
In Egitto i giornalisti non sono uccisi come nella vicina Striscia di Gaza, ma la situazione della libera informazione resta pessima. Il presidente al-Sisi detta le regole di un sistema in cui intelligence e militari controllano i media e i giornalisti indipendenti subiscono pressioni. Anche quando lasciano il Paese.
Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi che, da comandante in capo delle forze militari, nel 2013 ha preso il potere al Cairo con un colpo di Stato, governa il più grande Paese arabo con metodi che non prevedono garanzie per le libertà democratiche, tra cui la libertà di informazione. Ma non trascura di occuparsi del settore: domenica 10 agosto ha tracciato una «tabella di marcia» per lo sviluppo dei media egiziani che, nelle sue intenzioni, «devono attingere da tutte le competenze disponibili».
Lo riferisce il sito online del quotidiano al-Ahram, testata che ha appena festeggiato 150 anni di vita e gode della benevolenza del governo. «L’obiettivo è garantire che i media nazionali stiano al passo con i rapidi cambiamenti globali e adempiano alla propria missione in linea con gli orientamenti del moderno Stato egiziano e della Nuova Repubblica», ha detto il presidente.
Significative le figure che attorniavano al-Sisi mentre dettava le linee ai media. Oltre al primo ministro Mostafa Madbouly, c’erano i tre capi di organismi che al-Sisi ha ristrutturato con un decreto del novembre 2024: il Consiglio supremo per la regolamentazione dei media (Csrm), l’Autorità nazionale per la stampa e l’Autorità nazionale per i media, la longa manus del governo sul mondo dell’informazione. A capo del Csrm si trova un ex ministro dello Sport e tra i sette membri del Consiglio, c’è una (sola) giornalista, Olaa El Shafei, che ha diretto Youm7. Questo popolare quotidiano fa capo all’Egyptian Media Group che ha una vasta rete di interessi tra informazione televisiva, stampata e online, e che di proprietà di una società pubblica di investimenti, Eagle Capital, che fa capo agli apparati dei servizi di sicurezza, il Mukhabarat. Lo riferisce il giornale online Mada Masr, una delle poche voci d’informazione indipendente rimaste al Cairo, pur con difficoltà, se si considera che il sito è stato oscurato in Egitto fin dal 2017 e la sua direttrice, Lina Attalah, più volte arrestata.
Da anni Reporter senza frontiere (Rsf) esprime preoccupazione per il controllo dell’esercito e dei servizi segreti sui media egiziani. Quando al-Sisi ha elogiato il loro ruolo fondamentale «nel costruire il carattere nazionale, plasmare la consapevolezza pubblica, evidenziare i risultati, rafforzare i valori della società», ha fondamentalmente elogiato persone che lavorano per lui.
Per la stampa, uno dei dieci peggiori Paesi al mondo
Nella classifica della libertà di stampa che stila ogni anno Rsf, l’Egitto è in 170esima posizione su 180 Paesi esaminati. «L’Egitto continua a essere uno dei maggiori carcerieri di giornalisti al mondo», denuncia l’ong nata in Francia 40 anni fa a difesa del giornalismo libero. Le espressioni di dissenso possono comportare procedimenti penali e incarcerazioni. Chiusure di redazioni, arresti, processi farsa, sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie rimangono una realtà quotidiana per i giornalisti egiziani. Non è raro che subiscano campagne diffamatorie e devono richiedere permessi alle autorità per recarsi in alcune aree, come il Sinai e il Canale di Suez.
Secondo Freedom House, l’ong con sede a Washington che si occupa di libertà democratiche, in Egitto un’opposizione politica significativa è praticamente inesistente. Al-Sisi è risultato eletto presidente nel 2014 e nel 2018 con il 97 per cento dei voti e l’ultima volta nel 2023 con quasi il 90 per cento.
Non sorprende che siano le testate filogovernative a dominare il panorama dell’informazione. Le testate critiche o orientate verso l’opposizione sono state chiuse dopo il 2013. Nel 2024 il sindacato dei giornalisti egiziani ha riferito che più di venti giornalisti si trovavano in carcere con accuse come affiliazione al terrorismo o diffusione di notizie false, spesso non basate su prove, ma usate per mettere a tacere il dissenso. Diverse leggi consentono alle autorità di censurare e bloccare contenuti online considerati una minaccia per la sicurezza nazionale e centinaia di siti web sono stati chiusi. Una legge del 2018 autorizza esplicitamente la sorveglianza degli account sui social media con più di 5.000 follower.
Anche la situazione economica molto critica del Paese rende fragile il sistema dell’informazione: i bassi salari dei giornalisti li rende più facilmente esposti a tentativi di corruzione. In una società conservatrice, poi, i temi dei diritti civili e delle libertà religiose, se affrontati dalla stampa, possono portare ad accuse di «violare il codice morale del Paese».
Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) da New York denuncia le continue pressioni che le autorità egiziane esercitano sui giornalisti anche quando vivono all’estero, attraverso l’arresto di familiari, l’uso di spyware, il rifiuto di fornire i servizi consolari, o il blocco dei loro siti, come è avvenuto con il sito di giornalismo investigativo Zawia3, realizzato a Bruxelles e oscurato in Egitto dal febbraio scorso.
A metà luglio United Media Services, un’altra società legata ai servizi di intelligence ha sciolto il contratto con la giornalista televisiva Lamis El Hadidy e interrotto all’improvviso la sua trasmissione sul canale ON TV. Secondo fonti indipendenti (El-Manassa e Saheeh Masr) El Hadidy ha violato le regole editoriali citando alcune società legate ai militari e parlando di responsabilità del governo in un’inchiesta su un incidente stradale che nel Delta del Nilo ha provocato in giugno la morte di 19 giovani operaie.
La recente rielezione di un giornalista noto per le sue idee progressiste e critiche verso il regime, Khaled El-Balshy, al vertice del sindacato di categoria è un segno di resistenza del settore alle «linee guida» del presidente. (f.p.)

























