
Il Paese dei cedri si trova ancora una volta a un bivio. Il disarmo di Hezbollah, che il governo vorrebbe ottenere nel giro di pochi mesi, sta diventato il simbolo di una sovranità ancora da conquistare. Ma anche un obiettivo difficile da raggiungere.
Sembra essere di nuovo sull’orlo di una crisi profonda il Libano, sospeso tra la minaccia del rinfocolarsi della guerra civile e la pressione internazionale per lo smantellamento dell’arsenale di Hezbollah. L’epicentro della tempesta politica e militare, questa volta, è il piano di disarmo presentato il 5 settembre 2025 dal comandante dell’esercito Rodolphe Haykal al Consiglio dei Ministri: un progetto ambizioso, che però ha riaperto tutte le fratture interne del fragile sistema politico libanese.
Il piano, accolto con favore ma non approvato formalmente, rimane segreto nei suoi dettagli, ma secondo fonti militari prevede una prima fase da attuare entro novembre, con il ritiro delle armi di Hezbollah a sud del fiume Litani, area da tempo invocata da Israele come zona demilitarizzata (per evitare che da lì si lancino razzi verso il suo territorio). La reazione immediata è stata il boicottaggio della riunione da parte dei cinque ministri sciiti – tra cui esponenti di Hezbollah e del Movimento Amal (stretto alleato delle milizie sciite filoiraniane), che hanno abbandonato il tavolo governativo proprio mentre Haykal iniziava la presentazione del documento. Un gesto con un chiaro significato politico: Hezbollah considera il proprio arsenale un elemento irrinunciabile di difesa contro Israele e respinge ogni tentativo di disarmo come una minaccia esistenziale.
La crisi del Paese di cedri non è solo politica, ma anche militare. L’esercito governativo, come ha ammesso lo stesso Haykal, non ha né mezzi né consenso interno per affrontare Hezbollah sul terreno. Il rischio è di spaccare le forze armate, dove non mancano i fedeli sciiti. Hezbollah, dal canto suo, pur pesantemente indebolito dalla guerra con Israele, decimato nei suoi ranghi di comando, continua a mantenere il proprio arsenale nascosto in bunker sotterranei, in particolare nel sud del Paese e nei villaggi sciiti. Nonostante il consenso della popolazione non sia più granitico, le centinaia di vittime civili e i danni enormi a case e infrastrutture, la milizia sciita continua ad avere un potere e un controllo territoriale su alcune aree del Libano meridionale.
Il piano del governo libanese per il disarmo di Hezbollah si inserisce nel contesto geopolitico del Medio Oriente post 7 ottobre 2023, data che ha ridisegnato gli equilibri nella regione. Gli Stati Uniti hanno espresso sostegno all’iniziativa di Haykal e premono per risultati concreti. Anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono favorevoli al rapido disarmo del gruppo sciita, considerato un prolungamento dell’influenza iraniana nella regione.
Proprio l’Iran è però il convitato di pietra in questo auspicato processo di cambiamento. Senza un dialogo diretto con Teheran, principale sponsor delle milizie sciite libanesi, il disarmo di Hezbollah è destinato a rimanere un progetto incompiuto.
Dal canto suo, Israele continua a condurre raid aerei in territorio libanese, ribadendo che ogni ritiro dalle aree contese avverrà solo in seguito al disarmo di Hezbollah. Un vuoto militare lasciato dall’eventuale ritiro del gruppo sciita dalla zona a ridosso del fiume Litani, potrebbe però diventare il pretesto per nuove occupazioni israeliane, mentre la comunità internazionale osserva senza intervenire.
Insomma, il Libano si trova ancora una volta a un bivio. Il disarmo di Hezbollah sta diventato il simbolo di una sovranità ancora da conquistare. Per un Paese che oggi si trova di fatto sotto tutela internazionale, è una partita che non si gioca solo nei palazzi di Beirut, ma anche nei corridoi del potere iraniani, statunitensi e israeliani. E mentre il tempo scorre, il rischio più grande è che il Paese finisca per essere solo spettatore della propria storia.
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