
Si respira un'atmosfera diversa in questo Natale a Betlemme. C'è voglia di speranza e di luce. La nascità di Gesù Bambino anima, conforta e sollecita tutti ad essere con lui non spettatori neutrali ma costruttori di pace, dice il patriarca Pizzaballa nell'omelia.
(g.s.) – È una celebrazione liturgica lunga e solenne quella che si celebra nella notte del 24 dicembre a Betlemme nella chiesa francescana di Santa Caterina, adiacente alla basilica della Natività. In una chiesa gremita di fedeli e autorità religiose (anche musulmane) diplomatiche, militari e civili, i riti cominciano con il canto dell’Ufficio delle Letture, che si conclude lasciando spazio alla Calenda (tipico elemento del rito romano declamato nella notte di Natale). Pochi minuti prima nella chiesa ha fatto ingresso il vicepresidente palestinese Hussein al-Sheikh. Presente, in rappresentanza del re di Giordania Abdallah II, anche il ministro dell’Interno del Regno hashemita Abdellah Hilal Al Farrayeh. All’inizio dell’omelia il patriarca Pierbattista Pizzaballa, che presiede i riti, menzionerà e ringrazierà entrambi.
Terminata la Calenda, mentre sta per scoccare la mezzanotte, il cardinal Pizzaballa intona il canto del Gloria e le campane della chiesa si sciolgono festose per annunciare la nascita del bambino Gesù. La messa prosegue poi con le letture bibliche.

Il patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, fa solenne ingresso a Betlemme nel pomeriggio del 24 dicembre 2025. (foto CTS)
Nell’omelia il patriarca Pizzaballa – attorniato da numerosi concelebranti vescovi e sacerdoti, e consapevole dell’eco che le sue parole potrebbero avere in tutto il mondo cristiano – riprende e approfondisce concetti già espressi tre giorni prima nella celebrazione natalizia nella piccola parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza.
Il brano del Vangelo di Luca proclamato poco prima, osserva il cardinale, «colloca la nascita di Gesù dentro la grande storia del mondo, segnata da decisioni politiche, da equilibri di potere, da logiche che sembrano governare il corso degli eventi. Come allora, anche oggi la storia è segnata da decreti, decisioni politiche, equilibri di potere che spesso sembrano determinare il destino dei popoli. La Terra Santa ne è testimone: le scelte dei potenti hanno conseguenze concrete sulla vita di milioni di persone. Il Natale, tuttavia, ci invita a guardare oltre la logica del dominio, per riscoprire la forza dell’amore, della solidarietà e della giustizia. Non è un racconto sospeso fuori dal tempo, ma un avvenimento che accade mentre la storia procede secondo strade che non sempre comprendiamo e che spesso non scegliamo».
Quella dell’evangelista è «una scelta profondamente teologica. Ci dice che Dio non ha paura della storia umana, nemmeno quando essa appare confusa, segnata da ingiustizie, violenza e dominio. Dio non crea una storia parallela, non entra nel mondo quando tutto è finalmente ordinato e pacificato. Entra nella storia reale, concreta, talvolta dura, e la assume dall’interno».

Il patriarca Pizzaballa incensa il Bambinello durante il canto del Gloria in excelsis Deo. (foto F.G./CTS)
«La storia – soggiunge il patriarca – che pretende di bastare a sé stessa diventa il luogo in cui Dio compie la sua promessa. Questo è uno dei grandi annunci del Natale: Dio non aspetta che la storia migliori per entrarvi. Entra mentre la storia è quella che è. Così ci insegna che nessun tempo è definitivamente perduto e che nessuna situazione è troppo oscura perché Dio vi possa abitare».
Le parole della fede consolano e rianimano. Dice l’omileta: «La nascita di Gesù avviene nella notte. Non solo nella notte cronologica, ma nella notte dell’umanità: il tempo del limite, dell’incertezza, della paura. Eppure, è proprio in questa notte che la luce viene donata. Una luce che non elimina la notte, ma vince le tenebre che l’accompagnano. La luce di Dio non abbaglia, né impone: illumina il cammino e rende possibile continuare a camminare. Il Natale non è un rifugio spirituale che ci sottrae alla fatica del tempo presente. È una scuola di responsabilità. Ci insegna che la pienezza del tempo non è una condizione ideale da attendere, ma una realtà da accogliere. È Cristo stesso che rende pieno il tempo. Egli non aspetta che le circostanze siano favorevoli: le abita e le trasfigura».
Una cosa non va dimenticata e non lascia inerti, richiama il cardinale: «Dio fa la sua parte fino in fondo: entra nella storia, si fa Bambino, condivide la nostra condizione. Ma non sostituisce la libertà dell’uomo. La pace diventa reale solo se trova cuori disponibili ad accoglierla e mani pronte a custodirla. Per questo il Natale ci consegna una responsabilità grande e concreta. Ogni gesto di riconciliazione, ogni parola che non alimenta l’odio, ogni scelta che mette al centro la dignità dell’altro diventa il luogo in cui la pace di Dio prende carne. Il Natale non ci allontana dalla storia, ma ci coinvolge profondamente. Non ci rende neutrali, ma partecipi».

