Un'inchiesta pubblicata il 6 agosto dal quotidiano britannico The Guardian menziona l'esistenza di un sistema elaborato dalle agenzie di sicurezza israeliane e dalla statunitense Microsoft per intercettare e archiviare un'infinità di comunicazioni, testuali o vocali, tra i palestinesi di Gaza e Cisgiordania.
Si chiama giornalismo d’inchiesta. E nel settore, non c’è che dire, la testata britannica The Guardian sa il fatto suo. Di cosa parliamo? La storia è questa: California, Silicon Valley, Microsoft e l’israeliana Unit 8200, l’equivalente israeliano della Nsa (l’Agenzia per la sicurezza nazionale) statunitense, avrebbero dato vita a un progetto a un sistema di sorveglianza di massa, operativo dal 2022, che registrerebbe e archivierebbe milioni di telefonate di cittadini palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, appoggiandosi all’infrastruttura cloud denominata Microsoft Azure. L’inchiesta è stata condotta da The Guardian (che la pubblica oggi, 6 agosto 2025) in collaborazione con le testate israeliane +972 Magazine e Local Call.
Tutto comincia nel 2021, presso il quartier generale di Microsoft a Redmond, vicino a Seattle. Microsoft e Unit 8200 si ritrovano per escogitare il modo di ottenere e trasferire dati riservati nei data center europei della multinazionale, situati nei Paesi Bassi e in Irlanda. Il sistema è predisposto secondo un’architettura cloud «segreta e compartimentata», su misura per rispondere agli standard di sicurezza militare israeliani. Sistema che ha permesso solo nel 2025 di archiviare in Azure circa 200 milioni di ore di conversazioni audio.
Per farne cosa, viene da chiedersi? È presto detto. Telefonate quotidiane, molte delle quali tra civili palestinesi, registrate e archiviate senza mandati giudiziari, in forma indiscriminata, sono state usate per identificare obiettivi militari, giustificare arresti arbitrari e persino esercitare forme di ricatto psicologico o familiare.
Ma non si è trattato solo di archiviazione. Unit 8200 ha impiegato sistemi di intelligenza artificiale per analizzare automaticamente messaggi testuali inviati tra palestinesi in Cisgiordania e a Gaza. Uno strumento chiamato Noisy Message assegna punteggi di rischio a ogni messaggio inviato dagli smarphone sulla base di parole chiave «sospette», come riferimenti ad armi, morte o desiderio di martirio. La logica sottostante, spiega l’inchiesta, è la «sorveglianza predittiva», dove tutti sono potenziali minacce, e le macchine imparano a identificarli prima ancora che agiscano.
Il paradosso è che il sistema, descritto come «rivoluzionario», non è però stato in grado di prevenire l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023, in cui Hamas ha ucciso 1.200 persone nel sud di Israele e rapito 250 ostaggi. Forse, per i terroristi, è bastato usare qualche parola in codice o semplicemente usare canali più tradizionali per bypassare il sistema. Ciononostante, nel corso della brutale rappresaglia israeliana su Gaza che ne è seguita – con oltre 60 mila morti, tra cui 18 mila bambini – il sistema cloud è stato ampiamente utilizzato per identificare possibili bersagli, anche in aree densamente popolate. Il che spiega gli ingentissimi danni collaterali.
Microsoft sotto accusa
Microsoft, negli ultimi mesi, ha dovuto affrontare pesanti critiche e proteste, affidando a una società esterna una revisione del rapporto con l’esercito israeliano. La conclusione ufficiale, per ora, è che non ci sarebbero prove dell’uso diretto di Azure o di strumenti di intelligenza artificiale per attacchi contro i civili. Tuttavia, i documenti riservati rivelano che Microsoft fosse consapevole, al punto che gli ingegneri coinvolti nel progetto erano obbligati a non nominare Unit 8200 nelle conversazioni e nelle interlocuzioni interne. Dalle carte interne emerge che Microsoft avrebbe intravisto nel progetto con Unit 8200 una «straordinaria opportunità commerciale», capace di rafforzare la reputazione di Azure nel settore della difesa.
Insomma, appare chiaro come la tecnologia, che offre infinite opportunità di bene, possa anche offrire uguali opportunità di male. E mentre Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di occupare per intero la Striscia di Gaza (il via libera dovrebbe giungere in questi giorni da una riunione del gabinetto di sicurezza israeliano), nonostante l’aperto dissenso del capo di Stato Maggiore dell’esercito, Eyal Zamir, la stanchezza delle unità combattenti e le crescenti riserve dell’opinione pubblica israeliana, i diritti di milioni di palestinesi vengono violati sistematicamente, ogni giorno, in nome di una «sicurezza predittiva» affidata a potentissimi server dislocati non si sa bene dove. Anche in questo caso, nel silenzio dei Paesi che si dicono democratici. Le guerre diventano digitali, ma la responsabilità resta in capo agli uomini.
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Aggiornamento: Il 25 settembre 2025, il giornalista e attivista israeliano Yuval Abraham (ricorderete il suo nome: insieme ad altri tre giovani israeliani e palestinesi ha ricevuto il premio Oscar 2025 per aver sceneggiato e diretto No Other Land, premiato come miglior documentario) riferisce sulla testata israeliana +972 Magazine che Microsoft ha deciso di non consentire più all’israeliana Unit 8200 l’accesso alla piattaforma Azure. La decisione fa seguito alle reazioni internazionali suscitate dal reportage pubblicato poche settimane prima, il 6 agosto, proprio da Yuval Abraham e altri colleghi sulle testate Local Call, +972Magazine e The Guardian.


























