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Il Medio Oriente e la politica estera di Trump

Giuseppe Caffulli
8 luglio 2025
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Il Medio Oriente e la politica estera di Trump
Il saluto militare del presidente Donald Trump (foto White House)

Gli obiettivi ambiziosi che Donald Trump si era posto in politica estera non sembrano ancora raggiunti. In Medio Oriente le incognite non sono state sciolte, a cominciare dal ruolo dell'Iran e dalla questione palestinese.


Mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è nella capitale degli Stati Uniti per la sua terza visita da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca all’inizio di quest’anno, i cieli del Medio Oriente permangono foschi: restano aperti gli interrogativi sul programma nucleare dell’Iran e i bombardamenti su Gaza (in attesa di una tregua) proseguono.

Brian Katulis, uno degli analisti di punta del Middle East Institute di Washington, ha tratteggiato in un articolo del 2 luglio scorso successi e insuccessi della politica estera di Trump. I successi, finora, non sono stati eclatanti: un accordo di pace tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo siglato il 27 giugno (di grande interesse per gli Usa per via delle vaste risorse minerarie della regione); il cessate il fuoco siglato a maggio tra India e Pakistan; vari accordi economici con i Paesi del Golfo; una nuova strategia statunitense per la Siria. Sul versante ucraino, ad aprile è stato firmato un accordo minerario che garantirà agli Stati Uniti l’accesso alle risorse naturali del Paese.

Ma, a ben guardare, i maggiori obiettivi che Trump si era posto in politica estera, sono stati finora sostanzialmente mancati. La guerra tra Russia e Ucraina è più cruenta che mai. Le dispute commerciali legate a dazi vivono di continui stop and go; un giorno è in un modo, quello dopo in un altro. Decine di Paesi, inclusi alleati storici come il Canada, cercano nuovi accordi commerciali con gli Stati Uniti e la Cina si prepara al prossimo round. Secondo un sondaggio condotto a fine giugno, dopo gli attacchi militari all’Iran, il 52 per cento degli americani disapproverebbe la gestione della politica estera portata avanti finora dal presidente Usa.

Le questioni più gravi e irrisolte in Medio Oriente restano le sfide su Iran e Israele-Palestina. Permangono forti incertezze sulle conseguenze del raid militare statunitense del 21 giugno scorso contro le strutture nucleari iraniane, avvenuto durante i dodici giorni di conflitto tra Israele e Iran. L’attacco ha riacceso le tensioni nella regione, lasciando aperti interrogativi sulla risposta strategica di Teheran. Dopo il bombardamento, gli iraniani hanno interrotto la cooperazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), mentre immagini satellitari mostrano nuove attività sospette nel sito nucleare di Fordow, già colpito dagli Stati Uniti.

Le prospettive di riprendere il dialogo diplomatico appaiono sempre più lontane, mentre cresce il rischio di un’escalation. A complicare ulteriormente il quadro, gli Houthi dello Yemen – sostenuti militarmente da Teheran – che continuano a lanciare minacce contro Israele, nonostante un accordo separato concluso da Trump lo scorso maggio per fermare gli attacchi contro obiettivi statunitensi nel Mar Rosso.

Nel frattempo, a Gaza la crisi umanitaria non conosce limiti. Oltre 170 organizzazioni non governative di varie parti del mondo, in un appello pubblico sottoscritto a fine giugno, hanno chiesto la chiusura della Gaza Humanitarian Foundation, l’ente che da maggio cura, in modo inadeguato, la distribuzione degli aiuti alimentari nella Striscia. Il presidente Trump ha annunciato questa settimana che Israele ha accettato una nuova tregua e ha invitato Hamas ad aderire ai termini.

In seguito all’incontro di lunedì sera tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti, funzionari israeliani hanno dichiarato che i negoziati per un accordo sul rilascio degli ostaggi e un cessate il fuoco con Hamas sono vicini a una svolta positiva. «Le distanze sono abbastanza ridotte da permetterci di avviare una trattativa», ha dichiarato ai giornalisti il ministro degli Affari strategici Ron Dermer, che ha partecipato all’incontro alla Casa Bianca.

Tuttavia, osservatori regionali avvertono che senza due condizioni fondamentali – un cessate il fuoco stabile con rilascio degli ostaggi e un chiaro percorso verso una soluzione a due Stati – ogni progresso rischia di rimanere illusorio. Una flebile speranza l’hanno accesa i nuovi colloqui a Doha, partiti questa mattina nella capitale emiratina. Ma il Medio Oriente resta un terreno minato, dove le proposte diplomatiche faticano a tradursi in risultati concreti.

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