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Perché Pechino verserà 100 milioni di dollari alla Palestina

Fulvio Scaglione
17 dicembre 2025
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La Cina di Xi Jinping ha deciso di destinare 100 milioni di dollari «alla Palestina per alleviare la crisi umanitaria a Gaza. Sono briciole rispetto alla mole di denaro che Pechino muove. Ma veicolano messaggi importanti. Vediamo quali.


Con una decisione passata in larga parte inosservata, la Cina di Xi Jinping ha deciso di destinare 100 milioni di dollari «alla Palestina per alleviare la crisi umanitaria a Gaza e sostenere la sua ripresa e ricostruzione». Quasi a volergli dare maggiore visibilità internazionale, l’annuncio dello scorso 4 dicembre è arrivato mentre in Cina c’era il presidente francese Emmanuel Macron, in visita di Stato. Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità nazionale palestinese, ha immediatamente ringraziato Xi. Si potrà obiettare, non senza ragione, che 100 milioni di dollari, per la Cina che ha appena registrato mille miliardi di incassi dalle esportazioni dell’ultimo anno, sono briciole, anzi: una briciola. E anche che la Cina, al di là di prese di posizione diplomatiche comunque misurate per non dire caute, non si è mai distinta per uno sviscerato sostegno alla causa palestinese. Ma ci sono mosse politiche che pesano più di quel che costano, e questa è una di quelle.

È un messaggio. Anzi: sono tanti messaggi in uno. Il primo è che Pechino vuole ormai dire la sua su qualunque scenario, compreso quello di una parte di Medio Oriente (il Levante) dove gli Usa, in coppia con Israele, sembrano ormai dettare legge. Il secondo, forse ancora più importante, è che Pechino ha bisogno di segnare una propria presenza in Medio Oriente. La regione, infatti, non è solo Gaza rasa al suolo o la Siria in confusione. È anche le grandi ricchezze delle monarchie del Golfo Persico, il petrolio, gli investimenti nelle più moderne tecnologie, la posizione strategica, le relazioni con e tra le grandi potenze.

Per questo la Cina negli ultimi anni ha molto lavorato per ampliare la propria presenza, cercando di non alienarsi alcuno degli attori più importanti. A suon di investimenti miliardari (e non solo in gas e petrolio ma anche in laboratori tecnologici ed energie rinnovabili), ha stretto i rapporti con l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti (di questi è diventata il primo partner commerciale) e l’Iraq, ma nello stesso tempo ha coltivato le relazioni con Israele: basta dire che lo Changzhou Innovation Park, nella provincia di Jiangsu, ospita 230 imprese israeliane o joint venture attive nei campi della sicurezza cyber, delle biotecnologie e dell’intelligenza artificiale. Una collaborazione, quest’ultima, che si svilupperebbe ancor più se non fosse per le sanzioni e la generale opposizione degli Stati Uniti.

Con quei modesti 100 milioni per la Palestina, quindi, la Cina segnala la propria presenza e la propria disponibilità a partecipare al grande gioco che ruota intorno a Gaza e che sta cercando di ridisegnare il Medio Oriente. Lo fa nel modo che le è tipico, un po’ insinuante e obliquo. Ma è un elefante nella stanza, impossibile ignorarlo.

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