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Gli attacchi di Israele alla Siria, una sfida agli Usa?

Giuseppe Caffulli
18 luglio 2025
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Gli attacchi di Israele alla Siria, una sfida agli Usa?
Drusi del Golan occupato da Israele manifestano solidarietà per la loro comunità in Siria, 16 luglio 2025. (foto Michael Giladi/Flash90)

L’attacco israeliano a Damasco del 16 luglio ha tutti gli elementi di una provocazione contro i piani degli Stati Uniti di stabilizzare la Siria, con l’appoggio delle monarchie del Golfo e della Turchia.


Mercoledì 16 luglio Israele ha sferrato un attacco aereo senza precedenti su Damasco, colpendo il ministero della Difesa e aree adiacenti al palazzo presidenziale. L’operazione è stata motivata come un intervento volto a proteggere la minoranza drusa in Siria, richiesto – secondo Tel Aviv – da rappresentanti della comunità drusa all’interno di Israele, che conta circa 150 mila persone.

L’attacco a Damasco mostra però in maniera icastica un fatto: Israele e Stati Uniti, alleati storici, stanno mettendo in pratica strategie a dir poco divergenti in Siria. E la distanza tra le due «visioni» mette a rischio il piano diplomatico dell’amministrazione Trump, che punta alla stabilizzazione e alla normalizzazione del Medio Oriente. Un piano che prevede l’inclusione della Siria del nuovo rais e (ex?) leader jihadista Ahmed al-Sharaa nel contesto degli Accordi di Abramo.

Gli Stati Uniti, pur mantenendo un atteggiamento prudente, hanno avviato un dialogo con il nuovo presidente siriano (che Trump ha voluto incontrare di persona il 14 maggio scorso a Riyadh, in Arabia Saudita, alla vigilia del vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo), con la benedizione di Turchia, Arabia Saudita e Qatar. L’obiettivo dell’amministrazione Trump è quello di ricostruire un’autorità centrale forte in Siria, capace di governare un Paese profondamente frammentato, dove sono presenti differenti componenti etniche e religiose (cristiani, musulmani sunniti e alawiti di lingua araba; curdi; drusi). La strategia statunitense prevede il disimpegno militare graduale dalle aree nel nord-est e nel sud-est della Siria strappate al sedicente Stato islamico e controllate dalle Forze democratiche siriane a guida curda (zone dove Washington è presente con forze speciali e consiglieri militari). In più gli Usa intendono favorire lo sviluppo in queste aree grazie all’iniezione di capitali dai Paesi del Golfo e un più diretto coinvolgimento turco.

In questo quadro, come non leggere allora gli attacchi israeliani come una chiara sfida alla linea di Washington? Piuttosto che favorire la stabilizzazione del governo siriano, Israele sembra avere come priorità il suo indebolimento. Come ha spiegato un ex diplomatico israeliano, Alon Pinkas, «nella mente di Netanyahu, minare lo Stato siriano è molto più importante di qualsiasi normalizzazione». Nonostante i colloqui riservati a Baku tra Israele e il governo di Damasco – mediati da Azerbaigian ed Emirati Arabi Uniti – Tel Aviv ha mantenuto un atteggiamento aggressivo, riaffermando il proprio controllo militare sul sud-ovest siriano, inclusa la zona cuscinetto controllata dalle Nazioni Unite nelle alture del Golan. In sostanza, se gli Stati Uniti sembrano ormai aver accettato l’idea che al-Sharaa – nonostante il suo piuttosto oscuro passato jihadista – possa essere un partner credibile e pragmatico, soprattutto se sostenuto da Turchia e Arabia Saudita, viceversa Israele ritiene il nuovo rais di Damasco una figura inaffidabile e pericolosa.

Gli attacchi israeliani su Damasco, in modalità «attacco preventivo» come ormai consuetudine, proprio mentre sono in corso colloqui riservati (secondo diverse fonti a inizio luglio sarebbero stati conseguiti significativi «passi avanti»), rischiano di far naufragare ogni prospettiva di normalizzazione. Di fatto rafforzano le forze centrifughe interne alla Siria, alimentano il sospetto che Washington non sia un mediatore affidabile e danneggiano l’immagine di Trump. Partner arabi chiave (come l’Egitto, i Paesi del Golfo o la Giordania) potrebbero perdere fiducia nella capacità di mediazione americana, temendo un ritorno al caos siriano o a uno scontro settario. Non a caso il segretario di Stato americano Marco Rubio ha tentato di minimizzare il bombardamento israeliano su Damasco, parlando di «malinteso».

Se non fosse che l’Iran e la Russia hanno altro per la testa, Damasco potrebbe tornare a cercare la loro protezione. Di fatto è il rischio che il governo di al-Sharaa manifesti un atteggiamento a dir poco rigido nei colloqui di Baku, considerando l’offerta Usa per una normalizzazione dei rapporti come l’ennesima trappola. Il che potrebbe voler dire una nuova stagione di incertezza, instabilità e caos per la Siria.

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