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Iran e Arabia Saudita sempre meno distanti

Laura Silvia Battaglia
26 aprile 2022
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Nei giorni scorsi a Baghad si è svolto il quinto giro di colloqui tra alti funzionari delle due potenze regionali. La situazione internazionale, e l'antagonismo tra Stati Uniti e Russia, riavvicinano Teheran e Riyadh. Accordo in vista.


C’è aria di avvicinamenti progressivi nello scacchiere mediorientale e nordafricano (Mena), tra contendenti litigiosi ma che la guerra in Ucraina e la posizione degli Stati Uniti a riguardo stanno mettendo (quasi) d’accordo. I contendenti sono Iran e Arabia Saudita e il teatro in cui si parla di riallacciamento dei canali diplomatici è il conteso, cruciale, strategico Iraq, nella cui capitale si è svolto – lo scorso 21 aprile – il quinto incontro tra rappresentanti sauditi e iraniani, in particolare alti funzionari dei servizi di sicurezza.

L’importanza dell’incontro è relativa anche al livello dei funzionari coinvolti: per l’Iran erano presenti alti ranghi del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale (Snsc) e, per l’Arabia Saudita, era il capo dell’intelligence, Khalid bin Ali al-Humaidan. All’appuntamento han preso parte anche delegati iracheni – l’Iraq ha ospitato tutti i round di colloqui diretti tra Iran e Arabia Saudita a partire dall’aprile 2021 – e funzionari omaniti, che in questi mesi stanno svolgendo un notevole operato di mediazione. Il quotidiano iraniano Nour, considerato vicino al governo, ne dà notizia come di un successo, e afferma che le principali sfide per ristabilire i legami tra i due Paesi sono state discusse in un’atmosfera «positiva» che «dipinge una prospettiva più luminosa» per il futuro delle relazioni bilaterali. Parrebbe, infatti, che siano maturate le condizioni per un vertice politico, a livello di ministri degli Esteri, per la ripresa effettiva delle relazioni diplomatiche, sospese dal 2016. L’unico risultato concreto dei colloqui diretti, al momento, sembra essere stata la riapertura dell’ufficio di rappresentanza dell’Iran presso l’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic) con sede a Gedda, in territorio saudita.

Finora entrambe le parti avevano espresso la speranza che i colloqui potessero allentare le tensioni bilaterali e regionali, ma avevano minimizzato l’eventualità di una svolta importante, in particolare a partire dal marzo scorso, quando i colloqui avevano subito una sospensione «temporanea». Sembrava che la causa fosse stata l’esecuzione da parte dell’Arabia Saudita di 81 persone in un solo giorno (il 12 marzo) – la più grande esecuzione di massa nel Regno negli ultimi decenni – con 41 dei giustiziati appartenenti alle minoranze musulmane sciite. L’episodio riportava i negoziati al punto morto dal quale la contesa era cominciata: la rottura dei rapporti diplomatici tra le due potenze regionali, infatti, era avvenuta nel 2016, dopo che una folla di persone avevano attaccare l’ambasciata saudita a Teheran in risposta all’esecuzione di Nimr, un importante leader religioso sciita, considerato un terrorista nel Regno dei Saud.

Se quella goccia fece traboccare il vaso, le due potenze regionali si sono comunque trovate in questi anni su posizioni opposte nei conflitti regionali e nelle controversie politiche in Siria, Libano e Iraq. La questione yemenita ha definitivamente incancrenito i rapporti: i due Paesi, infatti, si oppongono nella guerra, ormai lunga sette anni. In Yemen l’Iran sostiene il movimento degli sciiti Houthi e l’Arabia Saudita guida una Coalizione che combatte per conto del governo yemenita internazionalmente riconosciuto. Nello Yemen è appena entrata in vigore una tregua di due mesi mediata dalle Nazioni Unite e l’Arabia Saudita ha sostenuto la formazione di un nuovo consiglio presidenziale nazionale di otto membri, che è stato inaugurato all’inizio di questa settimana. L’Iran, nel frattempo, ha chiesto agli Houthi di accettare le condizioni proposte da Riyadh per la fine della guerra e sta tenendo colloqui bilaterali tra le parti interessate yemenite senza coinvolgere altri membri della Lega araba. Una spinta a questi rapporti rinnovati pare provenire anche dalle frizioni tra Washington e Riyadh sulla crisi energetica conseguente al conflitto in Ucraina: il principe Mohammed bin Salman ha rifiutato decisamente la proposta di Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza di Joe Biden, di aumentare la produzione di petrolio saudita e favorire un abbassamento dei prezzi, e ha ribadito che i sauditi non accettano di essere in ostaggio degli Stati Uniti sul piano politico ed energetico. Fare cartello con l’Iran, l’altro produttore di petrolio forte della regione, risulta adesso necessario, anche nella misura in cui Teheran desidera non avere più il cappio americano sul collo del programma nucleare. Così, ristabilire una politica di dialogo con la Russia, adesso, è l’obiettivo comune dei due giganti energetici dell’area Mena. Meglio dunque, deporre le armi. Con cautela.

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