
Oltre vent’anni di conflitti post-11 settembre per sconfiggere il terrorismo – Al-Qaida, Isis e altre ramificazioni del jihadismo internazionale – hanno causato la morte di oltre 4 milioni e mezzo di persone. Uno studio della Brown University (Usa) ricorda che le persone che muoiono per una guerra sono quattro volte più numerose delle vittime dirette delle azioni belliche.
La devastazione nella Striscia di Gaza, i crimini di guerra che vi si compiono, la distruzione fisica e culturale di uno spazio territorialmente molto ridotto non vedono ancora una fine. Se anche si giungesse a un cessate il fuoco permanente, le conseguenze non saranno mai cancellate.
Un quarto di secolo di conflitti in Medio Oriente, dagli attacchi alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 in poi, dimostrano che gli effetti di una guerra si moltiplicano. How Death Outlives War («Come la morte sopravvive alla guerra») è il titolo eloquente di un rapporto, curato dall’Istituto Watson per gli Affari politici e internazionali della Brown University (Providence, Usa), che spiega come la distruzione di tessuti economici e servizi pubblici, i danni all’ambiente e alla psiche dei sopravvissuti abbiano conseguenze durature che spesso non vengono conteggiate.
Il motore iniziale della risposta all’11 settembre sono stati ovviamente gli Stati Uniti che, nel nome della guerra (asimmetrica) contro il terrorismo hanno invaso dapprima l’Afghanistan nell’ottobre 2001, con l’appoggio legale dell’Onu, e prolungando l’occupazione vent’anni; poi l’Iraq nel marzo 2003, in violazione del diritto internazionale e con la coalizione dei volonterosi, rimasti nel Paese fino a dicembre 2011. L’Iraq ha poi attraversato un conflitto interno con l’Isis tra il 2013 e il 2017. Intanto la Siria è stata devastata da varie fasi di un conflitto iniziato nel 2011 e non ancora pienamente concluso; lo Yemen, sconvolto dalla guerra civile e poi dall’invasione a guida saudita, tra settembre 2014 e oggi. Anche il Pakistan e la Libia sono stati in vario modo coinvolti in questi decenni di conflitti.

I principali teatri bellici della «guerra al terrore» (2001-2023)
Per ognuno di questi conflitti – i più devastanti hanno avuto da centomila a oltre mezzo milione di vittime –, il rapporto dell’Istituto Watson non intende analizzare chi sia da biasimare. Mostra come le guerre successive agli attentati dell’11 settembre abbiano provocato molteplici tipologie di vittime e impatti sulle società ancora difficili da valutare. I costi umani delle guerre sono sempre più alti di quanto normalmente venga calcolato. Non si muore solo sotto una bomba o perché un cecchino spara mentre si è in fila per un sacco di farina, ma anche perché è stato distrutto l’ospedale più vicino, o il ponte che avrebbe permesso di raggiungerlo in tempo; o perché il programma di vaccinazioni è stato sospeso.
Devastanti guerre del passato come quella in Corea (1950-1953) o in Congo orientale (1999-2003) hanno dimostrato che le morti indirette possono essere molto più numerose delle morti in combattimento. Solo una quota che va da un quinto a un decimo dei milioni di morti che questi due conflitti hanno provocato è costituita dalle vittime dirette delle azioni belliche.
Conteggi controversi
Gli autori del rapporto, che arriva ad analizzare i dati fino al 2023, ammettono che il conteggio delle vittime di guerra di qualsiasi tipo – non solo indirette, ma anche dirette – è difficile e politicamente controverso. Mancano i dati dalle zone di guerra o sono inaffidabili e i criteri di calcolo possono essere i più vari. Il caso della guerra iniziata nel 2003 in Iraq è indicativo: le stime spaziano dai 600mila morti della rivista scientifica The Lancet per il periodo 2003-2006, ai 151mila di uno studio legato all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). In mezzo, ci sono i 300mila del progetto Iraq Body Count.
Alcuni studi hanno conteggiato i combattenti, altri le morti di civili e altri ancora si sono concentrati sulle variazioni complessive dei tassi di mortalità.
Una delle cifre più citate sul totale delle vittime della guerra in Iraq è una stima del 2013 – sebbene anch’essa criticata – di 461mila morti, per cause sia dirette che indirette, avvenute dall’inizio dell’invasione nel 2003 fino a giugno 2011.
La stima delle morti indirette è chiaramente più complessa. Un decesso per fame può verificarsi mesi o anni dopo che la guerra ha causato l’interruzione dell’accesso al cibo. Oppure, le persone colpite dalla guerra sono sfollate e in transito, rendendo difficile rintracciarle. Malgoverno o regimi autoritari esacerbano le problematiche socioeconomiche causate dal conflitto, come nel caso del regime dei Talebani, prima e dopo la guerra in Afghanistan condotta dagli Stati Uniti.
Quattro volte tanto
Secondo lo studio della Brown University, le analisi suggeriscono che il rapporto tra morti dirette e indirette è più basso in Paesi con più infrastrutture, come l’Iraq, e più alto in Paesi più poveri e meno dotati, come Yemen e Afghanistan. Il rapporto considera, in tutte le zone di guerra, l’utilizzo di un rapporto medio di quattro a uno, per generare una stima ragionevole e prudente. Il calcolo si basa su una combinazione delle migliori fonti di dati secondari disponibili, come le statistiche sulla malnutrizione infantile in Siria, Afghanistan e Yemen.
