è riunita per discutere il significativo aumento del numero di emigranti (ebrei o arabo-palestinesi) da Israele. In quell’occasione gli uffici informativi della Knesset hanno fornito alcuni dati: già nel biennio 2022-2023 si è registrato un forte aumento dei cittadini israeliani che hanno lasciato il Paese per lunghi periodi. Nel 2022 sono partiti in 59.400, con un aumento del 44 per cento rispetto all’anno precedente, e nel 2023 il numero è salito a 82.800. Nell’ottobre 2023 un altro netto aumento delle partenze è stato influenzato, probabilmente, dal trauma del «Sabato nero» e della successiva guerra su Gaza. La tendenza al rialzo è proseguita nel 2024.

Nel 2023 il numero di israeliani che hanno fatto ritorno dopo un lungo soggiorno all’estero (24.200) è stato inferiore a quello del 2022 (29.600), una tendenza che si è confermata anche nel 2024, con 12.100 rimpatriati da gennaio ad agosto 2024, rispetto ai 15.600 degli stessi mesi del 2023.

In sintesi è aumentato il numero degli israeliani che partono per un lungo periodo e diminuito quello di coloro che fanno rientro al termine di una considerevole parentesi all’estero. Così, nel 2022, la popolazione israeliana è diminuita di 29.700 cittadini; nel 2023 di 58.600; e nel 2024, fino ad agosto, di 36.900.

Un’indagine demoscopica

La partenza dei connazionali è malvista da molti israeliani che la considerano una iattura per il futuro dello Stato ebraico. Lo conferma uno studio recente pubblicato il 23 novembre scorso, in ebraico, dall’Istituto israeliano per la democrazia.

Il rapporto elabora dati raccolti su un campione di 907 cittadini israeliani adulti (720 ebrei e 187 arabi, o palestinesi), sondati tra il 6 e il 17 aprile 2025.

Secondo il sondaggio, la maggioranza del pubblico israeliano reputa l’aumento del numero di persone che lasciano Israele una minaccia per il futuro dello Stato. La pensa così il 58 per cento dei cittadini ebrei, e il 64 per cento di quelli arabo-palestinesi. La preoccupazione cresce se si considera la «fuga di cervelli», o di gruppi sociali benestanti e con elevati gradi di istruzione e competenze professionali. Se ne cruccia il 64 per cento degli ebrei, e il 73 per cento degli arabi.

Quelli che partirebbero

Considerando le motivazioni che inducono a partire, c’è maggiore comprensione verso chi va all’estero per completare gli studi accademici o per ricongiungimento familiare. È disposto ad ammetterla come ragione valida l’82 per cento degli intervistati, meno propensi a legittimare chi se ne va per sfiducia nel sistema politico (l’ok viene espresso dal 57 per cento), o perché preoccupato per la propria sicurezza (è comprensivo il 65 per cento). Le differenze di sensibilità tra ebrei e arabi, su questi temi, sono trascurabili.

Ma in quanti prendono in considerazione l’idea di andarsene per sempre o solo temporaneamente? Non pochi: un ebreo su quattro e un arabo-palestinese su tre, dice il sondaggio. Ma qui entrano in gioco parecchie variabili.

→ Leggi anche: Gli yordim, israeliani che scelgono l’emigrazione

L’età anzitutto: tra gli ebrei nella fascia d’età 18-34 anni è il 36 per cento a ipotizzare una possibile partenza; tra i 35 e i 54 anni si scende al 26 per cento. Oltre i 55 anni siamo al 16 per cento. Tra i palestinesi con passaporto israeliano si riscontrano delle differenze: la fascia 35-54 è la più incline all’idea di emigrare (34,5 per cento). La fascia più giovane (18-34) s’attesta al 28 per cento, mentre tra gli over 55 si riscontra un 26 per cento.

Ebrei laici, i più propensi a lasciare

Altre variabili da considerare per quanto riguarda gli israeliani ebrei è il sottogruppo d’appartenenza: tra i laici la quota dei possibili partenti è del 39 per cento, mentre tra i religiosi se ne andrebbe solo il 14 per cento. Tasso che piomba al 3 per cento tra gli haredim (ultra-ortodossi).

Influiscono ovviamente anche le previsioni sul futuro del Paese e l’orientamento politico. Tra gli ebrei, 4 elettori di sinistra su 10 considerano la possibilità di andarsene. Siamo al 35 per cento tra gli elettori di centro e al 19 per cento tra chi vota a destra.

Si dice più propenso a partire chi ha parenti o amici intimi che hanno già lasciato Israele negli ultimi anni. Tra gli ebrei nati in Israele ma titolari anche di una cittadinanza straniera il 38 per cento considera l’idea della partenza, contro il 25 per cento tra chi è privo di doppia cittadinanza. Un’ulteriore specifica: se si guarda agli immigrati in Israele dai Paesi dell’ex blocco sovietico (a partire dall’ultimo decennio del Novecento), solo il 21 per cento farebbe ritorno al Paese di provenienza; 6 su 10 andrebbero altrove.

Verso quali lidi?

Per tutti gli intervistati la destinazione preferita è, genericamente, l’Europa (43 per cento), mentre Canada e Stati Uniti non vanno oltre il 27 per cento. Nella scelta di un’eventuale meta non contano tanto la distanza geografica da Israele o il clima. Sono decisivi altri fattori: la qualità dei servizi pubblici, la situazione economica del Paese, i livelli di antisemitismo e islamofobia.

Circa la metà degli ebrei e un terzo degli arabi che considerano la partenza non sanno per quanto tempo starebbero all’estero. Solo uno su dieci pianifica di emigrare permanentemente.

Perché restare

Abbiamo già visto i motivi – ai quali va aggiunto l’elevato costo della vita – che potrebbero indurre a lasciare Israele. Cosa spinge, invece, a restare? Il fattore più importante, in tutti i gruppi considerati, è la vicinanza alla famiglia. Fra gli arabi che considerano la partenza ma poi optano per restare prevalgono motivi pragmatici come il futuro professionale e i timori di non adattamento all’estero. Fra gli ebrei che, valutati i pro e i contro, alla fine restano, emergono anche motivi di carattere «culturale-nazionale»: la protezione fisica reciproca; il desiderio di far crescere i figli come israeliani; l’appartenenza a questa determinata cultura e mentalità; il timore dell’antisemitismo.

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