(g.s.) – Ormai da un buon numero di anni, a Milano, il Commissariato di Terra Santa del Nord Italia organizza una cena di Natale presso la propria sede, nel complesso francescano attiguo alla chiesa di Sant’Angelo, in zona Moscova. È una delle tante iniziative di animazione e sensibilizzazione promosse in favore della Custodia di Terra Santa, ma anche un’occasione speciale per tenere vivi i legami con amici e donatori che vivono in città o nell’hinterland.
Quest’anno l’appuntamento – preceduto dalla messa – s’è svolto nella serata di venerdì 12 dicembre. Fra Gianlugi Ameglio, il commissario, ha dato il benvenuto alle numerose persone presenti ai due momenti, richiamate stavolta anche dalla presenza di padre Francesco Ielpo, che prima di essere nominato custode di Terra Santa, nel giugno scorso, ha guidato lo stesso Commissariato, dal 2013 al 2024.

Fra Gianluigi Ameglio, commissario di Terra Santa per il Nord Italia, nel corso della Messa a Sant’Angelo. (foto FTS)
Non tutti hanno potuto trovare un posto a tavola nell’ex refettorio dei frati per la cena a base di piatti siciliani. Padre Ielpo ha voluto così offrire ai fedeli presenti in chiesa una prima testimonianza al termine della messa, per poi dare al suo intervento in refettorio la forma di risposte alle domande spontanee sorte dall’uditorio.
«La domanda che mi viene posta più spesso, in questi mesi, è sempre la stessa – ha esodito fra Ielpo nella sua testimonianza al termine della messa –. Appena arriva una telefonata, la prima domanda è: “Com’è la situazione in Terra Santa?”. Non è facile rispondere. Se dovessi tentare una sintesi, rinunciando a entrare nei dettagli, direi questo: oggi, più che mai, si vive una fortissima polarizzazione. Una polarizzazione tale che diventa quasi impossibile anche solo provare a comprendere il punto di vista dell’altro».

Padre Francesco Ielpo rende testimonianza nella chiesa di Sant’Angelo a Milano il 12 dicembre 2025. (foto FTS)
Proprio a partire da questo dato, il padre custode ha soggiunto: «C’è un’immagine che mi accompagna molto nel mio servizio. Si trova nel portico del santuario dell’Annunciazione, a Nazaret. Dopo il completamento della grande basilica, molti Paesi hanno inviato immagini della Madonna venerata nelle diverse tradizioni. Tra queste ce n’è una, inviata dai vescovi tedeschi nel 1989, che artisticamente non è particolarmente pregevole, ma simbolicamente è potentissima. Raffigura la Patrona della Germania: una donna che abbraccia due figli, un maschio e una femmina. Sono fratelli, ma sono separati dal muro di Berlino [il manufatto che divise drammaticamente la città in zona filo-occidentale e zona filo-sovietica dal 1961 al 1990 – ndr]. La cosa più significativa è che il muro non arriva fino in fondo: si interrompe poco prima. E proprio lì, dove il muro finisce, i due fratelli si tengono per mano. È un’immagine fortissima della Chiesa: una madre che ha figli da una parte e dall’altra, che soffre per le divisioni, ma che continua a desiderare l’incontro, la comunione. Oggi essere questa Madre è difficile. È difficile manifestare una paternità e una maternità autenticamente universali. Perché da ogni parte sembra levarsi un grido che dice: “Devi voler bene solo a me”. Si respira ovunque una fatica enorme nel riconoscere il dolore dell’altro. Quasi una gara a chi ha sofferto di più, a chi ha subito l’ingiustizia maggiore. In un contesto così delicato, dove bisogna misurare le parole, stare attenti perfino alle immagini o agli eventi a cui si partecipa, tutto può essere strumentalizzato, tutto può diventare divisivo».

La cena solidale con la Terra Santa nell’ex refettorio dei frati a Sant’Angelo. Tutti in ascolto di fra Ielpo. (foto FTS)
«Eppure, e questo è importante dirlo, c’è ancora una luce – ha riconosciuto fra Ielpo parlando del desiderio, presente in parecchie persone, di incontrarsi, confrontarsi, cercare e offrire consolazione –. Ci sono piccoli segni. La Terra Santa è la terra dei semi, più che delle parole. Sono segni piccoli, fragili, che non cambiano la storia, non fanno miracoli. Ma dicono che c’è una vita che resiste. Come il germoglio che nasce da un tronco apparentemente morto: piccolo, insignificante, eppure vivo».
«Spesso – ha concluso il padre custode – mi viene posta un’altra domanda: “Ma voi, frati, che cosa fate?”. Devo confessare che a un certo punto ho detestato questa domanda. Come se la nostra identità potesse ridursi a un elenco di azioni. Poi, però, mi sono riconciliato con essa, soprattutto durante l’ingresso solenne a Betlemme per l’inizio dell’Avvento, il 29 novembre scorso. In quel momento mi sono trovato davanti a migliaia di persone: cristiani, musulmani, scuole, famiglie, anziani. Gente che non sapeva nulla di me come persona. Ma non era lì per me. Era lì per ciò che io rappresentavo. Ho capito di essere un nano sulle spalle di un gigante: una storia lunga 800 anni, fatta da migliaia di frati che hanno dato la vita, spesso nel sangue, per questa presenza. Allora, alla domanda “Che cosa fate?”, rispondo: “Noi siamo lì”. Siamo lì nei villaggi dimenticati, dove non arrivano più pellegrini. Siamo lì per custodire una presenza. Siamo lì quando le autorità civili e religiose musulmane ci dicono: “Vi preghiamo, non andate via”. Non facciamo grandi cose. Stiamo. Restiamo. Ascoltiamo. E questo, alla fine, è il cuore del messaggio del Natale: un Dio che si fa uomo per stare in mezzo a noi, per farci compagnia. E questo Dio ha bisogno di carne viva, di uomini e donne che restino, anche quando è difficile».



























