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Ancora in difesa della libertà di ricerca in Egitto

Laura Silvia Battaglia
10 marzo 2022
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Ancora in difesa della libertà di ricerca in Egitto

Una seconda raccolta di saggi firmati da ricercatori e docenti italiani analizza più a fondo l’apparato persecutorio del sistema egiziano e riafferma il valore della ricerca sul campo e del ruolo dei ricercatori come «costruttori di ponti».


Non è una ristampa e neppure una seconda edizione. Minnena 2 – una raccolta di saggi con il contributo di vari ricercatori in scienze sociali di università italiane e straniere – va piuttosto ad integrare quanto già elaborato e scritto nel precedente volume, Minnena. Il libro rappresenta anche la reazione di ricercatori e docenti verso l’apparato persecutorio del regime egiziano del presidente Abdel Fattah al-Sisi e, allo stesso tempo, la riaffermazione del valore della ricerca sul campo e del ruolo dei ricercatori come «costruttori di ponti».

Dopo l’assassinio, nel 2016, del ricercatore italiano Giulio Regeni, la comunità accademica italiana ha dovuto fare i conti con l’arresto – nel 2020 – dello studente egiziano dell’Alma mater bolognese Patrick Zaki, ora scarcerato ma in custodia cautelare e con un processo penale pendente molto lungo e difficile (senza contare il caso parallelo di Ahmed Saif Santawi, già allievo dell’Università dell’Europa Centrale a Vienna).

I docenti della Società degli Studi per il Medio Oriente “Sesamo” – fondata a Firenze nel 1995 e presieduta da Monica Ruocco – e gli autori dei saggi Lorenzo Casini, Daniela Melfa, Gennaro Gervasio, Paola Rivetti, Andrea Teti, Mattia Giampaolo, Elisabetta Brighi e Khaled Fahmy hanno sentito la necessità di ribadire ancora una volta che la libertà di ricerca accademica è intangibile e non negoziabile e che quanto accaduto a Regeni – se non fosse ancora chiaro – è di una gravità estrema.

Per questo occorre ribadire quanto si dimostra ancora una volta in Minnena 2: ossia che l’attuale governo egiziano, come tutti i regimi autocratici, lavora con sistematicità, entro i suoi confini nazionali e oltre, per reprimere il dissenso; trasformare la cultura, la politica, la società, lo spazio urbano; sostituire il portato valoriale affermatosi durante la rivoluzione del 2011 – con tutta la sua sete di libertà e richiesta di diritti civili – con l’apoteosi dell’apparato securitario, dove l’esercito è l’unico detentore della legittimità di governo e della specificità nazionale.

In questo senso è illuminante il saggio di Brighi, Giampaolo e Rivetti, che accompagna il lettore alla comprensione di una caratteristica dei sistemi autoritari, già individuata da Norberto Bobbio: «Dove c’è il tiranno, c’è il complotto e se non c’è, lo si crea». Chi ha vissuto in Egitto nell’ultimo decennio è in grado di sentire tutto il peso di questa affermazione e comprenderne anche le ricadute all’estero, possibili in virtù delle relazioni finanziarie in corso ma anche della convinzione, diffusa nelle cancellerie occidentali, che l’uomo forte in Egitto sia l’unico baluardo contro il terrorismo di matrice islamista. Il saggio spiega molto bene anche come la propaganda nazionalista egiziana abbia potuto trovare una buona sponda nei cultori del complottismo in Italia, in quell’humus, molto più presente a destra, ma con echi anche a sinistra, che fa del sessismo e del nazionalismo i propri punti di forza.

Minnena 2 non si accontenta solo di affrontare le estensioni della propaganda, ma cerca di mettere in chiaro altri aspetti fattuali del regime egiziano: per chi si sia convinto che la presidenza egiziana goda di sostanziale stabilità, Gervasio e Teti dimostrano come invece essa si basi su un autoritarismo precario, fatto di un misto (finora vincente) di resilienza e fragilità, ma che ha enormi falle al proprio interno. La stabilità di al-Sisi è un mito che verrebbe meno senza il puntello dei governi occidentali e crollerebbe di fronte all’impennata del prezzo del pane; alla caduta della capacità di spesa del salario medio egiziano; all’aumento del debito; al numero esponenzialmente crescente di migliaia di prigionieri di coscienza e di opinione; all’espulsione degli abitanti di interi quartieri per consentire la realizzazione di opere faraoniche.

Non a caso, negli ultimi anni, gli scandali per corruzione hanno colpito molte figure dell’establishment egiziano e il governo ha toccato livelli estremamente bassi di consenso popolare, arginato solo dalla diffusa paura di arresti, torture, sparizioni. In sostanza, questo «regime feroce» si basa su una «resilienza fragile»: il margine di manovra per metterlo in crisi c’è ed è alto.


a cura di Lorenzo Casini e Daniela Mella
Minnena 2
Repressione, disinformazione e ricerca tra Egitto e Italia
Mesogea edizioni, 2021
pp. 94 – 10,00 euro

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