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La causa della pace si nutre di cultura

Giuseppe Caffulli
10 settembre 2025
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La causa della pace si nutre di cultura
Un frammento del videomessaggio del cardinale Pierbattista Pizzaballa alla Mostra del cinema di Venezia 2025.

Lo scorso 6 settembre alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia sono risuonate le parole del cardinale Pierbattista Pizzaballa, intervenuto da Gerusalemme con un breve videomessaggio. «Serve – ha detto – una cultura che scardini l'odio e apra orizzonti».


Nel suo videomessaggio in chiusura della 81.ma Mostra internazionale d’Arte cinematografica di Venezia (27 agosto – 6 settembre 2025), il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha lanciato un monito che non può lasciarci indifferenti: «La pace si costruisce anche e soprattutto attraverso la cultura».

Non si tratta di un’affermazione generica, ma di una chiamata alla responsabilità, rivolta a chiunque operi nel mondo dell’informazione, dell’arte, della comunicazione e della cooperazione internazionale. Una chiamata che riguarda certamente i media occidentali (e chi frequenta il mondo social), ma anche chi vive più da vicino – o ne è immerso, per la sua storia, il suo carisma e la sua missione – il contesto mediorientale.

In una terra martoriata da decenni di conflitti e divisioni, l’impegno delle congregazioni religiose, degli organismi umanitari e delle istituzioni civili non può più limitarsi al solo intervento materiale. Se la carità è il primo soccorso, la cultura è il terreno dove si semina un futuro possibile. La pace duratura non si improvvisa: si costruisce lentamente, attraverso un lavoro silenzioso e profondo, che forma le coscienze, educa al rispetto e alla verità, restituisce dignità alla persona.

C’è stato un tempo in cui un ministro della Repubblica Italiana diceva provocatoriamente che «con la cultura non si mangia». Affermazione che è diventata un paradigma cinico e riduttivo. In tempi di ristrettezze economiche, di crisi regionali (situazione che la Terra Santa vive a fasi alterne, e che persiste oggi almeno dal Covid-19 in qua) le parole del patriarca Pizzaballa ci ricordano che, al contrario, la cultura nutre. Eccome! Nutre le menti, tiene insieme le comunità, permette di riconoscere l’altro non come nemico, ma come fratello. Dove viene meno la cultura, prosperano l’ignoranza, la disinformazione e l’odio.

Nell’attuale scenario geopolitico mediorientale, segnato da muri e ferite antiche, è facile cedere alla logica dell’emergenza e del pragmatismo. I veicoli di cultura (leggasi giornali, libri, comunicazione in genere) sono la prima vittima sacrificale. In fondo, ci si racconta, non si può fare tutto, bisogna scegliere… Se non lo faccio io, lo farà meglio qualcun altro. E poi, quale futuro per l’editoria? Per i giornali? Si tirano i remi in barca, senza una strategia plausibile, si affida tutto ai social e ci si autogiustifica, girando le spalle alle proprie responsabilità. Ma chi opera sul campo — missionari, ong, diplomatici, educatori — dovrebbe ben sapere che senza una narrazione onesta, senza la costruzione di un linguaggio condiviso, ogni sforzo rischia di diventare sterile. La cultura, intesa come formazione, dialogo, aspirazione alla pace, racconto autentico delle realtà vissute, è il collante invisibile che rende possibile ogni riconciliazione.

Il cardinal Pizzaballa ha anche sottolineato il ruolo decisivo dell’informazione. Troppe volte il racconto mediatico delle crisi mediorientali è appiattito su stereotipi, semplificazioni o, peggio, manipolazioni ideologiche. In un mondo iperconnesso, dove le immagini scorrono veloci ma non sempre profonde, il compito di chi comunica è diventato ancora più delicato. Offrire una narrazione onesta, trasparente, orientata al bene comune, è oggi una forma alta di carità e di giustizia.

Non è solo una questione deontologica o professionale. È, prima di tutto, una questione umana e spirituale. Chi sceglie di raccontare la realtà ha una responsabilità: quella di non tradire le storie che incontra, di non piegarle a logiche di potere, di ascoltare prima ancora di parlare. Chi si sottrae a questo compito, ammonisce il cardinale, «viene meno anche alla sua responsabilità». Perché la cultura è servizio, è impegno civile, è terreno dove germoglia la pace.

Le parole del patriarca latino di Gerusalemme acquistano un peso ulteriore se pensiamo al ruolo storico delle comunità cristiane in Medio Oriente. Custodi di una presenza antichissima, queste comunità oggi sono spesso minoritarie, ma non per questo marginali. Al contrario, esse rappresentano un ponte tra le culture, un laboratorio vivente di convivenza. La loro testimonianza silenziosa, fatta di scuole, ospedali, centri culturali, dialoghi interreligiosi, è una forma di diplomazia della pace che il mondo dovrebbe valorizzare di più.

In questo contesto ogni sforzo comunicativo (spesso portato avanti con tanta passione e pochi mezzi), diventa uno strumento fondamentale per raccontare il Medio Oriente al di là dei conflitti. Per far emergere le storie di resistenza, di solidarietà, di speranza. Per costruire una contro-narrazione capace di scardinare la logica della violenza, che sappia dare voce a chi non ha voce, luce a ciò che viene oscurato, senso a ciò che appare solo caos.

p.s. Detto per inciso, alla Mostra di Venezia il film tunisino The Voice of Hind Rajab, diretto da Kaouther Ben Hania, che racconta l’ultimo, drammatico dialogo telefonico di Hind Rajab, una bambina palestinese di 5–6 anni intrappolata a Gaza durante un attacco, ha ricevuto il Premio della giuria ed è stato acclamato da critica e pubblico.

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