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Per l’eterno Bibi Netanyahu, scivolone dietro l’angolo?

Giuseppe Caffulli
19 luglio 2025
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Per l’eterno Bibi Netanyahu, scivolone dietro l’angolo?
Giovani ebrei ultraortodossi nel quartiere di Meah Shearim a Gerusalemme. (foto Nati Shohat/Flash90)

I due partiti ultraortodossi nel governo di Benjamin Netanyahu sono usciti dalla coalizione che adesso è in minoranza nel parlamento. Intendono così difendere l'esenzione dei giovani haredim dal servizio militare. Per questo il leader del Likud politicamente è più isolato.


Quale futuro per Benjamin (Bibi) Netanyahu e il suo governo, mentre si apre nuovamente un fronte siriano e la tragedia di Gaza sembra non avere mai fine? La domanda sorge spontanea, dato che la crisi politica dell’esecutivo ha subito un’accelerazione significativa con il ritiro del sostegno da parte dei due principali partiti ultraortodossi: Shas ed Ebraismo della Torah Unito. Entrambe le formazioni rappresentano una componente fondamentale delle coalizioni di destra in Israele, e il loro abbandono segna una svolta drammatica per la tenuta del governo.

Il punto di frizione è un tema altamente sensibile e che si trascina da anni: l’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshivot, le scuole religiose, una concessione tradizionale (che affonda le sue radici addirittura agli albori della nascita dello Stato) e che è divenuta oggetto di forte contestazione in un quadro nazionale dominato dalla guerra a Gaza e dall’aumento delle esigenze militari. La Corte suprema israeliana, con una sentenza del giugno 2024, aveva stabilito che tali esenzioni non hanno più una base legale, imponendo al governo di iniziare la leva degli ultraortodossi. Un passo che ha minato l’equilibrio interno della coalizione.

Ebraismo della Torah Unito ha annunciato formalmente l’uscita dalla coalizione il 14 luglio 2025 scorso, sostenendo che Netanyahu ha tradito le promesse fatte durante la formazione del governo. Shas, dal canto suo, pur essendo meno radicale nei toni, ha seguito l’altro partito religioso pochi giorni dopo, ritirando la propria partecipazione attiva al governo ma, per non spalancare le porte all’opposizione laica e centrista guidata da Yair Lapid, lasciando aperta la possibilità di un sostegno esterno.

Quali sono le conseguenze di questi due passi indietro? La perdita di questi due alleati priva Netanyahu di una maggioranza stabile alla Knesset, il parlamento. La coalizione, che inizialmente contava s 64 seggi su 120, è ora scesa a circa 50-52, ben al di sotto del quorum necessario per governare. Nonostante ciò, il governo potrebbe sopravvivere ancora per qualche mese, anche grazie alla pausa estiva (che dura solitamente fino a ottobre). Netanyahu, pragmatico e scaltro, spera di negoziare con i partiti fuoriusciti o trovare sponde occasionali tra i deputati centristi per tirare a campare.

Il leader del Likud si trova tuttavia in una posizione politica sempre più isolata. Il rischio di nuove elezioni anticipate pende ormai come una spada di Damocle, così come la possibilità che emergano tensioni all’interno del suo stesso partito. I due principali leader dell’opposizione, Yair Lapid e Benny Gantz invocano ormai apertamente la fine del governo, definendolo «illegittimo» e incapace di gestire la continua emergenza della guerra, con i vari fronti aperti (ultimo quello siriano).

Insomma, la rottura con i partiti ultraortodossi non è solo una crisi parlamentare, una delle tante attraversate da Netanyahu. Viceversa riflette una spaccatura più profonda nella società israeliana: tra la componente laica e quella religiosa, tra le esigenze di sicurezza nazionale e la protezione delle prerogative religiose. Riuscirà questa volta l’eterno Bibi a ricucire lo strappo?

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