Mandati d’arresto contro i leader talebani per l’oppressione delle afghane
La Corte penale internazionale accusa di crimini contro l’umanità il leader del governo Haibatullah Akhundzada e il giudice Abdul Hakim Haqqani. Aumentano i suicidi nel Paese: 8 su 10 sono donne. Intanto l'Iran espelle mezzo milione di rifugiati afghani.
I giudici della Corte penale internazionale lo scorso martedì 8 luglio hanno spiccato dei mandati di arresto nei confronti del leader del governo talebano afghano Haibatullah Akhundzada e del presidente della Corte suprema Abdul Hakim Haqqani citando le restrizioni draconiane imposte alle donne e alle ragazze come prova di crimini contro l’umanità. Di fronte alla grave segregazione che da quattro anni colpisce la metà della popolazione afghana, ovvero 21 milioni di donne e adolescenti che non possono studiare, lavorare e quasi neppure uscire di casa, la Corte penale internazionale afferma che i talebani hanno «preso di mira specificamente le ragazze e le donne a causa del loro genere, privandole dei diritti e delle libertà fondamentali».
Da quando i talebani hanno ripreso il controllo dell’Afghanistan nel 2021 hanno di fatto escluso le donne dalla vita pubblica, impedendo loro di accedere alla maggior parte dei luoghi di lavoro, salvo le professioni sanitarie, e di frequentare spazi pubblici. Le bambine non possono frequentare la scuola oltre la sesta classe. Le donne non possono viaggiare senza essere accompagnate da un parente e in pubblico devono essere coperte dalla testa ai piedi. Queste misure hanno reso l’Afghanistan il Paese più restrittivo al mondo per le donne e secondo diverse organizzazioni per i diritti umani quello perpetrato dai talebani è un «apartheid di genere». I giudici della Corte dell’Aia ricordano come le politiche imposte alla popolazione abbiano portato a omicidi, incarcerazioni, torture, stupri e sparizioni forzate: «anche le persone percepite come avverse a queste politiche, persino passivamente o per omissione – si legge nella dichiarazione della Corte – sono state prese di mira dai talebani».
Benché sia improbabile che i mandati di arresto abbiano alcun effetto, visto che il leader 64enne Haibatullah Akhundzada appare raramente in pubblico e non esce quasi mai da Kandahar, il provvedimento della Corte penale internazionale ha riacceso nelle attiviste per i diritti delle donne la speranza che le pressioni internazionali possano aprire uno spiraglio. Anche perché lunedì 7 luglio pure l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che lancia l’allarme sulla «grave, crescente, diffusa e sistematica oppressione» delle donne e delle ragazze nel Paese. Il pronunciamento è avvenuto pochi giorni dopo che la Russia, primo Paese al mondo, ha riconosciuto ufficialmente il governo dei talebani, che dal 2021 è stato isolato dalla comunità internazionale come “Stato-paria” (con il quale la Cina, l’India e il Pakistan intrattengono relazioni commerciali).
L’Afghanistan sembra essere diventato uno dei luoghi più infelici della Terra, se si considera l’aumento vertiginoso del tasso dei suicidi tra le afghane documentato dalle agenzie umanitarie. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità a livello globale gli uomini si tolgono la vita con una frequenza che è il doppio di quella femminile, mentre in Afghanistan l’80 per cento dei suicidi e tentativi di suicidio è commesso da donne. Sono scarse e parziali le cifre del fenomeno a causa della censura posta dai talebani sui dati forniti dalle strutture sanitarie, della paura di ritorsioni e dello stigma sociale che colpisce le famiglie delle vittime. Già due anni fa un’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian aveva rivelato il drastico aumento dei suicidi in un terzo delle province afghane e un’indagine dell’organizzazione Afghan Witness aveva accertato dall’aprile 2022 al febbraio 2024 un balzo dei suicidi femminili tra le minoranze etniche e fra le donne che finiscono in carcere.
Matrimoni forzati, miseria, violenza domestica, abusi sessuali, disoccupazione e mancanza di prospettive spiegano anche perché il disperato bisogno di sfuggire alla sofferenza psichica prenda piede soprattutto fra le giovanissime con meno di vent’anni. Le testimonianze delle operatrici sanitarie citate dai rapporti dell’Onu indicano come il clima oppressivo imposto dai talebani – contrassegnato dal divieto di andare a scuola, da severe limitazioni alla libertà di movimento e diffusa violenza di genere – aumenti la sofferenza mentale e faccia ancora di più sentire le donne e le ragazze prive di una qualsiasi via di scampo.
Al collasso economico e del sistema sanitario afgani si è aggiunta negli ultimi giorni la crisi umanitaria causata dal rientro forzato nel Paese di mezzo milione di rifugiati afghani, entrati clandestinamente in Iran nei mesi scorsi in cerca una via di fuga dalla miseria, ma costretti dalla Repubblica islamica a lasciare il Paese entro il 6 luglio per non incorrere in sanzioni e incarcerazioni.





















