«Voglio che il mondo sappia che, nonostante tutto, niente ci impedisce d’innamorarci… (…) Voglio che il mondo sappia che alcuni adolescenti dell’ultimo anno marinano la scuola per poter vedere le ragazze che amano e consegnare loro ingenue lettere d’amore. Voglio che il mondo sappia che in Palestina ci sono scrittori, artisti, pensatori e, soprattutto, amanti. Voglio che il mondo sappia che siamo esseri umani proprio come voi».
Non siamo numeri è più di un libro. È un progetto, di respiro ampio. Queste pagine propongono, infatti, una selezione dei migliori lavori raccolti negli ultimi dieci anni dall’iniziativa We Are Not Numbers (abbreviata in Wann) sul proprio sito web. Nata nel 2015 a cura di Ahmed Alnaouq (residente a Gaza) e Pam Bailey (americana), Wann ha condiviso sul proprio portale, negli anni, più di un migliaio di brani, scritti da oltre trecento giovani della Striscia di Gaza. Nel processo di scrittura ogni autore era seguito da un mentore, perlopiù dall’estero. Il lavoro sta continuando tuttora.
I testi sono brevi, lo stile essenziale. Le testimonianze in prima persona si alternano alle poesie. Ciascun contributo si conclude con una breve nota su dove si trova ora (o meglio al momento della pubblicazione) l’autore, in quali condizioni viva, quale prezzo ha pagato all’ondata di violenza e odio scatenata dal 7 ottobre 2023 in termini di perdite tra i propri familiari stretti.
Alcuni temi ritornano più volte. Primo fra tutti, il desiderio di una vita normale, senza i limiti imposti dal blocco israeliano sulla Striscia, né il condizionamento delle interruzioni di elettricità. Quindi la voglia di viaggiare («Voglio vedere il mondo, vivere nuove esperienze. […] Visitare l’Inghilterra in inverno e fare un pupazzo di neve. […] Viaggiare ovunque e sperimentare tutto ciò che non ho mai avuto la possibilità di fare qui a Gaza») cui sempre si accompagna, come contrappeso, l’attaccamento alla propria terra, alla famiglia, alla casa e all’intimità dei suoi spazi.
Tornano matrimoni e lauree rimandati, o interrotti a metà, a causa dello scoppio di una nuova serie di bombardamenti. Il mare e la spiaggia come unici luoghi in cui l’orizzonte si allarga. I modi – per ciascuno diversi – per evadere con la mente. E ancora: le rinunce, i sogni. Già, i sogni. Per alcuni, come Mohammed, Gaza è «la tomba dei sogni». Per altri – è il caso di Dana – a Gaza i sogni si ridimensionano da sé («Al massimo noi possiamo sognare di vedere un aereo, figuriamoci di prenderlo»). Per altri invece, come Hind, «la forza sboccia nelle difficoltà. Anche quando ci si convince di non potere realizzare i propri sogni, si può scoprire che niente può davvero spezzarci».
Dall’autunno 2023 il ritmo si fa più incalzante e tutto più drammatico. Non ci sono pause, né scampo. Ogni testo arriva al lettore come una sassata. Come le parole di Orjwan, giovane madre in fuga dall’esplosione di casa sua: «Mi sono unita alle persone in fuga (…). Ho sorriso ai miei bambini, dicendo loro che ci stavamo affrettando perché dovevamo raggiungere un posto bellissimo prima che chiudesse. Cosa che ha rallegrato mia figlia, che si è interrogata su quel fantomatico luogo. Era il centro commerciale o il parco giochi?».
O come il capitolo in cui Ahmed racconta il massacro di cui è testimone durante una distribuzione di sacchi di farina, il 29 febbraio 2024: «I feriti rischiavano di finire calpestati dalle persone in fuga dalle pallottole e dalle schegge. L’errore più grande che ho commesso è stato di non aver portato con me il telefono per documentare il massacro. Ricordo bene un giovane con un sacco di farina tra le braccia. All’improvviso, un carro armato lo ha schiacciato (…). Impiegherò anni a rimuovere dalla memoria le scene a cui ho assistito quella notte, il sangue di palestinesi affamati che scorreva per strada come un fiume».
La cifra del libro risiede, senza dubbio, nei tanti dettagli di vita quotidiana, che avvicinano chi legge alla concretezza e umanità delle storie narrate. Così, a restare impresse sono, ad esempio, le peripezie per poter acquistare online e farsi recapitare – perlopiù senza successo – un libro o un Cd; l’assenza di privacy dovuta agli spazi esigui tra le abitazioni; i rumori dei carretti trainati dagli asini che, di primo mattino, trasportano materiali da costruzione riciclati; il costante ronzio dei droni israeliani; la grande importanza attribuita, soprattutto tra i giovani, a un’ottima conoscenza dell’inglese. Il lettore scopre anche cosa significhi e cosa implichi soffrire di emicrania, o di depressione, in un luogo come la Striscia di Gaza. «Combattere la depressione a Gaza non è facile. Molti di noi non sanno più cosa sia la normalità. In quanto palestinesi, le nostre vite non sono mai state normali!», è lo sfogo di Asmaa.
Concludendo, queste pagine rappresentano un valido aiuto per andare oltre la tragica, quotidiana, conta dei morti e provare a immaginare vite, desideri, speranze dei giovani di quella terra. In breve, un aiuto e un invito, per tutti noi, a restare umani.

Ahmed Alnaouq – Pam Bailey (a cura di)
Non siamo numeri
Le voci dei giovani di Gaza
ed. Nutrimenti, 2025
pp. 368 – 17,10 euro


