Applicando questo rapporto al calcolo di Costs of War, che stima tra 905 e 940mila vittime dirette nelle guerre post-11 settembre, si ottiene un numero di morti indirette compreso tra 3.620.000 e 3.760.000 (3,6-3,8 milioni). Pertanto, il numero totale di morti dopo l’11 settembre, uccisi per cause dirette e indirette, potrebbe essere compreso tra 4.525.000 e 4.700.000.

Le stime sul numero delle vittime dirette e indirette possono incontrare critiche e obiezioni, ma restano essenziali per una comprensione più completa dei costi umani della guerra. Le cause principali che portano alla morte indiretta nelle guerre post-11 settembre abbracciano quattro ambiti:
- collasso economico, perdita di mezzi di sussistenza e insicurezza alimentare;
- danni a servizi pubblici, come infrastrutture idriche e servizi sanitari, reti elettriche, strutture commerciali;
- danni all’ambiente;
- traumi e violenze che si ripercuotono sui sopravvissuti.
Collasso economico
Un esempio chiaro di distruzione del tessuto economico si è avuto con l’intervento armato nello Yemen di forze a guida saudita ed emiratina che, dall’inizio del 2015, hanno causato distruzioni con i bombardamenti aerei e l’impiego di armi pesanti in quello che era già il più povero dei Paesi arabi. L’intervento è stato voluto per sostenere al presidente yemenita Mansour Hadi contro gli insorti Houthi, che tutt’oggi controllano la parte nord-occidentale del Paese e da mesi minacciano la navigazione commerciale nel Mar Rosso. Nei due anni dopo l’invasione, un terzo della popolazione yemenita aveva perso la propria fonte di reddito.
Strutture idriche e sanitarie non più accessibili
Sempre in Yemen, nel 2017, quindici milioni di persone (più di metà del Paese) avevano perso l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici, per la distruzione di impianti di approvvigionamento idrico e di depurazione. Ciò ha contribuito alla diffusione di peste suina che nel periodo 2016-2018 ha infettato milioni di persone
La Siria è stata anche un focolaio di attacchi al sistema sanitario: forze del regime di Assad, Russia e Stati Uniti, nonché gruppi militanti come lo Stato Islamico e il Fronte al-Nusra, hanno bombardato ospedali e strutture sanitarie, saccheggiato e distrutto ambulanze e convogli di vaccini, e ucciso, arrestato e torturato operatori sanitari. Lo scopo: limitare intenzionalmente l’accesso all’assistenza sanitaria nelle aree controllate dall’opposizione.
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Un’indagine del 2021 mostrava che, per il 90 per cento delle famiglie siriane, il costo di visite mediche e delle terapie erano i principali ostacoli all’accesso alle cure.
Contaminazioni ambientali
I medici in Iraq segnalano un tasso insolitamente elevato di aborti spontanei, parti prematuri e malformazioni congenite, tra cui difetti cardiaci e del sistema nervoso. Si è assistito a un aumento della mortalità per cancro a partire dagli anni Novanta, e i funzionari della sanità pubblica irachena hanno attribuito la causa all’uranio impoverito utilizzato dagli Stati Uniti nella guerra del Golfo (sebbene ciò sia contestato dall’esercito statunitense).
Ordigni inesplosi – bombe, proiettili e razzi che inizialmente non sono esplosi – uccidono e mutilano persone, soprattutto bambini, molto tempo dopo la fine dei combattimenti attivi.
Traumi e violenze che si riverberano nel tempo
Vivere la guerra e gli sfollamenti forzati è traumatico e devastante, con impatti duraturi sulla salute mentale, che possono portare al suicidio e all’aumento di violenze domestiche, sessuali e di altro tipo.
Gli incidenti tendono a essere più letali in contesti in cui rimangono in circolazione armi, in particolare armi da fuoco, anche dopo il conflitto. Gli effetti della guerra sulla salute mentale si ripercuotono di generazione in generazione. Si stima che ansia e depressione siano da due a quattro volte più frequenti tra le popolazioni colpite da conflitti rispetto alla media globale.
Sempre secondo il rapporto della Brown University, le ricerche dimostrano che i bambini che subiscono elevati livelli di violenza collettiva hanno il doppio delle probabilità di sviluppare malattie croniche. Un’indagine del 2014 ha mostrato che a Mosul, in Iraq, quattro bambini su dieci in età scolare (con meno di 16 anni) soffrivano di disturbi psichiatrici come quello da stress post-traumatico.
Un sondaggio del 2018 condotto su rifugiati siriani, afghani e iracheni mostrò che più di sei su dieci erano traumatizzati da esperienze di guerra, come attacchi di forze militari, l’avere perso dei familiari, aver subito torture e isolamento, e aver assistito a uccisioni, abusi e violenze sessuali: queste ultime avevano riguardato più di sei persone su cento. (f.p.)

