Il cardinale all’omelia. (foto F.G./CTS)
«Qui, in Terra Santa veniamo da anni durissimi, in cui guerra, violenza, fame e distruzione hanno segnato profondamente la vita di tanti, soprattutto dei più piccoli. Troppo pesante è diventata la situazione, troppo conflittuali i rapporti, troppo faticoso ricominciare e ricostruire. La storia ha mostrato in questi anni tutte le sue contraddizioni, la realtà ci è venuta incontro con il suo lato pesante, complicato, triste. Quello che per noi è evidenza concreta e dolorosa si percepisce però anche altrove nel mondo. C’è un diffuso desiderio di fuga dalla realtà. Si fugge da responsabilità troppo pesanti, si fugge dalla cura per il bene comune, per ritirarsi nel proprio interesse privato, si fugge da legami troppo impegnativi, per passare da una distrazione all’altra, in un clima di generale disimpegno. Un po’ ovunque, insomma, si percepisce grande disagio, a volte anche spirituale, incapaci come siamo di comprendere il perché di tutta questa violenza, e della cultura che la alimenta o che la ignora».
Il tono del cardinale è pacato, ma le sue parole sono nette: «Le situazioni così difficili di questo tempo non sono il frutto del destino, ma di scelte politiche, di responsabilità umane, di decisioni che spesso mettono gli interessi di pochi davanti al bene di tutti. La Terra Santa, crocevia di popoli e di fedi, continua a essere teatro di tensioni e conflitti che chiamano in causa la responsabilità dei leader locali, della comunità internazionale, ma anche delle autorità religiose e morali».

La chiesa di Santa Caterina è gremita. Molti i fedeli accorsi e il clero concelebrante. (foto F.G./CTS)
A questo punto è inevitabile menzionare espressamente la Striscia di Gaza e il suo popolo, la sua minuscola, e sempre più esile, comunità cristiana. Dice il patriarca Pizzaballa: «Nonostante la cessazione della guerra, a Gaza la sofferenza è ancora presente, le famiglie vivono tra le macerie, il futuro appare fragile e incerto. Le ferite sono profonde, eppure anche qui, proprio qui, risuona l’annuncio del Natale. Incontrandoli, sono rimasto colpito dalla forza e dal desiderio di ricominciare, dalla capacità di gioire ancora, dalla determinazione di ricostruire daccapo la loro vita devastata. Penso che in questo momento stiano davvero vivendo un loro Natale speciale, di nuova nascita e di vita. Sono per noi oggi una bella testimonianza».
Qui il cardinale alza lo sguardo dal testo scritto dell’omelia e aggiunge a braccio parole di ammirazione per i più piccoli, per i bambini sfollati nel recinto della parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza. Ammira la loro voglia di vivere, la loro capacità di sorridere anche in mezzo all’orrore della guerra, di gioire e giocare. Questa loro presenza ha aiutato anche gli adulti ad andare avanti. Ne è convinto il patriarca, che soggiunge: «Queste persone ci ricordano come anche noi siamo chiamati a stare dentro la nostra storia. Ci interpellano chiedere con forza percorsi di giustizia e riconciliazione, di ascolto del grido dei poveri, affinché la pace non sia solo un sogno, ma un impegno concreto e una responsabilità per tutti».

Il patriarca latino di Gerusalemme saluta il vicepresidente palestinese prima che lasci la chiesa. (foto F.G./CTS)
«Qui e ora, tutti siamo chiamati a diventare primizia del Regno che viene. Non altrove, non in un tempo ideale. Qui, assumendo con coraggio le sfide di una convivenza spesso problematica e di una ricostruzione lenta e faticosa, siamo mandati dal Padre, con il Figlio, nella forza dello Spirito, a riparare rovine, a restituire speranza, a comunicare vita. Al seguito di Giuseppe e Maria, siamo invitati a rientrare nella nostra realtà con il passo della fiducia, certi che Dio ci precede nel cammino».
La solenne celebrazione notturna a Santa Caterina si è conclusa, come di consueto, con la processione dei celebranti alla grotta della Natività, dove il patriarca ha brevemente deposto e incensato sulla stella sottostante l’altare principale una statua di Gesù Bambino.
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