
La Knesset approva una mozione che «auspica» l’annessione della Cisgiordania, scatenando la reazione del mondo arabo. Una decina di Paesi e due organizzazioni internazionali condannano la mossa come una violazione del diritto internazionale. Crescono le tensioni in Medio Oriente, mentre sembra allontanarsi ancor di più la prospettiva della soluzione a due Stati.
La Knesset, il parlamento israeliano, ha votato ieri 23 luglio, una mozione non vincolante che chiede l’annessione della Cisgiordania, un atto simbolico che ha unito i partiti della frammentata coalizione di destra al governo. Il testo, passato con 71 voti a favore e 13 contrari (su un totale di 120 membri), afferma che la Cisgiordania è «una parte inseparabile della Terra d’Israele, patria storica, culturale e spirituale del popolo ebraico» e ribadisce che Israele «ha il diritto naturale, storico e legale su tutti i territori della Terra d’Israele».
La mozione invita il governo ad «applicare la sovranità, la legge, la giurisdizione e l’amministrazione israeliane» su tutte le aree di insediamento ebraico in quella che Israele chiama Giudea e Samaria, cioè la Cisgiordania, compresa la Valle del Giordano. A promuovere la risoluzione sono stati i deputati Simcha Rothman (Sionismo Religioso), Dan Illouz (Likud) e Oded Forer (Yisrael Beiteinu), esponenti di partiti di destra e nazionalisti.
La mozione non ha effetti giuridici immediati, ma rappresenta un segnale politico di non poco conto e un ulteriore passo nella direzione di una possibile annessione formale di parte o della totalità dei Territori occupati nel 1967. Israele ha infatti strappato la Cisgiordania al regno hashemita di Giordania durante la guerra dei Sei giorni, e ha successivamente favorito la nascita delle colonie che ospitano oltre mezzo milione d’israeliani, a fronte di circa tre milioni di palestinesi che vivono nella regione sotto occupazione militare.
Gran parte della comunità internazionale considera questa occupazione una violazione del diritto internazionale, e gli insediamenti ebraici costruiti nei territori occupati vengono classificati come illegali secondo la Quarta Convenzione di Ginevra e varie risoluzioni dell’Onu, tra cui la 242 (1967), la 338 (1973) e la 2.334 (2016). Israele, tuttavia, contesta queste posizioni, sostenendo che i territori in questione sono parte storica e legittima della «patria ebraica».
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Il voto arriva in un momento politicamente delicato per il governo Netanyahu, alle prese con gravi tensioni interne. Il giorno stesso della votazione, i deputati del Likud hanno destituito Yuli Edelstein dalla guida della Commissione Esteri e Difesa, sostituendolo con Boaz Bismuth, vicino al primo ministro e fautore di una nuova legge sull’obbligo di leva per gli ebrei ultraortodossi. Proprio i partiti ultraortodossi, usciti dalla coalizione per i palesi dissensi su tale legge, hanno comunque votato a favore della mozione di annessione, unendosi al Likud e ad altri partiti di destra. Che sia stata una mossa volta a ricompattare la destra nazionalista su un tema identitario, è abbastanza palese. Anche Yisrael Beitenu, partito laico e nazionalista dell’opposizione, ha sostenuto la proposta. Solo i partiti arabi e la sinistra hanno votato contro. I principali partiti centristi d’opposizione, Yesh Atid e Blu e Bianco, hanno disertato l’aula, prendendo così le distanze dalla polarizzazione crescente.
«L’annessione di Giudea e Samaria è un pericolo diretto per il futuro dello Stato di Israele e per il progetto sionista» ha commentato su X il deputato Gilad Kariv. Secondo l’esponente democratico la mozione serve a gettare fumo negli occhi e a distrarre l’opinione pubblica dalla crisi degli ostaggi ancora detenuti da Hamas a Gaza, oltre che dalla controversa legge sulla leva militare per gli haredim.
Immediata e dura è stata la reazione dei Paesi arabi e di alcune organizzazioni internazionali. Una decina di Paesi — Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Nigeria, Qatar, Turchia e l’Autorità nazionale palestinese — insieme alla Lega degli Stati arabi e all’Organizzazione della Cooperazione islamica, hanno pubblicato una dichiarazione congiunta per condannare la mozione della Knesset.
Il documento definisce la risoluzione israeliana «una violazione palese e inaccettabile del diritto internazionale» e «una flagrante violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu». I firmatari ribadiscono che Israele «non ha alcuna sovranità sul Territorio palestinese occupato», comprese Gerusalemme Est e tutte le aree occupate dal 1967.
Secondo i Paesi firmatari, la decisione della Knesset non ha valore legale e non può in alcun modo modificare lo status giuridico della Cisgiordania. Essi hanno avvertito che tale atto unilaterale non farà altro che alimentare ulteriormente le tensioni nella regione, già gravemente compromessa dalla guerra a Gaza e dalla crisi umanitaria in corso.
La dichiarazione congiunta dei Paesi arabi e islamici si conclude con un appello alla comunità internazionale, in particolare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, affinché «assuma le proprie responsabilità legali e morali» e agisca per fermare le politiche israeliane che cercano di imporre lo stato di fatto con la forza.
Inoltre, i firmatari chiedono che venga riconosciuto lo Stato palestinese nei confini del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale, in linea con la cosiddetta Iniziativa di Pace araba.
Il voto della Knesset, ancorché privo di effetti immediati, rappresenta un passo ulteriore verso il consolidamento dell’occupazione israeliana nei Territori palestinesi. Ma appare anche come un segnale politico chiaro: la soluzione dei due Stati, sostenuta dalla maggior parte della comunità internazionale, è sempre più lontana.

























