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Tra gli Usa e l’Iran uno spiraglio di buon senso

Fulvio Scaglione
16 aprile 2025
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La trattativa in corso sul nucleare tra i governi di Washington e di Teheran sembra aver imboccato una strada di maggiore ragionevolezza. L’ipotesi di accordo in discussione richiama quello siglato nel 2015 da Barack Obama. Come la prenderà il premier israeliano Benjamin Netanyahu?


Nei continui stop-and-go che l’amministrazione Trump impone sui più vari argomenti (dalla pace in Ucraina ai dazi commerciali), almeno su un fronte sembra aprirsi uno spiraglio di buon senso. Ci riferiamo alla trattativa con l’Iran sul nucleare, che sembra aver imboccato una strada di maggiore ragionevolezza. Gli Stati Uniti, infatti, nei colloqui in Oman, avrebbero rinunciato alla pretesa di ottenere una completa denuclearizzazione da parte della Repubblica Islamica, che, per parte sua, ha sempre dichiarato di non volere il nucleare a fini militari ma solo per scopi civili.

Che si creda o meno alle dichiarazioni di Teheran, un fatto è certo: arricchire l’uranio, come fanno gli iraniani che sono arrivati al 60 per cento rispetto al 90 per cento necessario per una bomba nucleare, non vuol dire automaticamente disporre di una deterrenza atomica. Ammesso di costruire la bomba, bisogna poi avere le conoscenze per collocarla sui missili; avere i missili adeguati e la giusta capacità nel lanciarli e guidarli verso l’obiettivo. Tutte cose che l’Iran è lontano dal possedere al grado necessario.

L’ipotesi di accordo che Usa e Iran stanno ora discutendo di fatto rimanda all’accordo siglato nel 2015 da Barack Obama, ovvero: uranio arricchito a una soglia (3-4 per cento) lontanissima da qualunque ipotesi di uso militare, blocco di una parte consistente degli impianti per l’arricchimento, smaltimento programmato delle scorte di uranio già arricchito. Come si diceva, un po’ di ragionevolezza. Non a caso l’accordo del 2015 di fatto piaceva a tutti, a cominciare dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, ai quali, in quel frangente, si unì la Germania) e dall’Unione europea. Piaceva anche all’Agenzia atomica dell’Onu, che eseguiva regolari controlli e confermava che gli iraniani stavano ai patti.

Purtroppo non piaceva a due personaggi che sono ritornati prepotentemente sulla scena: il leader israeliano Benjamin Netanyahu, che considera l’Iran un nemico esistenziale di Israele (e che nel frattempo ne ha trovati diversi altri a cui fare la guerra) e a Donald Trump. Ora, di nuovo, le speranze di un allentamento della tensione sono affidate a quei due. Degli Usa e quindi di Trump, che pure ha a lungo minacciato un intervento militare e ha per questo rafforzato il dispositivo militare Usa in Medio Oriente, abbiamo appena detto. Vedremo ora come reagirà Netanyahu, che pretende lo smantellamento di qualunque impianto nucleare, militare o civile che sia, in Iran.

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